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Alla vita

Regia: Stéphane Freiss

INTERPRETI: Riccardo Scamarcio, Lou de Laâge, Pierre-Henry Salfati, Astrid Meloni, Nicola Rignanese, Coraly Zahonero, Anna Sigalevitch SCENEGGIATURA: Stéphane Freiss, Audrey Gordon, Caroline Deruas-Garrel, Laure Deschenes

FOTOGRAFIA: Michele Paradisi

Montaggio: Aline Hervé

Musiche: Giovanni Mirabassi

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

NAZIONALITÀ: Francia, 2022

DURATA: 99 min.

 

PRESENTAZIONE E CRITICA

 

Elio De Angelis è il proprietario di una masseria ricevuta in eredità dal padre che aveva intrecciato un legame di reciproca stima con un gruppo di ebrei ultra-ortodossi di Aix-Le-Bains. Costoro giungono ogni anno per acquistare dei cedri che debbono essere perfetti per poter essere usati in una cerimonia religiosa specifica. Tra di loro c'è la giovane Esther che sta iniziando a non sopportare più le restrizioni che la comunità le impone.

Stéphane Freiss alla sua opera prima affronta con coraggio, ma anche con sensibilità, il tema dell'ortodossia religiosa affiancandolo a quello del legame ancestrale con la terra. Per comprendere meglio questo interessante film è necessario innanzitutto essere a conoscenza di quale significato assuma il cedro per gli ebrei. Il Sukkot o Festa delle capanne ricorda il passaggio del popolo ebreo dalla schiavitù in Egitto alla Terra Promessa e, in particolare, il periodo trascorso nel deserto. La Torah prescrive di fare uso per la festa di quattro vegetali: un ramo di palma, tre rami di mirto, un ramo di salice (che vengono legati insieme con della canapa) e un cedro che viene tenuto nell'altra mano. Ci sono poi molte regole che l'aspetto del frutto deve rispettare oltre a quella che non deve essere il risultato di innesti che ne pregiudicherebbero la purezza.

Il compito degli uomini della comunità è quello di ispezionare ogni frutto per decidere se sia o meno corrispondente alle esigenze. Una delle lodi che essi pronunciano è "le haim" che significa, come il titolo, "alla vita". Una vita che però costringono entro un'infinità di regole alcune delle quali (e non sono poche o poco importanti) riguardano le donne. Una delle quali, la giovane Esther, sta iniziando ad avvertirne il peso.

Il film ruota attorno a lei e al suo rapporto con Elio, un uomo divorziato con figli che vede poco, e il cui legame con la terra (dopo che i fratelli se ne sono allontanati) finisce con il sottoporlo a costrizioni che lui stesso si è imposto. È rarissimo trovare nel cinema italiano film che si occupino degli ebrei ultra-ortodossi. Se possibile è ancor più difficile che questo tema si veda associato ad un'altra forma di dipendenza solo apparentemente inserita in un contesto di libera scelta. Scamarcio disegna così l'immagine di un uomo che aiuta, passo dopo passo e senza un progetto strategicamente definito, una giovane donna ad iniziare un percorso che la porti davvero verso una vita piena e non vincolata da una miriade di precetti che finiscono con lo spegnerle, invece che ravvivarla, la fede in Dio. Al contempo lo spettatore viene invitato a chiedersi se il suo Elio non sia, seppur non sempre consapevolmente, aiutato da Esther a comprendere i propri limiti di uomo che ha confuso il senso del dovere verso la figura paterna con una pseudo forma di amore per il lavoro nei campi utile a non farlo pensare alle vere esigenze di una vita a cui si possa inneggiare in senso pieno. Elio, ateo che tratta con grande cura e attenzione, una statua di Sant'Antonio ha bisogno di iniziare a poter pensare di trovare un coraggio che sembra mancargli per poter fare festa soprattutto con se stesso. Lui ed Esther finiscono così con il rappresentare, seppur nella differenza d'età, due facce della stessa medaglia a cui la solarità di un'estate pugliese non risparmia le zone d'ombra.

(www.mymovies.it)

 

(…) ALLA VITA è un film che vive in primis dei suoi protagonisti. Riccardo Scamarcio attraversa il film con la sua indubbia presenza scenica, con una consapevolezza del suo talento che ha trovato ormai da anni. Ormai libero di quella che era la sua immagine da divo, non ha paura di apparire trasandato, appesantito nel volto, provato, come richiede il suo personaggio, che così appare perfettamente credibile. La sua recitazione, giocata sui mezzi toni, sulla sottrazione, non è scontata per un attore del suo carisma, e qui appare centrata. Lou De Laâge (che avevamo visto ne L'attesa di Piero Messina) è una bellezza intrigante, spigolosa. enigmatica. Il suo lavoro sul personaggio è tutto nel contrasto tra il contegno che deve tenere e il fuoco che arde dentro, che traspare dagli occhi liquidi, chiari, mobilissimi e da un muoversi nervoso delle mani. L'abito che, per questioni di religione, deve tenere, una lunga gonna nera e una camicia bianca accollata, fa sì che quel volto, quegli occhi, risaltino ancora di più. Per un attimo basta un abito rosso, i piedi nudi, in un ballo sfrenato, per provare a capire cosa sia la libertà.

È lei, la Esther di Lou De Laâge, la vera protagonista della storia. Viviamo i suoi sfoghi attraverso dei messaggi su un forum per chi si trova nella sua situazione, la sentiamo pregare direttamente Dio, in un modo molto toccante, quando invoca di lasciarla andare, di capire che la sua strada è lontano da lui. Ed è molto toccante il momento in cui racconta - è il frammento della confessione sul forum - di essere entrata in un cinema, attratta dal manifesto, senza poter resistere e di essersi sentita in colpa, di avere la sensazione che anche l'attrice sullo schermo lo abbia notato. Confessa, in quella chat, di aver mentito, e di non avere mai smesso. In questo gioco di specchi, il personaggio di Elio, Riccardo Scamarcio, è quasi un coprotagonista della storia. Ha la sua vicenda, certo, ma spesso è uno specchio di quello che accade a Esther (guardate quella scena in cui i due si parlano mentre uno specchio rimanda l'immagine di lui, anche se sfocata, e i due sono nella stessa inquadratura invece che in un campo-controcampo), è un personaggio che si mette al servizio della sua storia. È lì per ascoltarla e per far uscire la sua vera personalità. Ma anche lei riuscirà a far ritrovare quella di Elio. C'è una tensione costante, continua, spirituale prima che sessuale, che si sente tra i due per tutto il film, che si esprime in maniera non scontata, e che sfocia in piccoli gesti, come quelle mani che si toccano nel bellissimo sottofinale.

ALLA VITA è un film che non scopre immediatamente le sue carte, che si prende il suo tempo per svelarle, per capire che strada intraprendere. E questo è parte del suo fascino. È una storia che mescola temi importanti, come una riflessione sulla religione e l'ortodossia, a momenti di contatto e comunione con la natura. È un mondo lontano da tutto, fuori dallo spazio e dal tempo, dove le relazioni, i contrasti, i dubbi sono più forti. Alla vita è un film esistenziale, intimo, una storia di pulsioni represse e di vite represse. È un film che non ha il classico lieto fine, ma piuttosto un quieto fine, un momento catartico, che, più che un punto d'arrivo, è un punto di partenza. Dove potrà arrivare lo lascia immaginare allo spettatore. Lasciare spazio alla nostra immaginazione è qualcosa che il cinema fa sempre più di rado, e quando accade è sempre un piacere.

(https://movieplayer.it)

 

Mani che appena si sfiorano; conta l’evoluzione intima dei protagonisti e il modo con cui viene raccontata. Con pudore e sensibilità ammirevole ALLA VITA non segue la via del cinema urlato, della denuncia superficiale. La geometria del racconto è l’incastro studiato di due crisi esistenziali particolari, due solitudini che insieme si somigliano e sono radicalmente diverse. Elio ed Esther sono così vicini alla terra che basterebbe loro sporgersi un pochino per raccoglierne i frutti ed essere veramente felici, non ci riescono perché ci sono così tante regole che li separano dalla possibilità di sperimentare la vita in condizione di piena autenticità. Ma se l’ortodossia che soffoca l’indipendenza di Esther è fuori di lei, decisa prima della sua nascita da altri, prima di lei e sopra di lei, quella che opprime Elio è per lo più auto imposta.

Quanti film italiani affrontino, di lato o di petto, la questione della vita nelle comunità di ebrei ortodossi, non c’è neanche bisogno di perder tempo a fare i conti. Stéphane Freiss, attore di cinema e teatro prestato alla regia, sceglie di raccontare per il suo esordio un mondo poco frequentato, ha senso delle proporzioni e calibra i rapporti tra i due protagonisti in una condizione di sostanziale parità. Quest’uomo e questa donna, ciascuno con la sua fetta di crisi uguale e insieme diversa, hanno lo stesso peso, la stessa importanza, sono restituiti al pubblico con uguale dignità.

Dignità, delicatezza e decoro sono i contrassegni emotivi di un dramma intimo che non cerca vie e soluzioni solo superficialmente d’effetto. Riccardo Scamarcio e Lou de Laâge mostrano di trovarsi a loro agio nei toni trattenuti di ALLA VITA. Che ha una buona costruzione e parte con un mistero, il mistero di una donna che cerca di affrancarsi da un mondo di regole vuote che fatica a capire e accettare, per poi chiarire le cose man mano che procede.

ALLA VITA usa la terra come metafora di tutto il resto. La terra è florida e regala frutti in abbondanza, ma l’uomo non riesce a goderne perché se ne allontana costruendosi attorno una ragnatela di regole. Elio ed Esther non si ribellano perché hanno perso la fede. Credono nella vita, solo che vogliono credere in modo diverso, più libero e spontaneo. E indipendente. Il film accompagna il loro tentativo con una buona scrittura e una dignità d’approccio veramente apprezzabili.

(www.cinematographe.it)