Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

America Latina

Regia: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo

INTEPRETI: Elio Germano, Astrid Casali, Sara Ciocca, Maurizio Lastrico, Carlotta Gamba, Federica Pala, Filippo Dini, Massimo Wertmüller

SCENEGGIATURA: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo

MONTAGGIO: Walter Fasano

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

PAESE: Italia, 2021

DURATA: 90 min.

Vietato ai minori di 14 anni

Latina oggi. Massimo Sisti è un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e della serietà. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato in cui incontra l'assurdo.

I fratelli D'Innocenzo sanno fare cinema. Con questo assunto si intende sottolineare che gli Autori (e loro lo stanno, film dopo film, diventando) sono quelli che non si adagiano su schemi ripetibili ma si impegnano nello spiazzare non solo il pubblico ma anche se stessi.

In questo film, di cui non andrebbe conosciuta una riga in più di trama di quelle scritte sopra, continuano a perseguire il percorso iniziato con La terra dell'abbastanza in cui mettevano a nudo l'appiattimento delle coscienze per proseguire poi con il pluripremiato Favolacce al cui centro c'era un maschio alfa interpretato da Elio Germano.

Il quale torna per dare corpo (e fiato) a un personaggio opposto, tutto regolatezza e comportamenti socialmente accettati ed accettabili. L'attore gli dà fiato nel senso che il suo respiro, che diviene man mano sempre più teso, si amplifica rimanendo sempre auditivamente in primo piano mentre la macchina da presa ne esplora da distanza più che ravvicinata le espressioni. La cantina, che come la soffitta è un luogo deputato (e spesso scontato) dell'horror, qui assume la dimensione dell'interiorità, del lato nascosto e in ombra di una personalità apparentemente strutturata e non scalfibile.

Quello spazio fa parte di una casa che è emblema di uno status symbol, nonché di centro di affetti, nella quale possiamo osservare Massimo guardandolo da fuori, quasi che quelle vetrate lo potessero proteggere da quell'anima nera che, una volta emersa, non potrà consentirgli di fingere che non ci sia.

I D'Innocenzo partono dal buio di una coscienza per esplorare se vi sia la possibilità che una luce possa farvi breccia. Non danno però (come non hanno mai preteso di dare) delle risposte, chiedendo (ma anche qui non imponendo) ad ognuno una decodifica di una storia che ha l'innegabile pregio di suscitare reazioni, evitando quindi il maggiore pericolo di un'opera dell'ingegno: lasciare indifferenti.

(www.mymovies.it)

 

Il cinema dei Fratelli D’Innocenzo non è facile, dove con “facile” s’intende quel tipo di spettacolo fruibile al grande pubblico, con poche sfumature che distinguano i semplici gusti da uno sguardo più paziente nell’osservare.

Mantenendo fede al proprio stile, non si discostano di un millimetro dalla qualità a cui hanno sempre puntato e mettono insieme un’opera che racconta molto di più di quel che mostra. E quello che mostra, a sua volta, è teatro di richiami ed evocazioni di mondi sotterranei, pur con l’uso di un’estetica estremamente raffinata.

Non sanno cosa sia l’uso dozzinale del mezzo cinematografico, con tutto quel che ne consegue. Manovrano il complesso di luci, fotografia e scenografia componendo immagini che regalano il languore annoiato della borghesia della fine degli anni ’60, e a supporto di tutto ciò, ci sono ovviamente le prove attoriali d’interpreti incredibili.

Massimo è un dentista proprietario di uno studio che conduce una vita tranquilla e benestante in una villa ai margini di Roma, tra le paludi bonificate. Lì abita con la dolce e impalpabile moglie Alessandra e le due figlie, altrettanto diafane, Laura e Ilenia. La loro vita scorre con la consueta e inquietante armonia che accompagna sempre le trame dei due registi, dove gli adulti sono fragili, repressi, infantili o compiacenti. E il mondo dei ragazzi ne è vittima o, se non altro, inerme spettatore.

Massimo è dunque un uomo che scopre a poco a poco i propri mostri interiori, all’interno di una cornice fissa e duramente fissata, insieme al quale volteggiano le donne di casa sua, come ninfe provenienti dai canneti poco lontani da lì, ignare dell’orco orribile che abita con loro. È esattamente questo il modo di raccontare dei fratelli D’Innocenzo. Paiono cantastorie che narrano di personaggi di mondi lontani, e riescono a farlo giustapponendo tutto alla profonda depressione che comprime l’uomo moderno, romano, che conduce una vita silenziosamente impeccabile.

Così come è vero che, a partire dall’artificiosità di case perfette, laccate e profumate, riescono a trarre le maschere stilizzate di figure che dal mitologico giungono a parlare dell’incontrollabilità della propria bruttezza, così vicina al quotidiano di chiunque. I protagonisti scritti dai due registi, compiono parabole ascendenti che arrivano al culmine della follia e della tensione della trascuratezza dei propri abissi interiori. E le giovani figlie di Massimo, così come la moglie, sembrano essere ancora intaccate, ma pare che tutto sia fragile, inconsistente. Così come la psiche umana, senza confini, capace di qualunque cosa.

Verrebbe da pensare che ai D’Innocenzo quasi non interessi narrare storie di per sé, quanto usare tali storie come mezzo per ritrarre l’orrore a cui le persone sono in grado di arrivare: il degrado senza fine, che in America Latina non è più sociale ma psichico. Allora il quadro disperato che ne esce diventa la constatazione di qualcosa che si sa e appare con chiarezza già all’inizio del film: un lento scorrere, vuoto di contenuti, stracolmo di apparenza. Un biancore sfocato di lenti indispensabili per osservare gli altri e se stessi. Senza le quali il rischio è quello d’iniziare a vedere la realtà per quella che è davvero, fuori e dentro di sé.  E di aprire il vaso di Pandora contenente ciò che di più ripugnante possa esserci in un uomo.

(www.cinefilos.it)

 

Il loro è un cognome che, da qualche anno a questa parte, desta immediata curiosità nell’ambiente cinematografico italiano e i riconoscimenti nazionali e internazionali ne hanno consacrato ufficialmente il talento, non tanto per la giovane età degli autori, quanto per la visione e la chiarezza del loro cinema. Naturalmente si può essere d’accordo o meno con quest’ultima affermazione, sta di fatto che al cinema di Damiano e Fabio D’Innocenzo non si può, anzi non si riesce a rimanere indifferenti. Presentato allo scorso Festival di Venezia dove concorreva per il Leone d’Oro, AMERICA LATINA è un thriller psicologico dalla natura mista, a onor del vero la sua migliore qualità. Massimo Sisti è un uomo appagato dalla vita o almeno così sembra. La sua quotidianità verrà sconvolta dalla scoperta di una ragazzina legata e imbavagliata nella sua cantina.

AMERICA LATINA è un po’ la tana del Bianconiglio, una graduale e tragica discesa nell’inferno esistenziale di un uomo a cui la società ha imposto di indossare una maschera a lungo andare rivelatasi opprimente, motivo per il quale il ritrovamento della bambina rappresenta il punto di rottura nella psiche di Massimo. Crollano certezze e sicurezze, mentre emergono i dubbi su chi è realmente e il confine tra realtà ed illusione si rende più visibile. Elio Germano passa con facilità e maestria dall’essere il capo famiglia brutale e indifferente di Favolacce al padre sensibile, fragile e inquieto di America Latina, una straordinaria prova d’attore per l’interprete romano in due film opposti ma simili. Messo da parte il respiro ampio e lo sguardo corale del precedente film, i fratelli D’Innocenzo scelgono l’intimità di una singola storia per dar voce all’uomo normale che reprime la parte più oscura di sé compiendo un percorso di accettazione lungo e tortuoso con gravi perdite lungo la strada.

La natura mista del film, citata sopra, si inserisce a gamba tesa in questo discorso. È un thriller sì, ma il dramma psicologico del protagonista non è un unicum, è assolutamente umano come lo è il sentirsi fuori posto sia nel ruolo di padre che di figlio. Casa Sisti è deforme, un edificio ambiguo per quanto simbolo di una vita agiata. Al di fuori Massimo è un uomo come tanti, ma l’interno è costruito per rappresentarne la coscienza con la cantina come punto più oscuro e luogo d’introspezione personale. Non è un cinema esplicito quello dei fratelli romani che affidano alle immagini la miglior espressione del loro lavoro. Il comparto tecnico raggiunge un’eleganza e uno stile notevole e sempre più raffinato e consapevole. Emerge una particolare e significativa cura del sonoro con il respiro di Germano preponderante in molte scene e spesso assunto ad unico sintomo del disagio crescente, mentre la fotografia riporta alla mente i tempi d’oro del cinema horror italiano. Lungi da me affermare, banalmente, che America Latina sia un film necessario per il cinema italiano (aggettivo ormai abusato e no sense). Sono i fratelli D’Innocenzo ad esserlo grazie alla loro visione, allo sguardo profondamente attuale e riflessivo del loro cinema nonché al pizzico di follia che li contraddistingue e permette loro di rischiare addentrandosi in territori ostici come, in questo caso, la mente umana.

(www.nocturno.it)