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Anna Frank e il diario segreto

Regia: Ari Folman

SCENEGGIATURA: Ari Folman

FOTOGRAFIA: Tristan Oliver

MUSICHE: Karen O. , Ben Goldwasser

MONTAGGIO: Nili Feller

SCENOGRAFIA: Lena Guberman

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

PAESE: Belgio, 2021

Durata: 99 min.

 

Presentato Fuori concorso al Festival di Cannes, 2021

Dopo Valzer con Bashir (2008) e The Congress (2013), il regista israeliano Ari Folman decide di affiancare il suo tratto stilistico alla penna di una ragazzina arguta degli anni ’40 e alla concretezza impavida della sua controparte contemporanea. Con Anna Frank e il diario segreto, presentato fuori concorso a Cannes 2021 e da domani nelle sale italiane, ci imbarchiamo nella costruzione di un mondo che affonda le radici nella storia della famiglia Frank, ma trova appigli e corrispondenze socio-politiche nella nostra attualità, per sensibilizzare e avvicinare anche il pubblico dei più piccoli – le prime due opere di Folman sono chiaramente indirizzate alle menti adulte – all’importanza del consegnare la Memoria nelle mani di chi saprà cosa farne.

Protagonista di ANNA FRANK E IL DIARIO SEGRETO è Kitty, l’amica immaginaria di Anna a cui era dedicato il famoso diario. È proprio dall’inchiostro delle pagine che prende vita graficamente Kitty, nella casa di Amsterdam dove la famiglia di Anna si è rifugiata per due anni, oggi diventata museo. Kitty è spaesata e totalmente inconsapevole della realtà in cui si è risvegliata: così, decide di intraprende un viaggio per ritrovare Anna, che crede ancora viva.

In realtà, i viaggi di ANNA FRANK E IL DIARIO SEGRETO, sono due: in primis quello, appunto, della memoria storica, che ripercorre gli eventi dell’Olocausto per svelare anche ai più giovani come, tuttora, le minoranze fungano da capro espiatorio e siano costrette a nascondersi nei palazzoni di una Amsterdam ostile, che non appare tanto diversa da quella da cui dovette rifuggire la famiglia Frank. Ma in mezzo al grigiore che pervade la città, che vediamo solamente ritratta durante la stagione invernale, spuntano i colori di una pellegrina misteriosa: il viaggio personale di Kitty è il secondo a cui ci riferivamo, che stabilisce un punto di contatto tra ieri e oggi e, al tempo stesso, assume la forma di un vero e proprio coming-of-age, con la ragazzina che deve imparare a muoversi in una città che non le appartiene, senza guida e una backstory, che può appoggiarsi solo alla Storia in senso lato per trovare il suo personale cammino.

 

Kitty è, indubbiamente, un personaggio politico, una fantasiosa Greta Thumberg che, facendosi carico della curiosità e dell’ingegno che contraddistinguevano il carattere di Anna – come emerge chiaramente dal diario – riesce ad analizzare accuratamente tutti i luoghi della città intitolati alla sua amica-creatrice (la biblioteca di Anna Frank, il teatro di Anna Frank, il ponte di Anna Frank..) per capire che salvare significa portare in alto, salire la scala di un palazzo gigante ma invisibile agli occhi di una Amsterdam storicentrica, colorarne i muri per essere visti, senza più la paura di nascondersi.

 “Cosa può essermi più utile dei miei ricordi? “, risponde una Anna risoluta, dopo l’annuncio da parte della madre che dovranno lasciare la loro casa di Amsterdam per mettersi al sicuro, e ciascuno potrà portare con sé solo un oggetto di valore. Allora il diario, la parola scritta, indipendentemente dalla lingua madre, diventa il simbolo di un’unione tra popoli che travalica ogni pregiudizio e differenza ma, soprattutto, l’indifferenza. Kitty, e gli amici che incontrerà lungo la strada, si mettono in prima linea, partecipano attivamente al viaggio di una ragazzina che da smarrita e indifesa – deve lottare contro la sua invisibilità, fisica rispetto a chi visita il museo, concettuale rispetto agli adulti con cui si interfaccia ad Amsterdam – diventa donna, si storicizza a sua volta, ma accuratamente nel futuro, e ha la capacità e l’umiltà di sancire un vero e proprio passaggio di testimone tra due storie: quella della penna di Anna, che ha forzatamente dovuto interrompere la scrittura del diario, e quella della voce di Kitty che, una volta compiuto il suo lavoro, può tornare alla sua forma originaria di parola scritta, accanto a chi l’ha data alla luce.

Dedicando il film ai suoi genitori, ebrei polacchi sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, Ari Folman si conferma un maestro assoluto dell’animazione. È nel senso che riesce ad attribuire ad essa, nella conformazione visiva che assumono simbologie e metafore che l’occhio riesce immediatamente a cogliere, che il regista dimostra che la costruzione di mondi è quanto mai necessaria per fare cinema politico e che i nostri amici immaginari possono raccontare di noi e del futuro più di quanto pensiamo.

(www.cinefilos.it)

 

(…) Inizialmente riluttante all’idea di proporre nuovamente una storia e un personaggio come quello di Anna Frank, di cui è già stato detto molto, Folman si è lasciato convincere a realizzare questo film per un motivo personale e grazie all’estrema libertà concessagli in fase di realizzazione.

Il motivo personale è nato dalla madre, ebrea osservante, che, nonostante l’età, gli ha promesso che sarebbe rimasta in vita per vedere la premiere del film del figlio su Anna Frank. Motivo per cui – scherza Folman – ci sono voluti 8 anni per realizzarlo. Il progetto è poi diventato ancora più personale per il regista quando questi, in fase di lavorazione, ha scoperto che i suoi genitori erano sullo stesso treno che condusse Anna Frank all’ultima sua tappa nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove la giovane ragazza scomparve.

Erano tre le premesse indispensabili a Folman per realizzare questo film. In primo luogo, il regista desiderava che fosse indirizzato ad un pubblico giovane e che avesse delle caratteristiche narrative e di colore adatte a dei bambini. Un altro obiettivo del regista era quello di poter raccontare gli ultimi sette mesi di vita di Anna Frank, di cui raramente si parla. Sette mesi drammatici e dolorosi, descritti da suo padre, Otto, che chiariscono il tragico destino della ragazza.

Infine, Folman voleva che ci fosse un collegamento tra il passato e il presente.

Pur non volendo instaurare un paragonare tra l’Olocausto e la condizione dei rifugiati dei nostri giorni, con questo racconto il regista pone le basi per una riflessione accorata anche sulla situazione dei bambini immigrati di oggi.

 

(…) ANNA FRANK E IL DIARIO SEGRETO è un racconto delicato e avvincente che ripropone in chiave più moderna e accessibile una storia che forse oggi rischia di essere percepita come polverosa dai più giovani.

La prospettiva di Kitty è originale e fresca. La grafica, meno cupa di quella assaporata in Valzer con Bashir, è colorata, fluida e morbida e il racconto procede con ritmo tra passato e presente, attraverso anche una rilettura simbolica che rende gli eventi storici maggiormente comprensibili.

Folman dimostra di aver saputo mischiare con sapienza sogni, desideri e immaginario del presente con le istanze di un racconto nato in un passato che sembra ormai molto lontano.

(www.ciakmagazine.it)

 

 

(…) L’opera si ispira alla nobile eredità del padre di Anna Frank che, tornato dal campo di concentramento, dedicò la sua intera esistenza a esaudire i desideri della defunta figlia facendola diventare la più giovane scrittrice al mondo, ma seppe anche svolgere un’importante attività divulgativa e di trasmissione di conoscenze che trasformò l’Olocausto in un luogo di compassione nei confronti di tutti i bambini vittime di guerre (senza distinzione tra etnia e confessione religiosa), investendo i ricavati delle vendite del libro in organizzazioni umanitarie dedite all’aiuto di bambini in zone di guerra.   La sceneggiatura ha la lodevole particolarità di collegare il passato al presente, e, lontano dal paragonare il genocidio degli ebrei di ieri con la condizione dei rifugiati di oggi, si pone come principale intento quello di (farci) onorare il passato provando pietà e compassione per il nostro presente.

L’obiettivo didattico e pedagogico riesce così a compensarsi con l’idea di attualizzazione per meglio suscitare maggiori emozioni e riflessioni nel suo pubblico adolescente.

Attraverso la forma narrativa del Diario di Anna Frank e l’immediato aspetto allegorico del film – che preserva l’autenticità del testo originario –, si descrive da parte una delle pagine più dolorose della nostra storia recente, dall’altra si invita alla ricerca morale, di vita, uguaglianza e libertà civile nel bieco, ottuso, insensibile e meschino mondo di oggi.

(www.filmtv.it)