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Annette

Regia: Leos Carax

INTERPRETI: Adam Driver, Marion Cotillard, Simon Helberg, Rebecca Dyson-Smith, Devyn McDowell

SCENEGGIATURA: Ron Mael, Russell Mael

FOTOGRAFIA: Caroline Champetier

MONTAGGIO: Nelly Quettier

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Francia, USA, Messico, 2021

DURATA: 141 min.

Film d'apertura del Festival di Cannes, 2021

Ann è una diva della lirica che ogni sera muore in scena, Henry una star dello stand-up che fa morire dal ridere la platea. Ann ha preso la luce del sole, Henry tutta l'ombra. A Los Angeles si incontrano e contro ogni logica si innamorano. Anche il pubblico è sorpreso da quel sentimento smisurato come l'ego di Henry. Davanti agli obiettivi dei paparazzi, 'concepiscono' Annette, bambina, bambola, enfant prodige, miracolo e dannazione. Frutto della loro unione e 'giocattolo' delle loro aspirazioni, Annette cristallizza le speranze e i tormenti di due figure contrarie. Perché la 'bella' e il 'bastardo' si amano da morire e fino a morire.

Se davvero il cinema sta morendo, divorato da ogni parte dalla proliferazione conquistatrice delle piattaforme, ANNETTE rimanda la sua fine con un respiro maestoso. Il respiro che Leos Carax chiede allo spettatore di prendere nell'ouverture e poi trattenere il tempo che servirà a cantare la storia d'amore di due esseri folgoranti. Regista e direttore d'orchestra della partitura sinfonica degli Sparks, Carax avvia ANNETTE dalla registrazione della colonna sonora. Dei suoi film, sei prodigi girati in trentasette anni di carriera, sono d'altronde i 'numeri musicali' a impressionare la retina: la corsa a perdifiato di Denis Lavant sull'aria di Modern Love (Rosso sangue), l'headbanging di Mireille Perrier a tempo con Holiday in Cambodia, la promenade di Kylie Minogue sulle note di Who We Were e dentro una Samaritaine ancora in rovina (Holy Motors). Perché il suo cinema è nato con MTV al debutto degli anni Ottanta, quando l'immagine divorava la musica. Non sorprende allora che a dare il 'la' alla sua opera-film siano gli Sparks. La loro canzone, So May We Start, racconta la paura che serra la gola agli artisti prima di andare in scena. Non si sentono mai pronti ma devono andare, come gli attori e il coro di Carax, impazienti di lanciare la rappresentazione.

Nel limbo che interroga le frontiere porose tra finzione e realtà, si trasformano improvvisamente in personaggi. Un accessorio, uno sguardo, una posa e Marion Cotillard diventa Ann Desfranoux, la diva dalle mille vite, Adam Driver 'cavalca' senza filtri Henry McHenry, umorista con pulsioni distruttrici. Ma c'è poco da ridere e molto da cantare. Per loro Carax trova l'aria e un'immagine potente: una coppia allacciata sopra una moto che corre. Corre veloce dentro una notte che conduce i sentimenti al parossismo e mette al mondo una marionetta con la cicatrice sulla fronte. Quella magica di Harry Potter, quella di un trauma prodotto dal narcisismo ferito dei suoi genitori.

Improntati ai personaggi del racconto popolare, agli archetipi delle favole (Biancaneve, La Bella e la Bestia, Faust, Pinocchio) come a quelli del melodramma lirico (La Boheme, Madame Bovary, La Traviata, Tosca), Ann ed Henry scrivono con inchiostro nero la vita e la morte degli artisti dannati dal loro ego. Il soprano diafano fa il bagno nella sua piscina mordendo una mela rossa e mirandosi allo specchio, il principe nero flirta coi limiti della provocazione in lotta permanente contro i suoi demoni e il suo pubblico. Megalomani e narcisisti si ripetono per mano quanto si amano ma quello che amano è soprattutto l'immagine del loro amore.

ANNETTE è un inno a tutte le forme di spettacolo, dall'opera a Broadway, ma è più precisamente il negativo del musical hollywoodiano, il rovescio di "Cantando sotto la pioggia", l'altra faccia della luna, il ritratto oscuro dell'industria dello spettacolo coi flash, la caccia mediatica, l'esibizione della star, la spettacolarizzazione oltraggiosa.

Nutrito da miti antichi ma in risonanza col presente, Annette evoca un concerto pop come il movimento #MeToo, col suo carico di fantasmi, di uomini violenti, di madri martiri e di figlie che condannano i genitori per sempre. L' essere colpevole è la grande questione di Annette, che porta in tribunale l'arte e la processa con la coppia uomo-donna. Di un'inventività formale permanente, l'opera tragica di Carax accoglie esplosioni di bellezza e fa bruciare Los Angeles con le sue star incandescenti. Due amanti che (ri)suonano superbamente lo spartito di un amore nato morto.

La potenza fisica di Adam Driver, disarticolato e prodigioso nel rendersi detestabile occupando tutto lo spazio, contrasta con la grazia di Marion Cotillard, che trova il gesto artistico di una cantante d'opera, vivendo "d'arte e d'amore" come Tosca e soccombendo al patriarcato come Violetta. 'Ridotto a uno spettro' dalla ferocità del suo mostro, il 'corpo lirico' lascia il campo alla bestia da palcoscenico, che fa del fallimento del desiderio coniugale una performance, una questione di vita o di morte.

Dotato di una plasticità rara, Adam Driver mette in forma l'ispirazione poetica di Leos Carax, assorbe tutto il nero di un mare in burrasca e poi rovescia come onda la tossicità dell'arte e dell'amore. Sul campo restano 'la morta e la ferita'. ANNETTE non risolve o chiude soltanto troppo in fretta la questione tra vittima e aggressore. Come tonfo cala il sipario, cade il silenzio, scende la notte. Nera come lo schermo che si consuma sotto il fuoco dei nostri sguardi.

(www.mymovies.it)

ANNETTE prende il titolo dal nome di una bambina. La figlia dei due protagonisti. E Annette, ci dicono i titoli di coda, è dedicato a Nastya, che è la figlia di Leos Carax e che vediamo anche nelle prime scene del film, assieme al padre, quando lui inaugura il film con la frase "So May We Start?", che poi è anche il titolo del primo brano della colonna sonora. Tra i ringraziamenti di Carax, sempre nei titoli di cosa del film, ci sono poi i nomi di gente come Edgar Allan Poe, King Vidor, Béla Bartók e Béla Balázs.

Basterebbero queste due piccole annotazioni per permettere di capire temi, stile e riferimenti del film che ha inaugurato il 74° Festival di Cannes. In ANNETTE Adam Driver - bravissimo, va detto, in un ruolo che lo costringe a spaziare tra scene da teatro sperimentale e altre in cui è inquadrato esattamente nello stesso modo in cui veniva inquadrato da altri quando interpretava Kylo Ren - è Henry McHenry, un osannato stand up comedian dallo stile aggressivo e provocatorio, che si fa chiamare "Il gorilla di Dio" e va sul palco in accappatoio. Mentre Marion Cotillard è Ann Defrasnoux, una soprano dalla voce celestiale che ama addentare mele come Biancaneve, idolatrata dal pubblico, che ogni sera va in scena, "muore" e poi "s'inchina" per raccogliere gli appalusi, come di Henry.

Non potrebbero essere più diversi, Henry e Ann, ma il loro amore è travolgente ("We Love Each Other so Much", cantano i due), e con l'amore arriva anche una bambina: Annette, appunto.

E i figli, si sa, rischiano di rompere equilibri e di mettere in crisi anche la coppia più solida. Che poi Carax scelga di mettere in scena questa bambina (che dà il nome al suo film, dedicato dal regista a sua figlia) come un burattino, non è un caso.

Più di un musical tradizionalmente inteso, Annette è la traduzione pop-rock (dal punto di vista musicale) e oscura e barocca (da quello estetico) di un'opera lirica, con una sceneggiatura che è poco più che un libretto. O una fiaba.

Annette è una fiaba nera messa in scena come un'opera lirica messa in scena come un musical, e con un barocchisimo che è quello postmoderno di Carax ma anche quello classico di Vidor, per raccontare una storia ispirata a Barbablù (altra fiaba, ma anche un'opera lirica dei due Béla, Bartók e Balázs) così come ai racconti di Poe nei quali si parla di uomini che non riescono a sfuggire al richiamo dell'abisso, proprio come Henry, che distruggerà un matrimonio e forse anche il rapporto con una figlia. Eros e Thanatos, mascolinità tossica, critica alla società dello spettacolo. C'è un po' di tutto dentro Annette. C'è, soprattutto, il palese e dichiarato mettersi in gioco di Carax, che non solo appare all'inizio, ma che sceglie di truccare Adam Driver nella scena finale in modo tale da rendere impossibile non notare una chiara somiglianza con lui: perfino il ribelle Carax pare deciso a fare ammenda della sua mascolinità tossica, quella incarnata da Henry (e da Barbablù, e da Kylo Ren), e di mettere in scena, esagerate dal suo cinema esagerato e visionario, le sue mancanze di uomo e di padre, mettendo alla berlina tanto l'invidia e l'aggressività quanto l'autocompatirsi ("Che strani questi uomini che vorrebbero noi li desiderassimo quando si fanno schifo da soli", dice a un certo punto, più o meno, un coro femminile).Carax non si autocompatisce, ma di certo è parecchio autoindulgente. Si aggrappa a Driver, alla musica degli Sparks (gli stessi cui Edgar Wright ha dedicato un recente documentario) e alla sua indubbia capacità di creare immagini potenti e di evocare la storia del cinema, ma insiste troppo, e troppo a lungo (per 2 ore e 20 minuti) nel raccontare una vicenda dal nucleo essenziale avvolta in mille strati di superfluo e di ridondante, affastellando situazioni e riferimenti, citazioni e rimandi, appesantendo la messa in scena e mettendo così anche la sordina alla forza emotiva del suo film. Nota di merito per Simon Helberg, il Wolowitz di Big Bang Theory, nel ruolo dell'accompagnatore segretamente innamorato di Ann e al polo opposto dello spettro del maschile rispetto a Henry.

(www.comingsoon.it)