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Antigone

Regia: Sophie Deraspe

INTERPRETI: Bonifacio Angius, Stefano Deffenu, Michele Manca, Riccardo Bombagi, Stefano Manco, Roberta Passaghe, Mila Angius

SCENEGGIATURA: Sophie Deraspe

FOTOGRAFIA: Sophie Deraspe

MONTAGGIO: Geoffrey Boulangé, Sophie Deraspe

DISTRIBUZIONE: Parthénos Distribuzione e Lucky Red

NAZIONALITÀ: Canada, 2019

DURATA: 109 min.

Selezione Ufficiale al Festa del Cinema di Roma, 2019

ANTIGONE aggiorna al Canada di oggi la celebre tragedia di Sofocle, raccontando la storia di una famiglia di immigrati di origine algerina. Per l'esattezza, a Montréal arrivano Méni e i suoi quattro nipotini, Eteocle, Polinice, Ismene e Antigone, costretti a fuggire dal loro villaggio in Algeria dopo la morte dei genitori dei ragazzi. L'adattamento alla nuova vita sul continente nordamericano è molto diseguale: Antigone è una studentessa modello, mentre Polinice si dà alla delinquenza con un gruppo di giovani criminali, chiamati Habib. Un giorno interviene la polizia, e in quell'occasione Eteocle muore, mentre Polinice viene arrestato e, non avendo ancora la cittadinanza canadese, rischia la deportazione. Convinta che lui non sopravvivrebbe nel villaggio natale, Antigone cerca di escogitare uno stratagemma con l'aiuto dell'amico Emone, e la sua causa diventa un fenomeno virale sui social. Ma l'aiuto della rete sarà sufficiente per salvare il fratello?

La regista e sceneggiatrice Sophie Deraspe, al quinto lungometraggio, ha deciso di mescolare gli elementi del testo di Sofocle (l'amore fraterno e la giustizia del cuore contro quella tradizionale) con l'adattamento libero di un fatto di cronaca nera risalente al 2008, quando un immigrato honduriano fu ucciso da due poliziotti, rimasti impuniti nonostante la morte del giovane fosse immotivata. Ed è proprio quando si discosta maggiormente dal canovaccio greco e si concentra sulle falle del sistema giudiziario del Québec che il film mette in evidenza la propria forza espressiva, rappresentata principalmente dalla grande performance di Nahéma Ricci, veicolata soprattutto attraverso strazianti primi piani. Solo in alcuni punti si percepisce la natura parzialmente teatrale del progetto, ma questi non diluiscono più di tanto l'impatto emotivo di una pellicola che mette a nudo le ingiustizie di oggi partendo da una tragedia di secoli fa. E lo fa con una forza tematica e visiva che giustifica pienamente andarlo a scovare in sala, dove si troverà in una posizione di svantaggio per come il pubblico odierno è stato abituato ma, come la giovane Antigone, non per questo demorderà.

(https://movieplayer.it)

(…) I nomi di questa tragedia greca attualizzata non cambiano rispetto all'originale: Antigone, Polynice, Étéocle, Ismène, Hémon. Le figure del film sono mitiche come i loro modelli, emblemi di una condizione universale dell'umanità. Il senso di un adattamento, in fondo, risiede nella tensione fra il vecchio e nuovo, fra il tema originario e la sua evoluzione in un contesto diverso. La regista canadese Sophie Deraspe rielabora gli elementi dei suoi lavori precedenti - la sospensione fra documentario e finzione di Segni di vita, la riflessione sullo scontro fra natura e cultura di Les loups - e si sofferma sul legame fra classicità e contemporaneità, sul significato collettivo della tragedia antica e sul valore politico delle tragedie di oggi.

(…) Il senso di questa nuova Antigone sta nella riproposizione del concetto di militanza, in un moderno invito alla rivolta. La sua trasformazione in una carcerata a capo di una comunità di individui (le compagne di prigionia) fa dell'eroina non più una figura solitaria e volitiva, ma una forza trascinante, una leader. Gli occhi famelici, il fisico minuto, l'aspetto androgino della semi-esordiente Nahéma Ricci, attrice canadese di origine magrebina, sono trasformati nell'espressione di una alterità non prevista e dirompente. Non è un caso - al di là, ancora, dell'idea pretestuosa - che l'azione di Antigone avvenga anche via social network, con i video in stile Tik Tok: è la modernità a doversi piegare al volere del singolo e poi della massa, e non viceversa. ANTIGONE, dunque, spezza i legami di senso fra le cose che la società offre come monolitici - dall'idea degli immigrati a quella dei carcerati, dall'immagine della donna a quella, per l'appunto, della comunicazione digitale. E Sophie Deraspe, sospesa fra il rispetto della classicità e una generica idea d'impegno, trova in questa sua creazione una nuova forma di ribellione, un altro modo di intendere, interpretare, sfruttare la realtà. La rivolta è prima di tutto linguistica e di genere, dal momento che l'attualità della tragedia è sempre negoziabile, e dunque ancora universale e senza tempo.

 (www.mymovies.it)

 

Lo sappiamo tutti bene e, leggendo il titolo ANTIGONE, non possiamo fare altro che ripensarci: i greci avevano già esplorato ogni tipo di storia. Qualsiasi aspetto della condizione umana, dei rapporti interpersonali, dei dubbi e delle inquietudini di un mondo calpestato anni addietro dai nostri predecessori, che dell’amore, della guerra, della paura e della felicità hanno decantato per tutta la loro gloriosa era. È per questo che è così facile trovare collegamenti con la nostra contemporaneità, con la contemporaneità di qualsiasi epoca. La classicità degli scritti greci si ripropone invariata e coincidente con ogni tempo, in virtù di quell’universalità consacrata e testamentaria che ne denota la lungimiranza. Uno spettro che si estende su tutte le nostre narrazioni e quelle che ancora dovranno venire, che dall’archè primordiale trarranno la linfa per i loro racconti. Una totalità nell’indagare situazioni e personaggi che possono a propria volta ispirare una personale rielaborazione delle vicende del mito, riadattandole ai propri giorni non solo per dimostrarne il ripetersi costante e solo apparentemente in divenire, ma per palesarne l’indicibile verità a cui nessuno vorrebbe sottostare. Quella che, nonostante l’intelletto e il progressismo che ci portiamo dietro, continua a porci sempre davanti agli stessi drammi, troppo complessi e intrinsecamente insediati nella nostra natura da poter essere mai veramente estirpati.

È riadattando la tragedia di Antigone che la regista e sceneggiatrice Sophie Deraspe intercorre come narratore per collegare il dramma di Sofocle e le problematiche razziali del nostro tempo. Un film che trae il proprio titolo anche dal nome della protagonista, che ne presenta infatti la medesima ricerca di giustizia e una ragguardevole risolutezza, ma che si guarda bene dal riportare gli accadimenti seguendone pedissequamente le stesse dinamiche, utilizzando il racconto del poeta greco più come pulsione creatrice che diretta fonte di assetto per i pilastri dell’opera filmica.

Se gli avvenimenti e i caratteri vengono stravolti dalla scrittura dell’autrice, sono la legge morale e la legge degli uomini a tornare a occupare il proprio posto nelle vicende di Antigone, a conferma che nulla può essere più rilevante del fulcro del testo originale, che vedrà un cambiamento solamente nell’aspetto drammaturgico e nelle piegature di contorno della pellicola della Deraspe. L’Antigone della regista canadese è sempre una sorella e lotta ancora una volta per proteggere la dignità e la sicurezza dei propri fratelli. Se era di tradimento e di Stato che Sofocle tratteggiava le impurità, è dell’immigrazione forzata e dell’impari trattamento di diritti che la cineasta tratta. Se era un luogo in cui seppellire il fratello morto quello che cercava la protagonista della tragedia, è un luogo da poter chiamare casa quello che invece tenta di mantenere la giovane attrice. La distanza della trama, eppure le molteplici vicinanze che fanno dell’antica Antigone la rappresentante migliore per contrastare lo stato di potere attuale, che nell’integrazione cerca la propria risoluzione, ma ne sembra uscire costantemente sconfitto.

L’occhio attento della regista e sceneggiatrice mantiene la solennità delle parole del tragediografo greco, correlandola alla modernità che amplia il processo di Antigone e sceglie di fare della contemporaneità quotidiana il proprio asso per la messinscena. Una grazia raffinata, a tratti melodrammatica anche solo per l’uso stesso della macchina cinematografica, che stempera la propria liricità con la comprensione e l’aggiunta di inserti social e mediali, parti integranti dei fenomeni sociali che la regista rende incorporati e visivi. Sia in quei contesti comunitari, che nell’intimità di sequenze che donano gran soavità nella loro composizione collettiva, la protagonista Nahéma Ricci-Sahabi è catalizzatrice di sguardi e nervo di emozioni che attraversano ogni sua singola fibra muscolare. Un viso giovane, ma una maturità che traspare da quegli occhi ghiacciati che non hanno bisogno di dire altro. Una vera rivelazione, per un’interpretazione da paladina della storia, che lascia tramortiti a ogni consecutiva inquadratura. Quando il presente incontra il passato, quando il cinema prende dal decoro del teatro greco, quest’arte permette la nascita di un film come Antigone, di un’amenità rara e dolorosa, trovata nella coincidenza dei temi eterni dell’età ellenistica e delle atrocità di oggi che, nonostante il loro essere un potenziale distruttivo, riescono a essere espressi da Sophie Deraspe con infinita bellezza.

(www.cinematographe.it)