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Ariaferma

Regia: Leonardo Di Costanzo

INTERPRETI: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano

SCENEGGIATURA: Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero, Valia Santella

FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi

MONTAGGIO: Carlotta Cristiani

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, Svizzera, 2020

DURATA: 117 min.

Presentato al Festival di Venezia 2021, nella Selezione Ufficiale - Fuori Concorso

ARIAFERMA. Le parole restano unite, incollate, come se l’immobilità dell’espressione ne risultasse amplificata. E l’aria è davvero ferma dentro a una prigione. Un po’ come il tempo che sembra non scorrere mai. Per questo, in carcere, il lavoro quotidiano, le visite e tutto ciò che può distrarre da una routine imposta dalla colpa, diventano salvezza. Nell’immaginario carcere ottocentesco di Mortana la restrizione della libertà (già eccezionale di suo) diventa ancora più straordinaria quando, nell’operazione di dismissione della struttura, la burocrazia “si scorda” di 13 detenuti e, di conseguenza, degli agenti penitenziari che dovranno, necessariamente, vigilarli: tutti costretti ad aspettare un nulla osta che potrebbe (forse) arrivare già l’indomani, come nel teatro dell’assurdo di Samuel Beckett.

Parte da qui il racconto di Leonardo Di Costanzo: il suo “Ariaferma” è un film importante per come si cala in quella immobilità monolitica, insinuando crepe di umanità che travalicano il confine rassicurante tra guardie e ladri costringendo, infine, a guardare in modo diverso la realtà carceraria e a scardinare il gioco delle parti. Che qui sono rappresentate dall’agente Gargiulo (Toni Servillo) e dal detenuto Carmine Lagioia (Silvio Orlando) che, in condizioni “normali”, resterebbero fedeli al ruolo loro assegnato. Ma a Mortana accade qualcosa di inaspettato: l’ozio dei detenuti e il loro confino nel confino rischiano di mettere a repentaglio quel mondo e di farlo implodere da dentro. Gargiulo, integerrimo e ligio alle regole, lo comprende e, pur tra le riserve degli altri agenti, acconsente che Lagioia, insieme al giovane detenuto Fantaccini, prepari i pasti per gli altri carcerati e per le guardie.

Viene così superata, per la prima volta, una netta linea di demarcazione fino all'impensabile ultima cena tutti insieme, al centro di uno spazio che, non a caso, ha la forma di un cerchio come se le geometrie lineari dei bracci del carcere sbiadissero, sublimando, nel buio di una notte senza elettricità, una comunanza inimmaginabile.

La stessa che, in realtà, unisce il dentro da un fuori che, in fondo, è sempre dentro perché sta all’interno delle medesime mura. “E’ tosta sta’ in galera, eh?”, dice Lagioia a Gargiulo, con quest’ultimo che risponde stizzito “Tu stai in galera, io no”, suscitando nel primo un commento lapidario che sa di verità: “Ah sì?”. In questo scambio di battute si nasconde tutto il dramma di uomini che passano la vita tra le sbarre, per colpa ma anche per semplice lavoro. Leonardo Di Costanzo li osserva con una sguardo che fa della misura la sua cifra, che non giudica (per quasi nessuno dei detenuti si conosce il motivo e la gravità dell’internamento) e che sostituisce al contatto (che il carcere trasforma in qualcosa di raro) altri sensi: il gusto di un pasto “fuori” dal comune, la vista di una tavolata unita e, infine, una inattesa memoria che risale fino all’infanzia. Quando tutti erano innocenti.

(mattinopadova.gelocal.it)

 

Una continua, logorante tensione inesplosa, come nei migliori film di genere, va di pari passo con una straordinaria capacità di raccontare eventi e personaggi in maniera sfumata e senza paura della complessità. Con ARIAFERMA il regista Leonardo Di Costanzo parla del carcere, ma anche di tutti noi, di una vita dominata da gerarchie, divisioni e regole che vanno superate nel nome di una comprensione comune, e di una comune umanità. Volti e interpreti perfetti (Toni Servillo e Silvio Orlando protagonisti di una gara di bravura tutta in sottotono), e una scrittura complessa e intelligente che si traduce in immagini concretissime e quasi oniriche al tempo stesso. Uno dei film migliori di Venezia.

I personaggi sono i poli magnetici del film di Leonardo Di Costanzo: i vertici delle rispettive fazioni, quelli che meglio di tutti capiscono dove si trovano, in che situazione sono finiti e come si devono comportare, trovando terreni comuni a forza di strappi, duelli psicologici, sporadici e composti duelli verbali dai toni bassi e compressi. "Io e te non abbiamo nulla in comune," si lascia scappare Gaetano a un certo punto, sotto tensione. Ma lo sa benissimo che non è vero. Lo sa benissimo Di Costanzo, anche sceneggiatore con Bruno Oliviero e Valia Santella, che ha costruito il film quasi a confutare questa tesi bislacca. Per avvicinare davvero i poli del film, e per evitare che la loro reazione sia esplosiva serve un catalizzatore. In scena arriva quindi Fantaccini, ragazzo problematico che diventa il tredicesimo detenuto dopo l'ennesimo scippo. Gaetano, che l'ha visto entrare e uscire di lì troppe volte, gli vuole bene: non riesce a nasconderlo. Perlomeno non allo sguardo silenzioso, attento e intelligente di Lagioia. Che, a modo suo, prende anche lui a benvolere il ragazzo. Eccola, allora, la cosa in comune: l'umanità, il prendersi cura. Anche a costo di violare le regole, scritte e non scritte, che magari son più assurde dell'atto vietato. Quella stessa umanità che, in ARIAFERMA, sta dentro ogni singolo personaggio, perfino i più marginali, i più spigolosi, i più moralmente complicati. Perfino in coloro che vengono disprezzati dagli altri detenuti, i paria dei paria.

Volti e interpreti perfetti (ci sono anche Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Leonardo Capuano e molti altri ancora); sceneggiatura precisa; un raro equilibrio narrativo essenziale ma carico di senso ed emozione; un uso della macchina da presa che, senza inutili virtuosismi, è capace di raccontare il carcere - quel carcere, ma forse anche l'idea stessa del carcere - in maniera ruvidamente realistica rendendolo al tempo stesso un altrove astratto e indefinito, vagamente da incubo. Chiusi in quella bolla spazio-temporale, in uno strano e forzato panopticon, i protagonisti di ARIAFERMA rimangono separati da sbarre spesso invisibili, ma al tempo stesso imparano progressivamente a lasciare che quella divisione si faccia permeabile, liquida, mobile. Il processo è delicato. Ogni minima soluzione, instabile. In ogni istante la tensione latente sembra poter esplodere, sembra poter scoccare la scintilla della rivolta, o partire l'arroccamento nel proprio mondo e nelle rispettive gerarchie.Ma il mondo di tutti, detenuti e guardie è uno solo. Il carcere, certo. Ma anche quello in cui viviamo, sempre alle prese con settarismi, rivalità, paure, divisioni, intransigenze. E sempre, invece, bisognosi di un contatto umano, di una riservata confidenza, di una confessione a mezza bocca. Di un momento di condivisione improvvisato e inedito con chi, di solito, consideriamo altro da noi.

(www.comingsoon.it)

 

Leonardo di Costanzo ci immerge in un mondo in animazione sospesa, un limbo decadente in cui ognuno deve rivedere e riconsiderare le proprie posizioni, tra proteste e rifiuti, compromessi e concessioni, mentre due mondi diversi sono costretti e venire a patti e trovare dei punti di contatto e sovrapposizione. Il regista di ARIAFERMA cura le immagini, sceglie inquadrature e punti di vista, ma non lascia mai che siano queste a prendere il sopravvento sullo spaccato di umanità che emerge da questa atmosfera sospesa, ben sottolineata anche dalle scelte musicali e i ritmi messi in campo dal compositore Pasquale Scialò.

Guardie, detenuti. Due mondi distanti ma costretti a condividere lo stesso spazio. Due ambiti differenti che, nella nuova situazione che si è venuta a creare, si sovrappongono e ruotano attorno a due figure carismatiche di riferimento: da una parte l'ispettore Gaetano Gargiulo del solito intenso Toni Servillo, dall'altra il carcerato Carmine Lagioia incarnato con misura dalla prova di Silvio Orlando. Due individui che hanno poco in comune, che partono da posizioni opposte per riscoprire la loro umanità in quel punto di contatto rappresentato dal nuovo arrivato Fantaccini. Due pilastri di un racconto che non si limita solo a loro e apre sempre più alla coralità, come dimostra la magnifica sequenza della cena durante il blackout; li sceglie piuttosto come rappresentanti del senso di spaesamento e del cambiamento a cui porta, come ancore a cui lo spettatore può legarsi per entrare in punta di piedi nel contesto ambientale che l'autore vuole raccontarci, una situazione fuori dal tempo e forse utopistica in cui anche contrasti, diffidenze e sospetti possono essere sospesi.

 (www.movieplayer.it)

 

(…) ARIAFERMA è un film profondamente umanista, capace di usare la metafora del carcere per ragionare sul senso collettivo dell’isolamento. Non solo quello dovuto alla pandemia cui viene facile pensare, ma in scala più ampia all’ingabbiamento e alla reclusione come sentimenti universali. «Non ho mai fatto male a nessuno. Non ho debiti di nessun tipo. E questo mi dà una serenità che tu non conosci. Io e te in comune non abbiamo niente» dice Gargiulo a Lagioia a un certo punto. Sembra quasi non crederci nemmeno lui, di provare a convincere per primo se stesso. Le cose che lo accomunano al suo avversario – e che nel film pian piano vengono fuori – sono invece molte. Non sul tema della colpa o della responsabilità, ma su quello della libertà.

(www.cineforum.it)