Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

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Atlantide

Regia: Yuri Ancarani

INTERPRETI: Daniele Barison, Maila Dabalà, Bianka Berenyi, Jacopo Torcellan

SCENEGGIATURA: Yuri Ancarani

FOTOGRAFIA: Yuri Ancarani

MONTAGGIO: Yuri Ancarani

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Italia, Francia, Usa, Qatar, 2021

DURATA: 104 min.

 

La laguna rappresenta un rifugio per molti giovani veneziani. Tra di essi, Daniele, giovane ventiquattrenne che si distingue dai suoi coetanei per un carattere più schivo e una vita più solitaria. Tutti loro, però, condividono la passione e il culto del barchino. Avere l'imbarcazione più veloce è sinonimo di potere e anche il protagonista, dopotutto, vorrebbe battere il record di velocità. Decide quindi di rubare un'elica, azione che lo porterà a vivere tragici eventi. Intanto, lo seguiamo nelle sue relazioni amorose e nei confronti con gli altri ragazzi della città.

Yuri Ancarani è un regista e video artist che rifiuta qualsiasi forma di conformismo e ATLANTIDE ne è una prova lampante. Dall'estetica alla rappresentazione di Venezia, ogni elemento vuole avere una nota d'originalità. Si discosta dall'idea tradizionale di cinema e propone una nuova maniera di sperimentare con l'arte, molto provocatoria. Le riprese del film sono durate circa tre anni e la storia è stata concepita senza sceneggiatura. A disegnare il film è stato quindi il montaggio. Questa scelta si risente spesso e, talvolta, la narrazione sembra sfilacciata e confusa. Manca qualche elemento connettivo ma il fil rouge del film non sta nella storia, bensì nell'aspetto visuale. A valorizzare il film e a renderlo unico è l'abile lavoro alla fotografia e alla post produzione. Luci al neon e movimenti di camera singolari trasformano il film in una intrigante e contemporanea esperienza visuale. L'acqua di Venezia si sposa a meraviglia con questi giochi di luci, colori e riflessi. La città si trasforma in un oggetto malleabile che offre infinite possibilità artistiche. Oltre alla capacità di regalare immagini originali e suggestive, Venezia svela le sue parti più nascoste. Yuri Ancarani si interessa alle piccole isole circostanti, come Sant'Erasmo e San Francesco del Deserto. Non è la Venezia da cartolina a cui siamo abituati, ma è anch'essa la vera Venezia. La prima mezz'ora del film si prende tutto il tempo necessario per immergere lo spettatore in un luogo così poco esplorato al cinema. Curiosamente, in alcune scene il paesaggio viene inserito nel mondo del lavoro e in altre, è totalmente denaturalizzato. Nel primo caso, il regista mostra il lavoro a contatto con la natura nei campi, l'importanza di raccogliere le bottiglie di plastica gettate in mare e la necessità di fare manutenzione nelle aree artificiali della città. Nel secondo caso, invece, la città sembra ospitare un viaggio psichedelico. I giovani, infatti, vivono la loro vita fatta di gare di velocità con i barchini, feste illegali e uso di droghe come valvole di sfogo. Rincorrono la velocità ma sono tutti un po' persi in loro stessi e nell'ambiente circostante. È un triste ritratto di una giovinezza attuale e Daniele Barison (Daniele anche nel film) incarna il ruolo con realismo, inserendosi perfettamente nel contesto cupo voluto dall'autore.

Un altro fiore all'occhiello di questo film, è la colonna sonora costituita prevalentemente da musica elettronica. Tra gli autori ritroviamo Sike Luke, Francesco Fantini, Lorenzo Senni e qualche pezzo della Dark Polo Gang: senza dubbio un repertorio giovanile e contemporaneo. I pezzi dal ritmo martellante esteriorizzano il fuoco interiore di Daniele e richiamano il mondo dei video clip musicali. L'energia del film risiede dunque nella sua forma e nella sua originalità; Atlantide è, così, un'opera sperimentale riuscita che si avvicina più alla sfera artistica che cinematografica.

 (www.mymovies.it)

 

Atlantide, tradotta in inglese come “Atlantis”, è la famosa città sommersa del mito greco, una metropoli dove l’acqua scorre lungo le strade e in cui sono presenti imponenti strutture civiche. Yuri Ancarani ripropone in parte questo senso di fantasia con il suo secondo lungometraggio, aggiungendo un’ulteriore finzione innaturale nel suo tipico sguardo documentaristico. L’isola città di Venezia ci è molto familiare da un punto di vista visivo, sia se ci siamo stati o no; non dobbiamo continuare a pensare ai film passati che l’hanno rappresentata come l’isola degli innamorati per eccellenza, o a quanto sia affascinante fotografare le sue calli e i suoi ponti bizzarri alla MC Escher. Ancarani fa di tutto – e possiamo percepire il suo sforzo – per farcela vedere in modo nuovo e preferisce mettere l’aspetto civile della città sotto una luce rivelatrice. Il film è stato uno dei primi ad essere proiettato in anteprima nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia di quest’anno.

Il film ha un contenuto abbastanza aperto, per questo qualsiasi associazione o interpretazione personale non sembrerà troppo inverosimile; Ancarani ha una reputazione ancora maggiore nel circuito delle gallerie, e opera in un ambito che di norma permette allo spettatore di avere più spazio per questa modalità di visualizzazione. Atlantide ricorda più che altro il classico underground Two-Lane Blacktop di Monte Hellman (altri potrebbero compararlo in particolar modo alla serie di Fast & Furious) – una visione inspiegabilmente esistenziale della cultura delle macchine californiana e delle autostrade tortuose tipicamente americane. In questo caso le macchine vengono sostituite da motoscafi, il barchino per essere precisi; queste cose vengono feticizzate, divinizzate, e curate da una sottocultura di giovani che sembrano aver rinunciato a tutto per vivere l’adrenalina di guidare un motoscafo che attraversa le onde come un coltello caldo nel burro.

Proprio come il suo spirito affine, il documentarista italiano Roberto Minervini, Ancarani ha scelto una persona reale per il ruolo di un personaggio a lui molto vicino, che mette in atto i suoi comportamenti tipici e le sue routine durante la messa in scena del regista (il quale descrive se stesso come un effetto “scultoreo”). Il personaggio principale è Daniele, un giovane uomo distratto e malinconico che vive a Sant’Erasmo, un’isola meno conosciuta coperta di verde, che si trova a nord-est della parte più popolata di Venezia. La sua vita è vuota, ma ricca di motivazione: vuole arrivare in cima alla classifica, dato che le punte di velocità massima in km/h vengono scolpite su un palo di legno lungo la costa. La sua ragazza Maila ama i piercing e gli sport ed è completamente innamorata di lui, ma decisamente meno della sua passione che oltre ad essere pericolosa può anche indurre alla nevrosi. (…) In un controcampo significativo, lo smartphone di una turista scatta una foto a Daniele, identificandolo come una sorta di tipicità locale, una curiosità intravista in un luogo esotico. Mentre il regista rimane attaccato in maniera risoluta ai veri e propri residenti veneziani, spesso invisibili, fa apparire la turista stessa come una presenza aliena.

L’inquietante finale del film della durata di dieci minuti abbandona completamente una visione realistica, con Ancarani che crea per lo spettatore un ciclo di esperienze visive di tipo psichedelico che potrebbe avere forse un ruolo a sé stante in una quieta galleria d’arte. Mentre alcuni potrebbero accusarlo di essere troppo slegato dai primi due terzi del film, la sua trasformazione dei canali veneziani in una mise en abyme di tralicci sinuosi fornisce un bel insegnamento: bisogna guardare le cose diversamente altrimenti potremmo perdere ciò che sono realmente.

(www.cineuropa.org)

 

(…) È un’invasione vera e propria, potente e rumorosa, come quella sul finale del suo film verso piazza San Marco. Pura ribellione, pura invasione dal basso che canta Tony Effe e viene accompagnata da Sick Luke tra i solenni palazzi veneziani. Ed è invasione anche dal punto di vista linguistico. Perché per Ancarani vale un po’ lo stesso discorso che si fece durante la Festa del cinema di Roma per Gipo Fasano e il lavoro sul videogame svolto per Le Eumenidi. Dove i violenti pariolini rompevano la realtà tramite i codici segreti di GTA, riuscendo a proteggersi dentro la bolla della Roma bene e di nascosto far compiere un movimento verso il centro al male e al “marciume” che, cinematograficamente parlando, nell’ultimo periodo ha sempre abitato le periferie. È una nobilitazione di un linguaggio contrario al cinema, che per anni ha ricercato strutture e schemi che adesso sono saltati. A favore di una maggiore immersività e libertà.

Filmmaker e video-artist Ancarani lavora tra documentario e cinema. Non rispetta delle strutture narrative, non sono importanti. Si abbandona sotto cassa al flusso di immagini. E se Fasano si appropriava del linguaggio del videogame, il regista di Rimini si appropria del videoclip e ne fa centro del suo progetto filmico. La macchina viene presa d’assalto, il film procede tra grossi blocchi di videoclip Trap a bordo barca, dove l’unica cosa importante è prendersi la scena. I suoi personaggi sfondano la quarta parete, entrano in contatto diretto con lo spettatore per sedurlo. Finalmente sono al centro del fotogramma. Spingono ed eccedono, finalmente visibili, finalmente protagonisti nonostante siano cartacce in mezzo ai vicoli di Venezia. E si fanno trasportare dal vento e dall’acqua che li attira come una sirena sempre più verso il baratro di una città da dominare, come la vita, prima che tutto diventi acqua, prima che tutto affondi per sempre.

 (www.sentieriselvaggi.it)