Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Atlantis

Regia: Valentyn Vasyanovych

INTERPRETI: Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka, Vasyl Antoniak, Lily Hyde, Philip Paul Peter Hudson, Igor Tytarchuk,

Sergiy Komishon, Sergiy Livitsky, Vitaliy Sudarkov, Kateryna Popravka

SCENEGGIATURA: Valentyn Vasyanovych

DISTRIBUZIONE: Wanted Cinema

PAESE: Ucraina, 2022

DURATA: 108 min.

76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Primo premio nella sezione Orizzonti

PRESENTAZIONE E CRITICA

Secondo il mito Greco Atlantide era una grande potenza che dopo aver fallito l’invasione di Atene sarebbe sprofondata in mare per opera di Poseidone. ATLANTIS non ha molto a che fare con la mitologia greca ma parla di una civiltà perduta distrutta dalla guerra e di un territorio deserto, terreno di scavi archeologici. Diretto da Valentyn Vasjanovyč, è un film del 2019 che attraverso la distopia mostra l’Ucraina del 2025, un anno dopo la fine della guerra in Donbass. Visti i recenti accadimenti forse riferirsi ad ATLANTIS come un film distopico non è poi così corretto e la lungimiranza del regista in merito fa spavento.

La pellicola racconta il tentativo di un ex-soldato di rifarsi una vita dopo la guerra, in una terra abbandonata a se stessa e inabitabile. Presentato alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film vinse nella categoria Orizzonti per poi essere riproposto nelle sale italiane 3 anni dopo da Wanted Cinema. ATLANTIS è un film straniante, composto da poche inquadrature quasi sempre fisse e una narrazione non lineare; uno stile di regia lontano dagli standard hollywoodiani a cui siamo abituati ma incredibilmente efficace nel raccontare un mondo ormai immobile e privo di vita.

ATLANTIS inizia mostrando dei soldati che uccidono e seppelliscono un uomo, visti attraverso un visore termico. Nel blu gelido del territorio, l’unica fonte di luce è data dal calore corporeo di uomini intenti ad uccidere altri uomini. Il calore sembra essere un elemento quasi assente nel mondo in cui si muovono i personaggi. Dopo la guerra non è rimasto nient’altro che neve e pietre; persino l’acciaieria in cui lavora il protagonista viene chiusa. L’amico di Serhij sembra aver compreso la desolazione che li circonda ed incapace di accettare il freddo deserto si tuffa in un calderone pieno di lava. La guerra non porta altro che distruzione, si combatte fino alla morte affinché le bombe cessino di cadere e i fucili smettano di sparare, ma anche dopo la fine ciò che resta è distruzione. 

 ATLANTIS si avvale di una regia molto particolare. I personaggi non sono i soggetti principali e ci viene detto ben poco su di loro, mentre il territorio sembra essere il reale protagonista. Le inquadrature fisse restituiscono l’idea di un mondo immobile, popolato da poche persone ancora in conflitto tra loro. Nonostante la guerra sia finita, i conflitti ideologici sono ancora vivi e c’è chi rimpiange la difesa del Donbass, preferendo il dominio russo. Ma tutto ciò ormai non è importante, tanto che i dialoghi sono ridotti al minimo lasciando parlare le immagini. La macchina da presa non si muove quasi mai, se non in quelle poche scene in cui un sentimento è tirato in ballo. La morte di un uomo, l’amore o il tentativo di salvare un altro essere umano. Questi pochi sprazzi di vita sono le uniche volte in cui i personaggi (e la macchina da presa) prendono il sopravvento su un territorio a loro ostile.

Il regista è riuscito a delineare un contesto disarmante con una regia minimale e straniante. Il film ha infatti un ritmo molto lento e non sono poche le sequenze in cui “sembra non stia accadendo nulla”. Ogni inquadratura, in realtà, nasconde vari dettagli che raccontano le conseguenze della guerra e la fine di un popolo. Non tutti potranno apprezzare a pieno ATLANTIS, un film che all’apparenza potrebbe sembrare vuoto, senza una storia o dei personaggi che muovano la trama. Questa è invece la caratteristica più forte del film. Come raccontare altrimenti una landa deserta e senza vita, se non restando immobili? L’assenza di dinamismo è esempio perfetto di un mondo vuoto, un’Atlantide che non è sprofondata nel mare, è ancora lì, tangibile ma abbandonata a se stessa.

 (www.filmpost.it)

In un futuro prossimo la guerra tra Ucraina e Russia nella regione del Donbass è finalmente terminata. L'ex soldato Sergeij è tornato dal fronte con una sindrome da stress post- traumatico e non riesce ad adattarsi alla nuova realtà. Dopo il suicidio del migliore amico, anch'egli reduce di guerra, e dopo la chiusura della fonderia in cui lavora, Sergeij aderisce al progetto di un'associazione di volontari specializzata nel recupero di cadaveri di guerra. Poco alla volta, lavorando accanto alla responsabile Katya, capisce che un futuro migliore è possibile. Il resoconto secco, spietato, stilisticamente controllato, di un ipotetico ma estremamente realistico dopoguerra nell'Ucraina libera dal conflitto con la Russia. Un mondo in cui la ripresa dalla vita è resa impossibile dal trauma psicologico dei sopravvissuti e dall'avvelenamento della terra. Un incubo dal quale, però, può ancora nascere una speranza.  Valentyn Vasyanovych è un regista e direttore della fotografia ucraino. Ha diretto quattro film e curato la fotografia del cult The Tribe di Myroslav Slaboshpytskkyi. È un autore dalla mano precisa, sicura, che osserva con la macchina da presa lo stato del suo Paese, da anni coinvolto in una guerra secessionista che coinvolge la parte orientale del paese, quel Donbass già al centro dell'omonimo film di Sergei Loznitsa. ATLANTIS non è la cronaca del conflitto: è il resoconto di ciò che esso si sta lasciando alle spalle, e che nella finzione del film è già un fatto concluso, una condizione da cui ripartire. Idealmente ricorda un altro grande film della stagione, Beanpole di Kantemir Balagov, che racconta l'immediato dopoguerra nella Leningrado sopravvissuta all'assedio nazista: entrambe sono opere che catturano con sguardo estremamente formalista il trauma psicologico di chi resta in vita, un blocco sia individuale sia collettivo.  Nel futuro immediato immaginato da ATLANTIS Sergeij vive immerso nella realtà del conflitto, sa solo sparare, non si adatta alla fabbrica, cerca luoghi dove combattere. La morte e la perdita del lavoro - in due scene visivamente stupefacenti, una con la ripresa in tempo reale di un suicidio, l'altra che sembra uscita da "1984" - segnano un punto di non ritorno. Per andare avanti, Sergeij deve tornare nel passato, scavare nella terra dal quale emergono cadaveri senza nome che infestano il suolo sul quale cammina.

(www.mymovies.it)

Chi avesse ancora negli occhi la potenza visiva di Reflection sa cosa aspettarsi dall’impianto scenico lavorato da Vasyanovych: quadri in gran parte fissi, inquadrature sovente frontali, e che lavorano sulla spazialità prima ancora che sulla profondità, ricorso al piano sequenza. Si accede ai film di Vasyanovych lasciandosi immergere nella sua visione, che prevede che il paesaggio, sempre co-protagonista (si tratti di città o di zone brulle), dia la temperie tanto naturalistica quanto culturale, antropologica. Perché Vasyanovych parte sempre dall’umano, e all’umano tende ad arrivare. Lo testimoniano la prima e penultima sequenza di ATLANTIS. In entrambi i casi il regista ricorre alla camera termica: nella prima si assiste al massacro di un soldato da parte di “nemici”, nella seconda un uomo e una donna si stringono l’uno all’altra. Si inizia con la negazione dell’umano, e la sua eliminazione, e si termina con la riaffermazione dello stesso. L’utilizzo della camera termica non è solo un espediente visivo che conduce le due sequenze al limitar dell’astrattismo: là dove l’occhio umano non potrebbe accedere, non potrebbe vedere, è il cinema a potersi spingere, grazie al calore dei corpi che si trasforma in luce. L’immagine è “merito” della tecnica, ma è possibile solo grazie la vita, anzi attraverso la vita. Solo l’essere umano ha senso, ancor più in un futuro prossimo in cui la terra è completamente inquinata dalle bombe lanciate – non si sa da chi, perché in ATLANTIS le due parti in lotta sono interscambiabili –, e l’acqua non è più potabile.

Il lavoro è un altro elemento fondamentale di ATLANTIS: la fine della guerra porta anche allo smantellamento della fonderia in cui lavora Sergeij (e nella quale si è suicidato il suo unico amico, lanciatosi direttamente nel magma di fuoco), perché l’Occidente che ha “aiutato” l’Ucraina ora l’abbandona al suo destino, delocalizzando altrove. Ricorrendo anche a immagini che rimandano all’avanguardia sovietica Vasyanovych si permette, come farà anche nel film successivo, quella complessità nella lettura della situazione del suo Paese che non sembra essere concessa in questa fase di bellicismo così paradossale da far mettere alla berlina perfino l’ANPI. L’Ucraina post-bellica è un deserto che ha vissuto l’Apocalisse. Chi lavora al recupero dei cadaveri non si fa scrupolo di giudicare questo o quell’altro morto, quale che sia la divisa che indossa. I morti sono morti. Scheletri a cui è doveroso dare sepoltura. In qualche misura è come se Vasyanovych si confrontasse con l’immagine de L’arpa birmana di Kon Ichikawa, capolavoro insuperato del cinema pacifista. L’unico modo per recuperare l’umanità è dare sepoltura, donare dignità a chi è morto, fosse esso ucraino o russo. Perché è grazie all’atto umano che si può tornare a vivere una speranza impossibile, in uno spazio in cui perfino il rapporto sessuale – elemento basico di vita – deve essere compiuto mentre si è circondati di morti.

(www.quinlan.it)