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Bad roads - Le strade del Donbass

Regia: Natalya Vorozhbit

INTEPRETI: Igor Koltovskyy, Andrey Lelyukh, Vladimir Gurin, Anna Zhurakovskaya, Ekaterina Zhdanovich, Anastasia Parshina, Yuliya Matrosova, Maryna Klimova, Yuri Kulinich, Zoya Baranovskaya, Oksana Voronina, Sergei Solovyov

FOTOGRAFIA: Volodymyr Ivanov

MONTAGGIO: Alexander Chorny

DISTRIBUZIONE: Trent Film

PAESE: Ucraina

DURATA: 105 min.

 

Con la guerra attualmente in corso in Ucraina, in molti si sono chiesti se, almeno in ambito culturale, le opere cinematografiche provenienti da quel paese ci avessero messo in guardia circa gli eventi degli ultimi mesi. Un pensiero che non si può discostare del tutto da questa recensione di BAD ROADS - LE STRADE DEL DONBASS, che arriva nelle sale italiane proprio in periodo bellico, a quasi due anni dalla sua prima mondiale alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove ha partecipato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica (per poi essere scelto, negli ultimi mesi, come rappresentante dell'Ucraina nella corsa agli Oscar). Un esordio potente la cui regista, Natalya Vorozhbit, è poi diventata una delle voci della guerra, intervistata da un rifugio antibomba dove si è recata dopo aver dovuto interrompere le riprese del suo nuovo progetto, guarda caso sul rapporto tra un personaggio russo e uno ucraino.

Come esplicitato nel titolo, BAD ROADS - LE STRADE DEL DONBASS parla di ciò che accade quotidianamente nella regione del Donbass, teatro di guerra tra dissidenti filorussi e ucraini vicini al governo in seguito alle proteste di Euromaidan che hanno avuto luogo tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 e già oggetto di analisi cinematografiche come quella di Sergei Loznitsa (il cui più recente lungometraggio di finzione, intitolato appunto Donbass, racconta il conflitto mettendo in evidenza la propaganda mediatica che ha influenzato entrambe le fazioni). Il film racconta quella realtà caotica tramite quattro storie che ne mostrano diverse sfaccettature: un preside scolastico viene bloccato a un checkpoint; una giovane attende l'arrivo del compagno a una fermata di autobus; una giornalista viene rapita da un militante; e una donna, dopo aver accidentalmente ucciso una gallina, cerca di scusarsi con i proprietari dell'animale. C'è chi ancora crede nella speranza e nella bontà umana, ma nel complesso ciò che vediamo è un microcosmo distruttivo che ci ricorda ancora una volta che le guerre non sono una cosa del passato.

È un film di quasi due anni fa, le cui immagini però suggeriscono che potrebbe trattarsi di materiale nuovissimo, come se fosse un curatissimo instant movie. L'ennesima dimostrazione del fatto che ciò che stiamo vedendo in questi mesi tramite i telegiornali e le testimonianze dirette, anche del mondo culturale (basti pensare al regista lituano Mantas Kvedaravicius, altro veterano della SIC veneziana, che è stato giustiziato senza pietà mentre si trovava a Mariupol per documentare il conflitto), altro non è che il crudele aggiornamento di qualcosa che già c'era, la variante più recente di quel virus terribile che è la guerra. Un virus che Natalya Vorozhbit non cerca di debellare, ma capire e spiegare tramite questi quattro racconti che presentano la situazione come qualcosa con cui si impara in qualche modo a convivere. Il risultato è un lungometraggio straziante ma a suo modo anche tenero e umano, che mette in scena una realtà complessa e orripilante dal punto di vista di chi deve pagarne le conseguenze ogni giorno, facendo - nei limiti del possibile - buon viso a cattivo gioco. Una bella promessa di grande talento, che speriamo di rivedere presto dietro la macchina da presa e sui nostri schermi, per raccontare la stratificata realtà del suo paese.

(https://movieplayer.it)

 

Da un pièce teatrale andata in scena a Londra, la drammaturga e regista esordiente Natalya Vorozhbit ha tratto un film a episodi che comunicano l'uno con l'altro e costruiscono l'immagine di un paese diviso tra la realtà del conflitto e una normalità ormai irrecuperabile. Giovedì 24 febbraio, giorno dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, Natalya Vorozhbit si trovava a casa sua a Kiev, con appena quattro giorni di riprese ancora da completare per portare a terminare il suo nuovo film. Come molti, ha preso tutto ed è scappata per rifugiarsi con la famiglia nel nord-ovest del suo paese. A chi l'ha intervistata («il manifesto», 5 marzo 2022) ha detto chiaro e tondo che «la guerra in Ucraina va avanti dal 2014, lo abbiamo urlato in ogni modo, ma tutti giravano la testa dall'altra parte». Come darle torto, d'altronde, visto che il suo film BAD ROADS, presentato nel 2019 alla Settimana internazionale della critica di Venezia passò quasi inosservato, come radiografia di uno scenario di guerra relegato a un angolo d'Europa ancora lontano. Ora che invece lo scenario della guerra in Ucraina è diventato parte del nostro quotidiano, non solo il film viene distribuito nelle sale (e proiettato a Parigi e Londra), ma la sua analisi sottotraccia del conflitto diventa una delle più potenti e scioccanti possibili.

La matrice di BAD ROADS resta anche nella versione cinematografica fortemente teatrale: i quattro episodi del film sono scritti e messi in scena come atti unici in cui due o più personaggi si confrontano in situazioni di fortissima tensione - o di vera e propria violenza - rivelando soprattutto nei dialoghi fittissimi la pervasività di una guerra infiltratasi nel vocabolario delle persone, ridotta a "semplice" sfondo, entrata a tal punto nelle dinamiche relazionali da far ipotizzare la possibilità del pericolo, della morte, dell'orrore in momenti di assoluta banalità (con l'ultimo episodio che lascia basiti per l'ironia e la crudeltà, come una possibile versione grottesca di Un tranquillo weekend di paura). Non si spara mai, in BAD ROADS: il conflitto è nelle parole, negli sguardi, nei sospetti, ovviamente nella violenza dello stupro, nell'azione e nella reazione, nella possibilità di un dialogo fra persone divise dal conflitto, che si risolve però in un dramma. A un occhio e un orecchio attenti, le quattro vicende risulteranno ricche di reciproci rimandi, di parole, situazioni e personaggi che tornano e che insieme creano un quadro umano e sociale composito e al tempo stesso frammentario; il puzzle impossibile da ricomporre - eppure familiare nel suo disegno complessivo - di una realtà segnata da una ferita ormai troppo profonda per essere curata.

La guerra, in BAD ROADS, è il convitato di pietra, il fuoricampo, l'elefante nella stanza troppo grosso per essere visto nella sua interezza. La maturità di Natalya Vorozhbit, che anche nello stile oggettivo e rigoroso non mostra le classiche incertezze di un esordio, sta proprio nel mettere a tema la gravità di una situazione che in realtà nessuno riesce a comprendere. E ora che l'elefante ha distrutto la stanza uscendo allo scoperto, potrebbe essere troppo tardi per misurarne le reali dimensioni.

(www.mymovies.it)

 

(…)  BAD ROADS non è una cronaca o un documento, ma non è neanche solo una metafora. Le storie sono il frutto di testimonianze vere, e hanno ispirato un lavoro teatrale, prima di diventare cinema. Ottimo cinema. Che riesce a essere diretto, fisico, bestiale – per raccontare quanto sia feroce quella realtà – e allo stesso tempo quasi simbolico, universale.

Protagonista: il vuoto. Dentro e fuori gli esseri umani. Passando da una strada sterrata in una terra di nessuno alla fermata di un autobus, da un sanatorio abbandonato a una cascina cadente. L'assurdo del primo episodio, che è insieme surreale e inquietante, scivola dentro l'ansia che alimenta il secondo, il dialogo fra tre ragazzine in cui le parole diventano pietre, l'amore per un “fascista”, l'attesa senza fine di qualcuno che non può arrivare, di qualcosa che non può accadere, circondati dalle esplosioni. Per poi arrivare al terzo episodio, quello più duro, caratterizzato da una violenza insostenibile, ma anche da una complessità affascinante. C'è una ragazza torturata da un militare, senza pietà, anzi, con godimento sadico, e c'è il tentativo estremo di cercare un dialogo anche dentro quel concentrato di follia criminale, di provare a trovare l'uomo sotto la belva, l'assassino che odia gli ebrei, i gay e i “valori europei”, l'ex-ragazzo affezionato alla nonna che dopo aver toccato il fondo è andato sempre più giù, senza più riuscire a risalire. Sì, forse c'è una speranza, ma non nel Donbass, non quando l'esistenza è fondata sulla paura. E a proposito di valori europei, mica male l'ironia crudele della storia finale, l'anti-parabola della brava ragazza che ha investito una gallina e vorrebbe risarcire i proprietari, ma si ritrova prigioniera di un incubo. Eppure, quelle voci fuori campo, quel barlume di coscienza...

Al suo esordio cinematografico, Natalya Vorozhbit (nata a Kiev nel 1975), conosciuta per le sue opere teatrali (andate in scena anche al Royal Court di Londra), per la serie tv School (un successo in Russia), per le sceneggiature (cinema e televisione), dimostra di avere anche un occhio straordinario. Vedi i magnifici totali – pittorici ma crudi, astratti ma veri – che sembrano voler allentare la tensione dei dialoghi incalzanti e dei volti sofferenti (attori tutti notevoli), e invece finiscono per esaltarla: la piazza vuota su una scenografia di palazzine anonime, tra luci elettriche e fuochi di guerra lontani; la breccia di luce tra le rovine in cui si consuma l'epilogo della tortura trasformata in un impossibile sogno d'amore...

(www.cineforum.it)