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Boiling Point - Il disastro è servito

Regia: Philip Barantini

INTERPRETI: Stephen Graham, Vinette Robinson, Alice Feetham, Ray Panthaki, Hannah Walters, Malachi Kirby, Izuka Hoyle, Taz Skylar

SCENEGGIATURA: Philip Barantini, James Cummings

FOTOGRAFIA: Matthew Lewis

MONTAGGIO: Alex Fountain

MUSICHE: Aaron May, David Ridley

DISTRIBUZIONE: Bim

NAZIONALITÀ: Belgio, Francia, 2019

DURATA: 84 min.

PRESENTAZIONE E CRITICA

L'opera seconda di Philip Barantini mette al centro Stephen Graham (che apprezziamo fin dal ruolo di Al Capone in Boardwalk Empire) nei panni dello chef Andy Jones, che gestisce uno dei ristoranti londinesi più rinomati. Attraverso la macchina da presa, che non si ferma mai, seguiamo lui e il suo staff in quella che sembra essere la peggiore serata possibile, in cui pare accadere di tutto. I dipendenti vengono messi a dura prova dagli eventi, mentre provano ad affrontare delle crisi personali. La magia dell'unico piano sequenza pensato per la pellicola si attua in ogni scontro verbale e fisico, in ogni impiattamento in preda al nervosismo e allo stesso tempo calma assoluta, in ogni sguardo rubato, in ogni camminata spedita, in ogni movimento sincopato che i personaggi si ritrovano ad offrire, inconsapevoli, alla telecamera. Il pubblico viene da subito messo in tensione, che il regista riesce a mantenere fino alla fine, tra forchette, coltelli, pentole, fornelli, postazioni disordinate e clienti poco accondiscendenti.

Un plauso va al cast ottimamente scelto per la pellicola e capitanato da Stephen Graham. Perché il cuore di BOILING POINT - IL DISASTRO È SERVITO sono i lavoratori del ristorante: appena arrivati, veterani del mestiere, legittimati a indossare il camice ed essere chiamati chef, oppure tutto il contrario. È in queste dinamiche disfunzionali che Philip Barantini si annida, cercando di spiegarci con pochi dialoghi, sguardi e silenzi quanto accaduto "nelle puntate precedenti" come fossimo in una serie tv. Allo stesso tempo molte storie rimangono in sospeso, perché si tratta di uno scorcio nelle vite di questi personaggi e di questo ristorante, ma è giusto così. È come se attraverso l'occhio della macchina da presa spiassimo nelle loro vite per comprendere un po' meglio come funziona l'altro lato dove siamo abituati ad essere i clienti.

Una menzione speciale però vorremmo farla alla Carly di Vinette Robinson, sous-chef portata all'estremo per lo stress di essere la chef principale senza esserlo davvero, a livello economico e gerarchico. Il monologo che ad un certo punto si ritroverà a fare in cucina, rappresenta una sorta di pre-boiling point di quanto accadrà in seguito, come quando l'acqua bolle ma aspetti lo faccia di più per buttare la pasta. Una grande performance attoriale che non può non coinvolgere il pubblico, che si sentirà chiamato in causa per tutte le volte in cui si è lamentato di un piatto o di un servizio, senza forse realizzare il lavoro che vi è dietro quella pietanza. Rapporti disfunzionali come quelli familiari, perché la cucina è a tutti gli effetti una famiglia, che va nutrita, coccolata, protetta e mantenuta, come ci ha già insegnato in tv The Bear (impossibile non fare un'associazione mentale). L'epilogo della storia, che non vi sveliamo, sebbene sia chiara fin dalle prime battute la denuncia di quel sistema malato e logoro, è sorprendente e devastante. Rimarrà dentro di voi molte ore dopo la visione, quando ci ripenserete e forse addirittura rivaluterete le vostre scelte lavorative.

La cucina viene dipinta ancora una volta - soprattutto ad alti livelli - come sede di profondo disagio psicologico, di pressione continua e un ambiente lavorativo in cui alla fine nessuno vorrebbe lavorare. Se non fosse per il lato profondamente artistico e creativo che circonda i bellissimi piatti creati e impiattati e l'esperienza sensoriale che provoca il buon cibo. Il lucente bancone del bar, i tavoli perfettamente apparecchiati, il caposala gay simpatico che ti invita alla nottata che farà come DJ, il barista sexy che prepara i tuoi drink shakerandoli. Tutto questo offre il punto di vista "da dentro", il making of di un film diviene il dietro le quinte di una cucina. BOILING POINT è un climax ascendente culinario pronto a esplodere, pronto ad uscire con la schiuma dalla pentola a pressione tenuta chiusa più del dovuto, per vomitare in faccia al pubblico tutta l'insoddisfazione e l'inadeguatezza che proviamo come esseri umani. In quest'ottica e contesto è immancabile la figura del critico, quasi meta-narrativo, che fin dai tempi di Anton Ego in Ratatouille utilizza quello culinario per mostrare quello generale: esterno, estraneo alla vicenda, che invece grazie al cibo dovrebbe fare un viaggio di ricordi attraverso i sapori, gli odori, i colori. Da questo film potremmo imparare e guadagnare qualcosa tutti, come persone prima che come aspiranti chef.

(https://movieplayer.it)

 

In uno dei ristoranti più alla moda di Londra, nella sera più movimentata dell’anno, il talentoso capo chef Andy Jones è sul filo di un rasoio mentre crisi personali e professionali minacciano di distruggere tutto ciò per cui ha sempre lavorato. La visita a sorpresa di un ispettore sanitario mette il personale in difficoltà e Andy fa il possibile per attenuare le tensioni.

BOILING POINT – IL DISASTRO È SERVITO (e qui sarebbe doveroso mandare un appello a chi ha scelto il titolo italiano, completamente fuorviante) è il secondo lungometraggio di Philip Barrantini. Attraverso un unico lungo piano sequenza, il regista fornisce una sua descrizione del mondo dell’alta cucina. Questa viene descritta attraverso un’ottica attenta, capace di concentrarsi sui suoi valori fondanti: disciplina, collaborazione, cura dei dettagli. Il ristorante in cui è ambientata la sceneggiatura è ben rodato ma deve fare i conti con una serie di imprevisti – dalla fallimentare visita di un ispettore sanitario alla grave allergia di una cliente – oltre che con i vissuti dei singoli personaggi. Sono proprio quei dettagli a dare credibilità alla storia e a far sì che non risulti mai piatta.

La vita dello chef Andy – interpretato egregiamente da Stephen Graham, già nominato ai BAFTA 2022 per questo ruolo – resta al centro della vicenda con tutte le sue ombre. L’uomo appare in difficoltà sin dal principio ma la situazione è destinata a peggiorare minuto dopo minuto. Le ragioni verranno a galla e coinvolgeranno dipendenze, questioni familiari e problemi economici. Le pressioni arriveranno quindi da più fronti e porteranno lo chef al suo “boiling point”. In maniera del tutto naturale, la sceneggiatura riesce ad inserire molte altre tematiche sfruttando i suoi numerosi personaggi: razzismo, gelosie, complessi, difficoltà personali, omosessualità e molto altro ancora.

Piacevole l’impianto teatrale scelto per la pellicola. L’intera vicenda ha luogo nelle medesime quattro mura, eppure il ritmo sostenuto dei dialoghi non fa mai calare l’attenzione. Lo stile British è evidente, nell’accezione migliore del termine. La BBC sembra aver confermato la realizzazione di una serie tv sequel che potrebbe continuare a raccontare le vicende di questa rovinosa cucina: i presupposti non mancano, perché la visione del film incuriosisce e lascia spazio a diverse questioni che sarebbe interessante approfondire.

(https://www.spettacolo.eu)

 

(…) BOILING POINT è soprattutto un ambizioso progetto teorico che ripensa in un contesto pop le principali linee che legano la forma cinematografica allo sguardo dello spettatore. Il film di Barattini è infatti retto da un ostinato piano sequenza che si snoda tra i tavoli e le postazioni della cucina, di cui la regia riscopre tutti gli elementi radicali. Così BOILING POINT diviene un dispositivo narrativo in costante movimento, che costruisce storie a partire dagli spostamenti dei personaggi e dei conseguenti movimenti di macchina. Ogni tavolo, ogni angolo del ristorante si trasforma dunque in un microcosmo narrativo indipendente: un ragazzo sta per chiedere alla fidanzata di sposarlo ma la tensione nella brigata rischia di sabotare la proposta; Andy prova in ogni modo a dimostrare al suo rivale di avercela fatta malgrado tutto; in cucina, poi, trionfa il racconto iperrealista sulle nevrosi della ristorazione contemporanea, tra autolesionismo, dipendenze, rapporti umani al limite. Basterebbe questo, forse, a ridefinire in modo affascinante la ragnatela di riferimenti del film di Barantini, che in prospettiva dialoga più con La cena di Scola ed il vertiginoso Hard To Be A God di Alksey German Jr. che con la serie FX.

Ma incasellare il film di Barantini in una qualsiasi tradizione potrebbe risultare limitante. Perché proprio a partire da questo piano sequenza che raccoglie e riordina spunti narrativi irrelati, schegge di conversazione, tensioni sotterranee, Boiling Point si rivela clamoroso esempio di cinema senza cinema, un racconto che pare esistere al di là dello sguardo dello spettatore, radicale nella sua ostinazione a sostenersi su un realismo fondato su banali fatti di cucina estratti dall’entropia e resi cinema da una scrittura che tratta ogni preparazione, ogni svolta del servizio con il ritmo serrato del thriller.

(www.sentieriselvaggi.it)