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Brado

Regia: Kim Rossi Stuart

INTERPRETI: Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Saul Nanni, Alida Calabria, Viola Sofia Betti, Rinat Khismatouline, Paola Lavini, Achille Marciano, Alma Noce, Federica Pocaterra  

SCENEGGIATURA: Kim Rossi Stuart   

FOTOGRAFIA: Matteo Cocco Montaggio: Alessio Rivellino AIC

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution  

NAZIONALITÀ: Italia, 2022

DURATA: 116 min.

PRESENTAZIONE E CRITICA

È tutta questione di equilibrio. Quello indispensabile per domare un cavallo selvaggio, quello interiore ed esteriore che è sempre complesso trovare nella vita, quello che si tramanda di padre in figlio - genetico - che porta una nuova generazione a ribellarsi a quella vecchia, pur rimanendo sospesa in cima ai palazzi, a domarli come muratore acrobatico. Proprio come fossero i cavalli dell’infanzia con il padre, rimasto legato al suo ranch fra le colline. Kim Rossi Stuart percorre come personale ossessione il terreno di un dialogo fra un padre e un figlio. Di pancia, raramente fatto di parole ma molto più spesso di piccoli gesti e grandi passioni. Nel suo (ottimo) esordio, Anche libero va bene, un figlio di 11 anni assisteva allo sgretolarsi della visione mitica di un padre, in BRADO un figlio, Tommaso non vuole avere più nulla a che fare con suo padre, Renato. Una caduta e qualche frattura di quest’ultimo porta a un riavvicinamento inizialmente solo fisico, in cui gli spazi dell’inusuale allevamento di cavalli di famiglia vengono calpestati da entrambi in un gioco di repulsione e ricordi svaniti che li costringe e riguardarsi negli occhi, ma soprattutto nel cuore.  È infatti una storia profondamente interiorizzata, fra due uomini in cerca di una formula per sciogliere grumi affastellati di rancore, rabbia e rimpianto. È soffocata come l’amore assoluto dei suoi due protagonisti, fatta di poche parole e un’intimità mediata dalla comune cura degli animali che tanto amano e li avevano uniti anni prima. Intercetta un altro momento chiave nel rapporto fra un padre e un figlio, quello in cui il giovane supera il vecchio per vigoria fisica - e in questo caso anche maturità complessiva -, in cui il ciclo naturale lo pone di fronte al ruolo di protettore di un più debole che per i primi anni della sua vita era stato idolo, supereroe e invincibile. 

A rompersi nel passaggio generazionale è anche la malsana visione delle donne di Renato, scottato dalla separazione con la madre di Tommaso, che lo porta a una disillusione rabbiosa. È in generale la visione della vita, dei rapporti con il mondo che evolve in Tommaso, nella dolcezza di una rinnovata consapevolezza di sé, nella rigenerazione che nasce dall’apertura e dal rifiuto della chiusura di un padre ormai irrimediabilmente bloccato dal suo passato, che non riuscirà mai a superare pienamente. BRADO è un dramma di cuore, tendini e coraggio, nobilitato da un notevole lavoro sulla rappresentazione realistica dei cavalli e dei cavalieri. Si veste da racconto sportivo, con la preparazione del cavallo ormai domato, splendido coprotagonista, e di Tommaso, verso un ritorno alle gare di cross country, con una commistione fra storia di formazione e ritratto di un mondo in via di estinzione, arroccato nei suoi steccati e nelle sue passioni, mentre intorno tutto cambia. Ostinato cow-boy solitario, Renato è un Clint Eastwood magari "dei poveri", ma senza un grammo di artificio, sincero fino alla cocciutaggine più autolesionista. Vive al ritmo del letame da spalare, del vento forte e dell’odore di stalla. Testimone cocciuto dell’incomunicabilità, è il cavallo selvaggio che niente e nessuno riuscirà mai a domare, sempre al galoppo all'imbrunire sulle note di una ballata western.

(www.comingsoon.it)

Non c’è una maratona di ballo come nel gran film di Sydney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli? ma BRADO ne condivide la stessa claustrofobia e disperazione. Il personaggio interpretato da Kim Rossi Stuart è un cavaliere stanco. È pieno di acciacchi, fa fatica a mettere la sella sul cavallo, è arrabbiato col mondo e maltratta una sua affezionata cliente. Un giorno arriva suo figlio nel ranch di famiglia in Toscana per aiutarlo a tirare avanti anche se il loro rapporto è pessimo. I due sono distanti anni luce. L’ostilità e il rancore accumulati negli anni hanno lasciato il segno. C’è pero un cavallo bizzoso, anzi intrattabile, da addestrare. Il ragazzo, che già sta soffrendo per una storia sentimentale che lo fa stare male, pensa che si tratta di un’altra follia del padre. Ma accetta la sfida, entra in confidenza col cavallo che si chiama Trevor e lo prepara per una competizione di cross-country. Padre e figlio riusciranno così a riavvicinarsi?

Tratto dal racconto La lotta, inserito nella raccolta Le guarigioni, scritto dallo stesso Kim Rossi Stuart, BRADO è la terza grande scommessa dell’attore dietro la macchina da presa. E come i precedenti due film, Anche libero va bene e Tommaso, anche questo è un alieno nel cinema italiano. Probabilmente è in parte una trilogia sull’incapacità del protagonista di avere relazioni con gli altri. Padre e figlio hanno gli stessi nomi dei personaggi del primo film da regista di Kim Rossi Stuart, Renato e Tommaso. E da lì ritornano anche le figure di Stefania, interpretata ancora da Barbora Bobulova, l’ex-moglie che scompare e ritorna e della sorella del ragazzo che si chiama Viola. C’è quindi un’incredibile continuità nei suoi film anche a distanza di 17 anni, il tempo trascorso tra Anche libero va bene e BRADO, titolo che prende il nome dalla scuola di equitazione del protagonista.

È un film segnato dal tempo. Quello che trascorre e quello passato che si cerca disperatamente di recuperare. Non fa niente per farsi piacere e si ama proprio per come riesce ad essere spigoloso, per come disegna un protagonista apparentemente respingente che sembra a metà tra Kevin Costner e Robert Duvall. Il cinema di Kim Rossi Stuart regista è una terra di confine, che si prende i suoi tempi per liberare gli affetti e sa raccontare la paura (della morte, della sfida, di essere felici) come nessuno oggi in Italia. Per questo diventano esaltanti le pause (il cielo stellato), gli abbracci della figlia Viola e la gara. La scena in cui Tommaso e Trevor iniziano a trovare la giusta sintonia è quella in cui BRADO cambia direzione, apre migliaia di possibili scenari narrativi e l’ingresso di Anna, l’addestratrice di cavalli, diventa un ulteriore elemento di una famiglia che si allarga. Non c’è bisogno di essere per forza parenti per farne parte. E qui, dentro BRADO, attraverso una famiglia, anzi famiglie itineranti che vanno e vengono, si costruiscono le storie di tutta una vita. È emozionante proprio perché non fa nulla per emozionare, ha un cuore grande così proprio perché nasconde agli altri quello che prova. Kim Rossi Stuart neanche ci avrà pensato, ma qui dentro c’è anche il fantasma di Robert Redford. Quello delle tensioni familiari (Gente comune), quello dell’amore per la terra (Milagro), quello soprattutto di L’uomo che sussurrava i cavalli. E dove la vita è piena di ostacoli e sofferenze, a cominciare dai cagnolini che vengono uccisi.

BRADO è un film che ti butta tutto addosso, e ti può sputare anche in faccia tutto quello che prova. Tra Bruno, il personaggio interpretato da Kim Rossi Stuart in Cosa sarà e Renato di BRADO c’è una possibile reincarnazione. La stessa di un cinema vivissimo come quello del film d’esordio, che non ha paura di sporcarsi le mani. L’atteggiamento è lo stesso. Ci sono l’enorme curiosità e le incertezze di un regista esordiente e la maturità di un cineasta anagraficamente anche più vecchio di Kim Rossi Stuart dove ogni personaggio è messo a fuoco dall’efficace sceneggiatura scritta dallo stesso regista con Massimo Gaudioso, ma è anche disegnato con le pennellate di un pittore che cerca ogni volta di dargli qualcosa di più: movimento e colore. Per questo è un film liberissimo, che potrebbe volare nella nostra immaginazione e forse anche in quella dei suoi personaggi. E di cui (per fortuna) non ce ne libereremo facilmente.

(www.sentieriselvaggi.it)