Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Brotherhood

Regia: Francesco Montagner

SCENEGGIATURA: Francesco Montagner, Alessandro Padovani

FOTOGRAFIA: Prokop Soucek

MONTAGGIO: Valentina Cicogna

MUSICHE: Gianluca Sibaldi

DISTRIBUZIONE: Nefertiti Film

PAESE: Italia, Repubblica Ceca, 2021

DURATA: 97 min.

Una famiglia di pastori nella campagna bosniaca, in cui la vita e il lavoro si ripetono sempre uguali di generazione in generazione. L'adolescenza dei tre fratelli Jabir, Usama e Useir è però resa più incerta dall'arresto del padre Ibrahim, fondamentalista islamico reo di essere andato in Siria a reclutare combattenti. La condanna è di due anni, un tempo durante il quale i tre fratelli dovranno eseguire i compiti a loro assegnati: studiare, guadagnare, badare alle pecore. Ma crescere soli, senza il pugno di ferro di un padre che ne sorveglia ogni mossa, è impresa ardua. Jabir, Usama e Useir per la prima volta si fanno domande su futuro, fede e identità.

Dalla storia vera di una famiglia bosniaca, il regista italiano (ma formatosi a Praga) Francesco Montagner ricava un documentario "drammatizzato" che si immerge nel vissuto del luogo e nel periodo decisivo della crescita di tre ragazzi in circostanze uniche.

"Il mio destino è pascolare le pecore" dice a un certo punto uno di loro, più con certezza che con rassegnazione. Eppure è il concetto stesso di destino, assieme a quello di individualità, che viene messo in crisi in BROTHERHOOD, un lavoro rigoroso e sicuro di sé anche se non di facile visione.

23 mesi di carcere, incastonati tra due scene potenti in cui il padre annuncia cosa si aspetta dai suoi figli e poi ne valuta il percorso. In mezzo, il sapore essenziale e universale di una parabola biblica. Ciò a cui assistiamo è il collasso di un sistema di valori asfissiante, incentrato sull'Islam, sul lavoro e sull'autorità patriarcale. Quando il primo pilastro si porta via il terzo, può restare in piedi il secondo senza più costrizione?

Anziché assecondare l'alto sottotesto morale e filosofico, Montagner lo sistema in costante tensione con l'ambientazione contadina, modesta e concreta, a suo modo è portatrice di incontestabili verità. È cruciale nel film la ripetizione dei gesti, la monotonia dei compiti, la tangibile natura di un animale o di un macchinario a cui badare. Le immagini sono però vivide e infinitamente intriganti, e la fotografia di Prokop Souček tradisce alte aspirazioni cinematografiche.

BROTHERHOOD finisce per essere indirettamente una meditazione periferica sul fondamentalismo e sulle figure che ne fanno le spese per prime. Soprattutto, come spesso capita per quei documentari che devono avvicinarsi con cautela ai propri soggetti e guadagnarne la fiducia, diventa una testimonianza del tempo che scorre davanti alla macchina da presa, rapido e senza clamore. Quasi quattro anni in cui i bambini diventano ragazzi, e i ragazzi uomini, attraverso l'accumulazione di immagini. Per un film che lascia così tante domande aperte, questa è in fondo la risposta più concreta.

(www.mymovies.it)

 

Cinema del reale in purezza: documentario nello spirito ma anche per convenzione, che attraverso il montaggio scopre una realtà rivelatasi con nuovi e altri significati. Al Festival di Locarno 2021 BROTHERHOOD ha vinto il Pardo D’Oro del Concorso Cineasti del Presente, un premio che pare pensato proprio per un film del genere, tant’è sintonizzato sulle frequenze del contemporaneo.

Francesco Montagner si immerge nel quotidiano di tre fratelli bosniaci senza spiarli dal buco della serratura, ma stando loro accanto e anche addosso, osservandoli non come bestie rare ma mettendosi alla loro altezza. Sulle tracce di Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno e Adolescentes di Sébastien Lifshitz, è partito dalla realtà per portarla nell’altrove prossimo del suo ripensamento, assistito in sede di sceneggiatura da Alessandro Padovani, che con Movida si è dimostrato parimenti interessato a spostare la testimonianza verso la sua ricostruzione narrativa.

I tre fratelli sono nati in una famiglia di pastori e cresciuti nella certezza di dover raccogliere il testimone – anzi, il bastone – dal padre, che tra l’altro è anche un predicatore islamista piuttosto radicale. Quando l’uomo finisce in carcere per terrorismo, i ragazzi restano soli, si allontanano dagli schemi imposti dall’ingombrante genitore e scoprono finalmente la libertà.

È chiaramente un racconto di formazione, BROTHERHOOD, coproduzione ceco-italiana (i coproduttori di casa nostra sono Alberto Fasulo, di per sé punto di riferimento per questo tipo di cinema, e Nadia Trevisan): per evidenti contingenze sappiamo provenire dal presente, eppure sa trasmettere un’aderenza ancestrale ai grandi racconti della tradizione più profonda, che sia reminiscenza biblica o un racconto tramandato dall’epoca cavalleresca.

E che al contempo dialoga con altre narrazioni tra antropologia e fiction dedicate a personaggi dimenticati dai canali ufficiali, dalle avventure nella natura de I cormorani di Fabio Bobbio ai misteri atavici evocati da Sacro moderno di Lorenzo Pallotta fino alle dilatazioni non sempre razionali de I tempi felici verranno presto di Alessandro Comodin.

Montagner sembra quasi scegliere un work in progress permanente, come se la realtà fosse così sfuggente da poter essere restituita solo nella sua forma slabbrata, e quindi ha il coraggio di osare soluzioni alternative all’ordine costituito, imbocca percorsi che sovvertono lo schema del coming of age, sfida le aspettative seguendo i silenzi e affidandosi alle immagini. Individua nell’abitudine alla reiterazione e nello stupore dovuto allo svincolamento dall’autorità le chiavi d’accesso per scandagliare l’interiorità di persone in fieri. Osserva, esplora, racconta.

 (www.cinematografo.it)

 

Il film di Francesco Montagner riesce a risalire alla radice del fanatismo mostrando quella che potrebbe sembrare semplice obbedienza ai desideri paterni prima di trasformarsi in sottomissione. Viaggia su una linea sottile passando dal lecito all’illecito sempre restando sul confine di demarcazione, confermando come gli sviluppi in un senso o nell’altro siano imprevedibili. Quello per cui non c’è posto sono le illusioni, le speranze, i desideri, un ventaglio da aprire sul futuro riflettendo sulle alternative. Tutto è già deciso, tutto è imposto dall’alto in una inflessibile adesione ad un destino segnato dal divino. La cattura del padre mette i ragazzi per la prima volta in condizione di decidere, formarsi delle opinioni, assumersi delle responsabilità, ed il racconto si snoda durante i due anni di detenzione, un tempo nel quale ognuno di loro dovrà cercare una strada, restare su un sentiero o esplorarne uno nuovo.

Viene fuori il carattere, comincia a serpeggiare il dubbio, cominciano le lotte ed i litigi, si emettono giudizi di colpa o assoluzione. Il clima religioso, con il suo bisogno di ineluttabile, trova sostegno nei paesaggi, negli alberi che si perdono a vista d’occhio, nel rumore delle bestie al pascolo, lo scorrere ininterrotto del quotidiano, senza variazione, di una natura stufa nella sua maestosità, annoiata dal superfluo ronzio degli uomini. Dentro di loro non c’è pace, il cuore non smette mai di ragionare, ed il canto ipnotico del Corano riesce soltanto a mitigare un cervello infuriato dentro una piccola gabbia. Un contrasto accentuato anche dai colori rassicuranti del fuoco un bivacco, sul quale aleggiano le presenze degli spiriti, non bastano l’alba o la neve incontaminata di fronte all’urgenza di un mondo che non vuole saperne di fermarsi ad assecondare le voglie terrestri. L’ambiente dei pastori, scelto non a caso, rispecchia quello dei fratelli, nella mancanza di ribellione, la replica impossibile e muta ad un percorso indicato da qualcuno e l’incapacità di dissentire, come avviene nel caso di una fede cieca ed attenta soltanto a nutrirsi di intolleranza. La punizione del padre servirà a creare dei punti di domanda, ad incrinare il castello di bugie, quel seme è piantato tanto in basso da lasciare cicatrici tanto profonde, eppure una piccola crepa lascia la speranza di veder crollare tutto.

(www.sentieriselvaggi.it)