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Dante

Regia: Pupi Avati

INTERPRETI: Alessandro Sperduti, Sergio Castellitto, Enrico Lo Verso, Alessandro Haber, Nico Toffoli, Gianni Cavina, Leopoldo Mastelloni, Ludovica Pedetta, Romano Reggiani, Carlotta Gamba

SCENEGGIATURA: Pupi Avati

FOTOGRAFIA: Cesare Bastelli

MONTAGGIO: Ivan Zuccon

COSTUMI: Andrea Sorrentino

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2021

DURATA: 84 min.

 

Palma d'Oro per la Miglior Regia al Festival di Cannes, 2019

Fuori Concorso all’Edizione di 'Alice nella Città, 2019, Sezione

PRESENTAZIONE E CRITICA

Solo i pochi benedetti da grandi insegnanti al liceo hanno potuto apprezzare davvero La Divina Commedia tra i banchi di scuola: tutti gli altri molto probabilmente hanno percepito quei versi come un'imposizione, qualcosa di noiosissimo e polveroso, ormai lontanissimo nel tempo e nello spazio. Eppure le parole del sommo poeta sono piene di vita, slancio, bellezza. Un peccato non studiarle come meritano. A colmare questo vuoto ci pensa Pupi Avanti che, lo ammette, come tutti gli alunni odiava Alighieri. Poi invece, per conto suo, l'ha recuperato, approfondito, amato. Sono più di venti anni che insegue questo film: lo studio di Dante lo ha portato a scrivere un libro, L'alta Fantasia, il viaggio di Boccaccio alla scoperta di Dante, punto di partenza per la pellicola, nelle sale dal 29 settembre. Come suggerisce il titolo, la storia è raccontata proprio dal punto di vista di Giovanni Boccaccio, primo illustre commentatore della Commedia e quindi primo dantista della storia. A interpretarlo è Sergio Castellitto. Con la passione quasi di un fan, l'autore del Decameron va, nel 1350, verso Ravenna, dove Dante è morto in esilio nel 1321. Lì si trova l'unica figlia del poeta, Beatrice, suora nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. Boccaccio deve consegnarle dieci fiorini d'oro, tardivo risarcimento per la cacciata del padre.

Dante si muove quindi su due linee narrative. Il viaggio di Boccaccio e la giovinezza del poeta, tra i primi incontri con Beatrice, amata e musa, da cui non è stato mai ricambiato perché ignara del suo sentimento, la guerra, il matrimonio senza amore, la passione politica. In questo modo Avati fa qualcosa di inaspettato: invece che mettere in piedi un film aulico e freddo, ci butta in mezzo ai tormenti dell'Alighieri adolescente, mostrandolo come uno di noi, un ragazzo pieno di sogni, insicurezze e vita. Sì, vita: il regista dà al suo film sangue e calore, facendoci avvicinare a Dante e alle sue opere in modo più diretto e interessante.

Pochi registi in Italia sono imprevedibili quanto Pupi Avati: nella sua lunga carriera il regista ha toccato vette altissime, pensiamo a La casa dalle finestre che ridono (1976), e altre volte è caduto rovinosamente. Non si può dire però che non abbia uno stile riconoscibile e che, a 83 anni, non sia ancora pieno di vigore e abilità registica. Il precedente film, Lei mi parla ancora (2021), è commovente e dolce, con una delle migliori interpretazioni di Renato Pozzetto, finalmente alla prova con un ruolo drammatico. Questo DANTE invece è irrequieto e nervoso, come il suo protagonista: a interpretarlo Alessandro Sperduti (visto in Tre piani di Nanni Moretti), a cui il regista non risparmia niente. Cavalcate, scene di nudo, combattimenti. Perfino momenti in cui va al bagno in riva al fiume.

Avati ritrae il poeta nella quotidianità, facendocelo sentire vicinissimo e umano. Non manca però l'accuratezza stilistica: ogni inquadratura, ogni ambiente è ricercato e studiato. Si vede l'attenzione per i dipinti dell'epoca, gli abiti, gli oggetti. Lo stesso film è costruito come un insieme di quadri, accostati a volte per ellisse. Il regista per fortuna ci risparmia la declamazione estemporanea delle sue opere: preferisce invece mostrarci un giovane Dante che, soldato, ascolta attorno al fuoco la storia di Paolo e Francesca, amanti uccisi sul letto della loro relazione clandestina e si commuove. Quella storia un giorno sarà nota in tutto il mondo, grazie al canto dell'Inferno, il V, con cui l'artista li consegnati alla memoria.

Il cast di DANTE è degno dei personaggi che interpreta: Sergio Castellitto è un Boccaccio che porta il peso della storia su di sé, mentre Sperduti ha il giusto sguardo, quello di un giovane pieno di grandi speranze. Ci sono poi veterani del cinema italiano come Enrico Lo Verso, Leopoldo Mastelloni e Alessandro Haber, interpreti rispettivamente di Donato degli Albanzan, Bonifacio VIII e l'Abate di Vallombrosa. Quest'ultimo personaggio è protagonista di una scena forte, in cui l'uomo di fede e Boccaccio, parlando di Dante, discutono sul ruolo della Chiesa, che il sommo poeta ha definito "cloaca".

Ci sono poi anche Carlotta Gamba (vista nel film America Latina dei fratelli D'Innocenzo) nel ruolo di Beatrice e Milena Vukotic in quello di una rigattiera. Tutti animati dalla regia di Avati, palesemente contento di poter realizzare finalmente la sua Balena Bianca: quel film tanto sognato e inseguito che non ha il sapore della decadenza, ma la forza di chi ha ancora qualcosa da dire e tramandare alle future generazioni. Di cineasti e dantisti. Coesa.

(https://movieplayer.it)

(…) È chiaro fin da subito che Pupi Avati non si vuole addentrare nella stesura della Divina Commedia, ma bensì sul rapporto tra Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio, in particolar modo il viaggio che quest’ultimo compie. Lo scrittore fiorentino è incaricato dalla Compagnia dei Laudesi di portare dieci fiorini a Suor Beatrice (Valeria D’Obici), la figlia dell’Alighieri, chiamata in onore della sua musa ispiratrice, morta giovanissima, che continuò ad amare fino alla fine dei suoi giorni. Il viaggio che Boccaccio compie per raggiungere la suora è l’occasione per visitare i luoghi dove Alighieri ha soggiornato e di far la conoscenza con le persone che hanno avuto modo di conoscerlo. Inoltre, assistiamo ad alcune scene che ripercorrono la sua infanzia e adolescenza per arrivare all’incontro con la sua Beatrice. La ricostruzione storica è curata nei minimi dettagli, soffermandosi prevalentemente sulla prima parte di vita di Dante, l’incontro con la sua amata Beatrice, l’amicizia con Guido Cavalcanti, il matrimonio con Gemma Donati fino ad arrivare al suo esilio. Avati ha avuto modo di collaborare durante la stesura della sceneggiatura con alcuni storici, studiosi di Alighieri, che lo hanno aiutato a rendere credibile il racconto ambientato del 1300.

 

A ottantatré anni suonati Pupi Avati continua a dirigere lungometraggi, confermandosi ancora una volta un regista versatile, capace di passare da diversi generi. Lo ha fatto cimentandosi con opere che hanno come tema il soprannaturale, ma anche raccontando con grande nostalgia la Bologna degli Anni Trenta o Quaranta. In DANTE vi è la capacità di saper raccontare con grande delicatezza la figura dell’uomo che ha dato lustro alla lingua italiana nel mondo.

DANTE è un’opera da annoverarsi tra le migliori dirette da Avati, capace di trasporre sullo schermo il dolore, l’amore che il sommo Dante Alighieri ha vissuto nella propria vita, mostrando alcuni tra gli eventi più importanti vissuti dal poeta fiorentino, grazie alla presenza di un cast di prim’ordine, tutti in parte, di una sceneggiatura che non tralascia nessun dettaglio e di una scenografia in grado di immergerci nell’atmosfera dell’epoca.

(www.madmass.it)

 Spesso accade che più un film è inseguito dal suo autore, e quindi più un regista cova per anni la voglia di realizzare un certo progetto, più il risultato finale risulta in qualche modo schiacciato dal lungo ruminare dell’iter realizzativo, e dalle aspettative. Tanto quelle del regista, quanto quelle del pubblico.

DANTE, che Pupi Avati ha cercato di portare al cinema per vent’anni, e ora c’è finalmente riuscito, non invece è un film rimasto vittima di se stesso, in qualche modo. Forse, anche, perché le aspettative, perlomeno quelle dello spettatore, le spiazza completamente. (…) Un Dante uomo, prima ancora che poeta sublime, del quale Avati cerca di restituire questa splendida dualità con uno stile che comprenda entrambi gli aspetti. L’Inferno e il Paradiso, verrebbe da dire.

DANTE è un film in cui Beatrice è tutt’altro che solo una donna angelicata, ma una figura magnetica e perturbante, sensuale e provocatoria; dove le funzioni corporali sono spesso messe in scena senza finti pudori, e non solo per coerenza storica; nel quale il gusto gotico di Avati serpeggia diabolico, incarnandosi ora in una bambola inquietante, ora in dei sotterranei dove sono riposti i morti di peste senza nome. Dante è un film dove le due anime registiche di Avati, quella romantico-nostalgica e quella appunto gotica e financo orrorifica, camminano di pari passo, intrecciandosi in maniera coerente, e a tratti sorprendente. Magari spiazzante, ma di sicuro coinvolgente. E oltra a tradire la passione e la voglia di riversare in Dante “tutto il suo cinema”, quello di Avati è un film che denuncia, senza pedanterie né arroganti ostentazioni, la dedizione, la fatica, la pratica di una ricerca colta, paziente e appassionata. Una ricerca che non riguarda solo la biografia dantesca, o la sua opera letteraria, ma la pittura, l’architettura, i costumi e la politica di quell’epoca.

Il che si traduce, anche, nella cura con cui sono state scelte le splendide location, o gli attori del film, che oltre a Castellitto, e ai giovani Alessandro Sperduti e Carlotta Gamba (di lei sentiremo a lungo parlare), comprende nomi insoliti e raffinati come quelli di Erica Blac, Leopoldo Mastelloni, Mariano Rigillo e quel Gianni Cavina alla cui memoria il film è dedicato.

(www.comingsoon.it)