Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Days

Regia: Tsai Ming-liang

INTERPRETI: Lee Kang-sheng, Anong Houngheuangsy

SCENEGGIATURA: Tsai Ming-liang

FOTOGRAFIA: Jhong Yuan Chang

MONTAGGIO Jhong Yuan Chang

DISTRIBUZIONE: Double Line

NAZIONALITÀ: Taiwan, Francia, 2020

DURATA: 127 min.

 DAYS racconta la storia di due uomini appartenenti a classi sociali opposte: uno è Kang, che ha una grande dimora isolata con un laghetto di pesci rossi nel cortile; l'altro, invece, è Non che vive in un piccolo e angusto appartamento in centro a Bangkok. Entrambi, però, hanno una cosa in comune, perché sono tutti due soli ogni singolo giorno. Kang trascorre le sue giornate di fronte una facciata di vetro della sua casa, che dà sugli alberi tempestati dal vento e dalla pioggia. Non passa il tempo tra faccende domestiche e pregando presso l'altare. Quando inizia a sentire un dolore lancinante, che non riesce a sopportare, Kang - scoprendo che si tratta di cervicale - decide di ricorrere a delle sedute di agopuntura. L'uomo si rivolge a Non e si incontrano in una stanza d'albergo. Sin da subito tra loro si instaura un forte legame, tanto che a fine massaggio i due finiscono a cena insieme in un fast food nei pressi dell'albergo, condividendo la loro solitudine...

(www.comingsoon.it)

Negli ultimi anni, la poetica di Tsai Ming-liang ha abbracciato un minimalismo filmico e narrativo quasi assoluto, alla ricerca dell’essenzialità esistenziale, ritratta con fotogrammi impressionisti ed elegiaci che, in DAYS, vanno a confezionare un album fotografico raffinato e sensoriale, assolutamente inedito nel panorama contemporaneo. DAYS, inoltre, si presenta come primo lungometraggio di finzione per Tsai Ming-Ling dai tempi di Stray Dogs, per cui vinse il Gran Premio della giuria nel 2013 alla Mostra del cinema di Venezia. DAYS ripercorre il cammino di due personaggi piuttosto differenti tra di loro che, tuttavia, si incontreranno e stabiliranno un’interconnessione profonda in una Bangkok inondata di un realismo magico inafferrabile, apoteosi assoluta della topografia contemplativa di Tsai. A Taiwan, Kang vive in una casa immersa nella natura e trascorre le giornate tra sedute di fisioterapia, massaggi e cure per alleviare il dolore al collo e alla testa di cui soffre. La cinepresa ci trasporta poi a Bangkok, dove vive invece Neon, immigrato di Laos che osserviamo cucinare pedissequamente nel suo misero appartamento. Un incontro tra i due personaggi nella metropoli sublimerà un’intesa lontanissima nello spazio eppure terapeutica e fisicamente necessaria, indagata nella seconda parte climatica dell’opera.

Nessuna artificiosità, aggiunta retorica o descrizioni didascaliche: il lavoro di Tsai continua a procedere per sottrazione, narrativizzando l’esperienza personale dell’inseparabile Lee Kang-Sheng, effettivamente sofferente a causa di problemi fisici che ne hanno alterato il movimento. La quotidianità dell’attore trova quindi dimensione filmica grazie alle mani di Tsai che, partendo dalla giustapposizione di immagini sensoriali pur rigorose nel loro impianto formale, dà vita a suggestioni visive irripetibili. Temi cardine della narrazione di Tsai Ming-liang permangono l’alienazione e la solitudine dei protagonisti, sviscerate da un’ottica pregna di richiami bressoniani e incisivamente autoriale. Lo spettacolo della vita è analizzato nell’estensione sequenziale quotidiana, che percorre due vie parallele con un unico punto di intersezione, la dimensione privata che diventa condivisione silente, ma tattile. Una cinepresa onnipresente e onnisciente non può fare a meno di penetrare i muri delle abitazioni dei due personaggi principali di DAYS, che continuano a seguire la routine giornalieri, consapevoli dell’immanenza di un occhio autoriale che vuole documentare il fluire del tempo senza modificarlo in alcun modo. Tsai conduce una delicata operazione di sovrapposizione del materiale filmico e biografico, consegnandoci un’idea di cinema vita, che vive nell’espressività dei silenzi, nell’elegia della azioni routinarie e nella potenza emotiva dell’unione dei corpi. Il montaggio in DAYS è praticamente inesistente, eppure Tsai riesce a conferire una potenza inesauribile al fuoricampo invisibile: emozioni, sofferenza, passione che forgiano i protagonisti. Quello di DAYS è un dialogo rarefatto, che esplora la dimensione spirituale passando attraverso la corporalità sceneggiata, inserita in una bolla spaziale e temporale che ne sancisce l’universalità. L’incontro di due solitudini trova una completezza inedita nel racconto incantevole di DAYS, caratterizzato da una purezza cristallina negli intenti e da una composizione estremamente evocativa, che vive di momenti epifanici, apparizioni invisibili ma assolutamente pervasive. Il senso del fuoricampo invisibile di DAYS va cercato molto più a fondo, nel marasma di sensazioni e sentimenti che scaturiscono trovandoci di fronte a dei quadri intimisti talmente potenti da caratterizzare l’opera di Tsai come una lettera d’amore all’arte.

(www.cinefilos.it)

Staccate internet, mettete off-line l’iPhone, non rispondete al citofono né al telefono. Prendetevi due ore di tempo per entrare nel mondo cinematografico di Tsai Ming-liang, tornato alla regia con DAYS dopo la sferzata di Stray Dogs, del 2013. Come per gli altri film dell’autore taiwanese, anche questo merita una profonda attenzione, nonché un certo e momentaneo distacco con il mondo circostante. DAYS, nei suoi 127 minuti, è un film di dettagli, di silenzi, di vita compassata e, non per ultimo, di assoluta grazia visiva e sonora. Non solo, via via che il film avanza il regista riesce addirittura a creare una sorta di sensazione extra-sensoriale, facendo di DAYS un film da vedere, ascoltare e, magnificamente, da toccare. Presentato in Concorso alla Berlinale 70 e poi al NYFF 58, Tsai Ming-liang allarga il prospetto della sua poetica ma, contemporaneamente, ne fa una sorta di sintesi che rilegge il concetto di tempo e di tempo narrativo, scevro dai dialoghi e dalla musica.

(…) In mezzo, tra Kang e Non la vita passa e scorre veloce nel bel mezzo di una pellicola che invece va lenta. Ed è qui che torna la sensazione che DAYS di Tsai Ming-liang sia l’estrapolazione onirica di un sogno avvenuto nell’attimo in cui il sonno spegne la veglia. Due realtà parallele e quotidiane, gli elementi primordiali che si mescolano (tra le peculiarità della cinematografia del regista) alla materia, alla consistenza, allo sporco, alla carne. Possiamo quasi sentire l’odore della zuppa che Non e Kang consumano silenziosamente, si può comprendere quanto siano lisce le mattonelle del bagno in cui Non lava tutti i giorni le verdure. E, con un colpo di genio che rende DAYS esempio di cinema alto, l’autore con inquadrature lunghe e fisse incastra i punti di svolta effimeri e sfuggenti, per renderlo un quadro vivo che esplora e avvicina il male terribile della solitudine.

Il cinema di Tsai Ming-liang, fin da Vive L’Amour (Leone d’Oro 1994), The Hole – Il Buco e Goodbye, Dragon Inn, gioca con la classicità e con la sperimentazione, portando al limite il senso linguistico e la messa in scena. Come a sfidare lo spettatore, ipnotizzandolo con una storia che non c’è, con un prodotto davvero artigianale. Non poteva essere altrimenti, e quindi ecco che tra i personaggi e il fruitore si instaura una sorta di rispetto; l’accettazione che ne deriva libera magicamente la testa e l’anima, anche se siamo costretti nei decrepiti spazi chiusi oppure nei vicoli stretti e sudici di Bangkok, illuminati dai neon che cancellano il buio della notte. In questo senso, Tsai Ming-liang estremizza il realismo e invade il territorio del documentario, piazzandosi vicino ai film-sequenza di Kiarostami o quelli più bizzarri di Andy Warhol. Ma in DAYS c’è la finzione, c’è un’evoluzione e c’è l’astrazione cinematografica e temporale. Cardini che il regista non perde mai di vista, e anzi li rinchiude in un carillon che suona il tema di Luci della Ribalta di Charlie Chaplin. Suono che, beffardamente, si perde nel rumore del traffico.

(www.hotcorn.com)

 

(…) DAYS non ha bisogno di dialoghi – e la maggior parte del pubblico internazionale non comprende in ogni caso le pochissime scene in cui viene pronunciata una parola. “Il film non è stato intenzionalmente sottotitolato”, viene mostrato all’inizio. La comunicazione qui avviene a un livello molto più fondamentale: attraverso la vista e il tatto. Kang e Don non condividono un linguaggio comune, si incontrano a un livello più profondo. Le espressioni facciali di Lee Kang-Sheng nel tentativo di contenere il dolore fisico raccontano più di quanto certi autori facciano in 40 pagine di sceneggiatura. Tuttavia, la completa assenza di dialoghi non significa che il suono in DAYS sia irrilevante al contrario: Tsai dà molto spazio ai suoni, sintetizzano l’umore di una scena o guidano l’azione stessa. Il gemito di Kang diventa sempre più piacevole mentre Non lo massaggia. I suoni di una foresta nella penombra. Il rumore del traffico che entra nell’appartamento di Non.

C’è una scena in completo silenzio pochi minuti prima dell’incontro di Kang e Non: una sezione di una facciata di una casa. Forse l’hotel in cui i due uomini si incontrano? Di fronte a questa casa solo un lampione e le linee elettriche – e nessun suono. La scena è tagliata nel silenzio. Un momento di pace che attira ancora di più l’attenzione sui rumori. Nei film ricchi di dialoghi i rumori sono solo suoni di fondo, in DAYS sono elementi di base insostituibili. È un tipico lavoro di Tsai: pochi tagli, la telecamera fissa. Tuttavia, qui manca un elemento che caratterizza alcuni delle sue opere, come il precedente Stray Dogs (2013): scenari post-apocalittici e l’elemento dell’assurdo. DAYS non ha nulla di tutto ciò. Il silenzio nella vita quotidiana dei due uomini, caratterizzata da dolore e solitudine, è il tema. E nonostante la carenza di narrazione, il film è caratterizzato da una potente intimità. Un capolavoro del grande Tsai Ming-liang: sicuramente degno di un Orso.

(www.cinematografo.it)