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Don't worry darling

Regia: Olivia Wilde

INTERPRETI: Florence Pugh, Harry Styles, Olivia Wilde, Chris Pine, Gemma Chan, Nick Kroll, Douglas Smith, KiKi Layne, Timothy Simons, Kate Berlant, Asif Ali

SCENEGGIATURA: Katie Silberman, Carey Van Dyke, Shane Van Dyke

FOTOGRAFIA: Matthew Libatique

MONTAGGIO: Jennifer Lame, Andrew Leven

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures Italia

PAESE: USA, 2022

DURATA: 122 min.

PRESENTATO IN ANTEPRIMA FUORI CONCORSO ALLA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA, 2022

PRESENTAZIONE E CRITICA

Una coppia sfacciatamente bella e affiatata degli anni Cinquanta composta da Alice (Florence Pugh) e Jack (Harry Styles). Lei casalinga impeccabile, lui sul libro paga della Victory Project, un segretissimo progetto ingegneristico collocato nel cuore del deserto californiano in una cittadina, Victory, fondata dal capo dell’azienda, Frank (Chris Pine), in cui vivono solo i suoi dipendenti con le rispettive famiglie. Tutte le giornate scorro pressoché uguali: Alice prepara una colazione faraonica e Jack va a lavoro, Alice prepara una cena altrettanto faraonica e Jack torna da lavoro. Il tutto intermezzato da una vivace vita sessuale.

Ma la regia della Wilde ci chiarisce subito che nulla è così idilliaco come sembra tramite ad una serie di visioni ed episodi che minano la tranquilla vita suburbana di Alice. Scritto da Katie Silberman (su un testo preesistente di Carey e Shane Van Dyke), DON’T WORRY DARLING è un thriller psicologico fortemente debitore di tanto cinema e serialità che l’ha preceduto. Da Scappa – Get Out a Black Mirror passando per The Truman Show e Matrix, sono innumerevoli le suggestioni cinematografiche che attraversano il film della Wilde.

(www.hotcorn.com)

 

Tutto all'interno della cittadina di Victory è perfettamente illuminato; tutto è perfettamente colorato, pulito, impostato; tutto è perfettamente perfetto, un indizio neanche troppo velato circa la superficialità di un'esistenza vuota, di involucri corporei che si fanno contenitori di anime apparentemente autonome e razionali, ma che finiscono per rivelarsi impeccabili all'esterno e ammaccati e vuoti all'interno, proprio come perfette e vuote sono le uova sbattute da Alice, fatte della stessa sostanza dei modellini della città, e forse anche dei suoi cittadini.

Già, perché Victory è praticamente un'oasi nel deserto californiano che ospita le famiglie degli uomini che lavorano per il progetto top-secret del magnate e guru Frank (Chris Pine). Cosa facciano tutto il giorno, non è possibile saperlo. Tutto quello che Alice sa del lavoro del proprio marito Jack è che si occupa di "sviluppo di materiali all'avanguardia". Quando una vicina, Margaret inizia a mettere in discussione la vera natura di Victory, Alice si convince che questa vita idilliaca nasconda qualcosa di strano e comincia a cercare risposte Il mondo di DON’T WORRY DARLING è dunque un micro-universo che promette gioia infinita; un progetto sociale (Victory project) che si eleva a promessa utopica di felicità ingannevole e irraggiungibile.

Un mondo non a caso costruito sulla falsariga degli anni Cinquanta, era del boom economico, del positivismo e di un'effimera galleria di sorrisi adesso attraversati da lingue d'ombre, riflesso del nostro presente e di realtà esterna che batte a pugni sulla porta del sogno.
Un sogno pronto a tramutarsi in incubo, disseminato da inserti caleidoscopici, reiterazione di figure che opprimono la visione e chiudono la gola, tentando di disorientare e angosciare tanto la propria protagonista, quanto lo spettatore, destinatario ultimo di questa galleria onirica al limite della fantascienza. Già, perché DON’T WORRY DARLYNG  è un vetro smerigliato costruito sulla falsa riga della verità, e ammantato di pura apparenza; e così, dietro anche a quella che si mostra come una classica e canonica linearità narrativa, si intromettono allucinazioni, glitch e gap mentali che ne ostruiscono il fluire; sono ostacoli tradotti visivamente da immagini ipnagogiche, tra il vissuto e l'allucinato, e resi musicalmente da suoni sincopati e discordanti; ma a farsi vera portavoce di questo costrutto alienato e alienante è soprattutto lo sguardo penetrante, ed estremamente espressivo, di Florence Pugh.

Dopo Midsommar l'attrice britannica accetta di scendere a patti con la parte più profonda di noi stessi, di tradurre ogni battuta in linguaggio non verbale fatto di smorfie mai caricate, ma perfettamente ponderate sulla base di emozioni lasciate vagare sulla forza di un non detto, o di uno sguardo in camera. I suoi occhi parlano, sono sfere di cristallo che si aprono su un'interiorità presa e sostituita; sono mondi intimi e interiori rimasti a vagare in un limbo di psicotica perfezione, e adesso pronti a implodere dinnanzi alla forza della verità quando finiscono per incontrare il proprio riflesso sulla superficie di uno specchio.

E cosa c'è di più rivelatore in un mondo di apparenze se non una superficie riflettente come lo specchio? Portale diretto tra la visione di noi stessi offerta al mondo, e condotto magico verso gli anfratti più nascosti della nostra identità, in mano a Olivia Wilde gli specchi si fanno ponti aperti sul campo di menti fallaci; le sue superfici riflettenti danno corpo e sostanza all'elemento del doppio, essere umano la cui corazza esterna inizia a non corrispondere più all'anima interna. Uno scarto che si fa sempre più frattura inesorabile, ormai incapace di essere colmata, ma sostenuta e recisa del tutto. (…)

(www.cinema.everyeye.it)

 

(...) DON’T WORRY DARLING è un thriller psicologico che non mette in scena solo l'ottimismo sociale degli anni '50 e '60, ma anche l'estetica di quel periodo. Ricorda per certi versi la compagine di altri film, da The Truman show, a Suburbicon e Pleasantville. L'iconografia statunitense di un'epoca coloro pastello in cui vivere "happy days" calza a pennello per chi, come il capo del progetto, voglia educare all'ordine e alla precisione supremi i suoi sottoposti. Mentre lui fidelizza gli uomini a colpi di promozioni professionali, la sua consorte istruisce le mogli su quanta ci bellezza ci sia nel controllo e grazia nella simmetria. (...) Il visionario Frank si esprime come fosse in possesso di una sapienza messianica. Rende appetibile la confort zone ai suoi concittadini e ripete loro che insieme potranno cambiare il mondo proprio a partire da quell'eden nel deserto. DON’T WORRY DARLING mostra come il linguaggio sia un'arma e come le promesse e i benefit materiali siano strumenti di controllo. Più che abolire il caos, il demiurgo del film intende schiacciare il libero arbitrio. Il tipo di donna che vive qui prova gioia nell'allietare il riposo del guerriero. Pensare che questa sia la descrizione della felicità partorita da una sensibilità esclusivamente maschile sarebbe sbagliato, il film lo dimostrerà. Magari non tanto il bamboleggiare e l'esprimersi nell'arte degli antipasti, ma l'idea di non essere autonome e di esistere come appendice di marito e figli può comunque essere un'aspirazione per alcune. (...) DON’T WORRY DARLING è un monito a riconoscere il marcio oltre l'apparenza linda, la coercizione oltre la lusinga e a ricordare che spesso un'anomalia nel sistema è una benedizione in quanto scintilla del pensiero critico."

(www.cinematografo.it)