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Dovlatov - I libri invisibili

Regia: Aleksej Alekseevič German

INTERPRETI: Milan Maric, Danila Kozlovsky, Helena Sujecka, Artur Beschastny, Yelena Lyadova, Anton Shagin

SCENEGGIATURA: Aleksej German

FOTOGRAFIA: Lukasz Zal

MONTAGGIO: Sergey Ivanov

DISTRIBUZIONE: Satine Film

NAZIONALITÀ: Russia, Polonia, Serbia, 2018

DURATA: 126 min.

Sei giorni nella vita quotidiana di Sergej Donatovič Dovlatov, giornalista nella San Pietroburgo del 1971 e destinato a diventare - una volta emigrato negli Stati Uniti - una delle figure più rappresentative della letteratura russa moderna. Insieme all'amico e poeta Joseph, e a tanti altri membri della comunità artistica cittadina, Dovlatov fa di tutto per non piegare la sua indipendenza creativa alle richieste opprimenti del regime, arrivando a licenziarsi pur di non cedere al compromesso.

"Ci vuole coraggio per mantenersi integri quando non si è nessuno", si ripete Sergej Donatovič Dovlatov - interpretato dall'ottimo Milan Marić - dopo essersi licenziato dal giornale in cui sbarca il lunario, per il quale i suoi articoli sono sempre troppo cupi, pessimisti, avversi alle progressive sorti del socialismo.

E il coraggio davvero non manca ai tanti "nessuno" che Aleksey German Jr. - Orso d'Argento con Under Electric Clouds, Leone d'Argento per Paper Soldier - mette in scena con amore nel suo film-fiume sulla comunità di proto-hipster sovietici della San Pietroburgo anni '70.

Artisti umiliati da una società che non solo non ne riconosce il talento, ma che rigetta come "inesistenti" gli oggetti delle loro opere: gli ultimi, gli emarginati, i ribelli, i diversi, gli scontenti. Perché se gli impressionisti francesi vennero osteggiati, derisi e fraintesi, agli artisti sovietici non allineati toccò una sorte peggiore: quella di essere considerati invisibili. Gli amici di Dovlatov sono pittori, scrittori, poeti, outsider destinati fatalmente a rimanere fuori dai giri che contano, raccontati nella quotidianità chiassosa e sgarrupata che si associa, universalmente, alla vita d'artista: riunioni piene di musica e parole, bottiglie di vino che girano, risate, discussioni, dibattiti, confessioni. Poco importa che la loro arte non sia riconosciuta, che sulle loro esistenze incomba il rischio dell'arresto: la vita creativa tenta sempre di resistere alla morte culturale, anche in un paese in cui "il nuovo non rimpiazza il vecchio, al massimo ne fa parte".

Risuona in sintonia con la Russia moderna, e in generale con ogni paese in cui la libertà d'espressione artistica sia limitata, questa lunga canzone jazz di Aleksey German Jr, che cavalca la scusa del biopic letterario per mettere in scena un mondo in cui la comunità artistica - nonostante le pressioni politiche, le minacce, le oggettive difficoltà - resiste in autonomia, senza cedere al compromesso. Un mondo in cui gli intellettuali non si arroccano in una torre d'avorio, ma si mescolano con la gente comune e con i lavoratori, con cui condividono paure, sofferenze e privazioni in un'omogeneità che la regia sottolinea con piani sequenza, inquadrature lunghe, invasioni di campo - e la camera che spesso indugia nella scena, a esplorare il mondo anche quando il protagonista ne è uscito. Costretto a emigrare negli Stati Uniti, Dovlatov conobbe il successo postumo, diventando una "superstar" della letteratura russa: il film è dedicato alla sua memoria e, idealmente, a quella dei tanti "nessuno" che hanno scelto di non barattare mai, a nessuna condizione, la propria libertà intellettuale.

 

(www.mymovies.it)

DOVLATOV - I LIBRI INVISIBILI è ambientato nel 1971, nella fase finale della vita russa di Sergei Dovlatov, romanziere e giornalista che finì per emigrare e trasferirsi negli Stati Uniti dato che nessun editore ufficialmente approvato in Unione Sovietica voleva pubblicare i suoi scritti.  (…) Da sempre interessato a vari aspetti della Storia del proprio paese, Aleksei German Jr. mantiene intatto il suo occhio notevole per la ricostruzione storica, che la giuria della Berlinale ha premiato con l'Orso d'Argento per il contributo artistico (per i costumi e le scenografie), ma c'è anche un lato molto umano sotto la scorza formale ineccepibile. E se da un lato qualche riferimento culturale potrà sfuggire a chi non conosce bene quel periodo storico e sociopolitico, dall'altro è universale la battaglia di Dovlatov contro chi lo vuole silenziare, ed è significativo che a raccontare la sua storia sia un film russo, date le varie difficoltà dello scrittore in patria. È un racconto furente e al contempo spassoso, dove lo humour condisce con fare laconico l'esistenza culturalmente frustrata di Dovlatov, una penna magnifica che ai tempi pochi potevano apprezzare nonostante avesse le qualità giuste per farsi ammirare anche all'estero (l'amico Brodsky lo definì una volta l'unico autore russo le cui opere sarebbero state lette per intero, complice uno stile asciutto e conciso simile a quello di Hemingway).

E da quel punto di vista è forse un bene che il film arrivi solo ora nelle nostre sale, in occasione dell'involontario cinquantennale degli eventi narrati: a distanza di tre anni e mezzo dal debutto berlinese, la storia di Dovlatov non ha perso nulla della sua carica vitale e della sua attualità, raccontando sfide che anche oggi sono parte del quotidiano per artisti e intellettuali in diverse parti del mondo. E proprio adesso, quando comincia a diventare buio più presto, è il periodo ideale per recarsi in sala, se si ha voglia di cinema d'autore, e gustarsi un affascinante dramma umano ambientato nelle fredde notti sovietiche. E poi, a visione ultimata, andare a (ri)leggersi il corpus dell'autore, firma imprescindibile della letteratura mondiale del secolo scorso, a cui il film restituisce la dignità che gli fu negata cinque decenni fa dai suoi connazionali.

 

(https://movieplayer.it)

(…) Sempre pronto a misurare il mondo col suo sguardo acuto e disincantato, Dovlatov vorrebbe raccontare la realtà che lo circonda, ma quando la rivista operaia "La Via del Mare" gli commissiona un articolo appassionato ed esaltante dedicato alla nave "Platon Nifontov", lo spirito di Dovlatov emerge in tutta la sua caustica ironia. I personaggi dei grandi scrittori russi come Pushkin, Gogol, Tolstoj e Dostoevskij presenti nel film per augurare alla nave buon viaggio, vengono impersonati da operai goffi e avvinazzati, privi di lucidità e totalmente soggiogati allo Stato del Soviet. Un affronto alle glorie del passato che la penna di Dovlatov non può tollerare, e che lo condurrà, ancora una volta, alla censura del suo pezzo.  Le cose non vanno meglio alla casa editrice che accoglie i giovani autori. A Dovlatov vengono commissionati solo lavori celebrativi del mondo operaio e della Terra Sovietica che lui non riesce a scrivere con i toni aulici e il trasporto che gli vengono richiesti. In questo clima poco incoraggiante si sente anche abbandonato dalla sua Musa, non riuscendo a portare avanti la scrittura del romanzo a cui sta lavorando da tempo.

La frustrazione di Dovlatov è condivisa dagli amici scrittori e dagli artisti con cui trascorre le serate letterarie: un momento di sfogo e reciproco supporto che unisce poeti e scrittori come l’amico fraterno Iosif Brodskj, e i pittori della giovane avanguardia russa ai quali viene impedito di esporre i propri dipinti. Ci che li accomuna è l'essere esiliati dai canali ufficiali del Regime Sovietico: nell' URSS dell'epoca, se non fai parte dell'Unione degli Scrittori non sarai mai pubblicato. E se non vieni pubblicato è come se non esistessi. E io sono stanco di non esistere, afferma Dovlatov.

Oltre agli amici con cui confrontarsi Sergej si rifugia nell'affetto per la figlia Katya e per la moglie Lena. Con quest'ultima il rapporto si è incrinato, compromesso dal contrasto tra l'idealismo frustrato e l'irrequietezza di lui e il solido pragmatismo di lei. Nella turbolenta vita sentimentale dello scrittore, Lena, rimane un punto di riferimento importante, così come la figlia Katya, per la quale Sergey cerca disperatamente di acquistare una bambola per dimostrarle di non essere un padre fallito e farle pena.

Ma i tentativi di recuperare un po' di soldi sono tutti fallimentari. Dopo l'ennesimo rifiuto alla pubblicazione dei suoi testi, Dovlatov accusa il colpo, si sente smarrito e inizia a mettere in discussione con l'amico Brodsky ci in cui aveva sempre creduto " ho sempre pensato che se avessi scritto un romanzo avrei unito il mondo. E se invece non fossi fatto per combattere? Se fossi soltanto un mero osservatore dal buco della serratura del tempo del mondo che mi circonda?".

Del resto, come gli ricorda la sua amica aspirante attrice: ci vuole grande coraggio a mantenere la propria integrità quando non sei nessuno.  Il turbamento di Dovlatov e il suo sentimento di impotenza, benché umilianti, non intaccano per il suo spirito e i suoi ideali. Lo scrittore cade, ma si rialza ancora una volta, grazie all' affetto della famiglia, degli amici, e a quella tenacia e ironia che ha sempre contraddistinto il suo approccio alla vita e alla scrittura.  Siamo poveri e a volte talentosi ma esistiamo e continueremo ad esistere qualsiasi cosa accada.

Ma sarà soltanto la storia a restituirgli, molti anni dopo, quel riconoscimento tanto ambito di esistenza letteraria e di voler lasciare una traccia di sé, eleggendolo come uno degli scrittori russi più significativi del XX secolo nonché uno dei più amati dai suoi compatrioti.

(www.movietele.it)