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France

Regia: Bruno Dumont

INTERPRETI: Léa Seydoux, Juliane Köhler, Benjamin Biolay, Blanche Gardin, Emanuele Arioli, Marco Bettini

SCENEGGIATURA: Bruno Dumont

FOTOGRAFIA: David Chambille

MONTAGGIO: Nicolas Bier

DISTRIBUZIONE: Academy Two

NAZIONALITÀ: Francia, Germania, Italia, 2021

DURATA: 133 min.

Domande pruriginose, telecamere che insistono sul dolore, sensazionalismo alla ricerca di storie appassionanti da spiattellare in prima pagina o in prima serata. Se rievochiamo il peggior giornalismo possibile è perché nel film di Bruno Dumont ne subiamo le conseguenze. Anzi, ne raccogliamo i cocci. La triste storia della sua giornalista-star è l'inevitabile risultato di una fabbrica mediatica bulimica, che prima si nutre di fama e poi rigurgita senza pietà. Per rendere questo discorso più universale possibile, Dumont chiama la sua protagonista France. Una donna volto di una nazione intera. Una scelta emblematica dell'approccio tracotante di un regista caduto negli stessi peccati del cattivo giornalismo. FRANCE, infatti, si sofferma con stucchevole morbosità sull'infelicità di una donna in piena crisi. Nel farlo Dumont si avvinghia alla sua isteria spolpandola fino all'osso, sfruttando ogni lacrima dall'inizio alla fine.

Una donna grande quando una nazione, dicevamo. Sì, perché la "copertura mediatica" della bella France de Meurs non conosce confini. Più di una semplice giornalista, la valente anchorwoman è diventata una star da copertina con tanto di paparazzi e colleghi con il fiato sul collo. Guai a pensare che la valente France non si sporchi le mani, perché sa gestire il suo personaggio con estrema furbizia, lavorando anche come inviata da fronti bellici in cui si dimostra abile burattinaia di servizi a effetto. Però basta lasciarsi alle spalle la gloria lavorativa e aprire la porta di casa per accorgersi del grande vuoto al centro del suo palcoscenico. Un appartamento enorme simile a un freddo museo, un marito distratto, un figlio distante. E poi il colpo di grazia: France investe per caso un motociclista, causandogli un lieve infortunio. In apparenza un fatto futile, ma una piccola scossa può diventare letale quando ci sono già tante crepe. Parte da qui l'inarrestabile effetto domino di FRANCE, mostrando quanta fragilità e quanta insicurezza si nascondano dietro una patina di perfezione (…).

Non le cause ma le conseguenze. È questo il vero interesse di Bruno Dumont nei confronti di una retorica e di un cinismo mediatico onnipresente nel mondo Occidentale. Un approccio gelido che si ripercuote anche nella sfera affettiva di questa donna-iceberg amata da tutti e innamorata solo di se stessa. Un amore effimero che non risparmia nemmeno la stella da dinamiche familiari allo star system. Perché al pubblico piace sempre veder cadere chi è più in alto di loro, puntare il dito, indignarsi, voltare le spalle a chi prima idolatrava (…).

(https://movieplayer.it)

 

France guarda in macchina. Il corpo di Léa Seydoux è come quello della propria nazione (del titolo) che si deve mostrare a 360° e dove compare anche il vero Presidente della Repubblica Emmanuelle Macron. C’è sempre una distanza, anzi una differente altezza con cui la protagonista guarda il mondo che le sta intorno, anzi che fa ruotare attorno a lei. Si vede nel modo in cui guarda la telecamera nel suo studio televisivo, in una casa che somiglia a un museo e dove gli spazi ampi somigliano a quelli di un film in costume. Dumont associa il titolo del film con la sua protagonista. Non è la prima volta che succede. Era già accaduto in Camille Claudel, 1915 e nello strepitoso dittico Jeannette/Jeanne, figure che possono rappresentare la reincarnazione cinematografica di FRANCE nel presente. Anche il suo è un percorso religioso. Di risvegli, di drammi, di cadute nel vuoto.

(…) Sono sempre gli occhi gli elementi rivelatori del cinema di Bruno Dumont. Dalla giovane Giovanna d’Arco a Juliette Binoche passando per Barbe di Flandres, Domino di L’umanità e Katia di Twentynine Palms. Léa Seydow cerca con lo sguardo la macchina da presa, moltiplica la sua immagine social. Pubblico e privato sono la stessa cosa. Eroina della sua stessa vita, protagonista di quello che potrebbe essere un fotoromanzo, manipola e viene manipolata nel momento in cui perde le proprie certezze e si trova davanti un giornalista che si spaccia per qualcun’altro.

C’è prima il meglio e poi il peggio del cinema di Dumont nel momento in cui prima esalta poi inghiotte France in un circo mediatico, in cui il tentativo di annullamento della propria immagine (che è proprio uno dei motivi di seduzione del cinema del regista francese) lascia emergere tutte le sue fragilità. Piange in tv, per strada, fa fatica a sostenere uno scontro dialettico con un politico, s’innamora e poi sputa in faccia tutto il suo disprezzo. Un cinema sulla perdita di controllo che però invece è controllatissimo, anche nell’improvviso rumore del bombardamento dopo il quale abbraccia l’interprete dove l’esibizione della recitazione lascia emergere il trionfo dell’apparenza, della falsità. “Non sopporto più gli sguardi della gente” dice a un certo punto France. Dumont però non le toglie mai le luci di dosso e neanche l’esposizione mediatica. Carica il suo film così al limite che deve usare lo stratagemma di un messaggio guardato di nascosto su uno smartphone. Lei è l’altro sguardo di Dumont che rappresenta le due facce contrastanti del suo cinema, sublime e mostruoso insieme.

(www.sentieriselvaggi.it)

 

Sulle ali della poesia mistica di Jeannette, Bruno Dumont atterra bruscamente nel deserto del reale.

Il tono è incerto e l'autore a disagio lontano dalla Côte d'Opale e dall'allure lunare dei suoi film precedenti, dal surrealismo e dalle risorse del burlesco. Naturalmente Dumont rifiuta la totalità delle convenzioni narrative e psicologiche in cui si accomoderebbero altri illustri colleghi, mantenendosi audace, rompendo i toni, finendo (letteralmente) fuori strada con ribaltamenti disastrosi, per la 'carrozzeria' e la narrazione.

La sequenza dell'incidente è un capolavoro di perfidia che anticipa il voyeurismo e la morbosità della cronaca nera. (…)  Léa Seydoux è onnipresente sullo schermo e al centro di un film in cui indossa Dior e la furbizia opportunista di una giornalista televisiva celebre e manipolatrice. La sua carriera può contare sulla sua faccia tosta, la sua bellezza e quella maniera insopportabile di abusare dei suoi ospiti o dei suoi interlocutori. Figura mondana, distribuisce autografi e lacrime, abitando un appartamento faraonico ma mai sufficientemente grande per il suo ego. Nel suo lavoro non conosce rivali, è la regina glamour delle zone di guerra, che 'allestisce' come un teatrino, mentendo su tutta la linea e mostrando (sempre) il suo profilo migliore.

Dumont si accanisce sull'attrice come il suo personaggio sui guerriglieri o i civili sotto le bombe, costretti a 'posare' come figuranti. Ma il pubblico la venera e l'autore la segue lungo il cammino della gloria che congela qualsiasi emozione e nutre un gioco di superficie, filma la 'France' che schianta e i reportage di cui France è l'unica eroina. Perché la protagonista considera il suo mestiere attraverso il prisma della sua gloria personale. Del resto, 'ama' il popolo ma disprezza il marito e il figlio.

Léa Seydoux, nel suo statuto di star: corpo mai così in pericolo e sembiante tirato fino alla mostruosità, per aderire meglio a quel gioco al massacro che è France, l'attrice è l'interesse maggiore di questo fotoromanzo della nazione. Mani alla gola del narcisismo e del sensazionalismo contemporaneo, promossi dai media e dai social network, il film abdica qualsiasi sfumatura o negoziazione e insegue la scandalosa vanità della sua protagonista: far coincidere il proprio dolore con quello del mondo. Il nemico è identificato, mirato e abbattuto.

Léa Seydoux, viscerale e sublime nell'alcova di Arnaud Desplechin, dimora algida e inumana nei piani americani di Dumont. Impossibile la discesa interiore, l'unica permessa è quella all'inferno, scortata dall'assistente cinica di Blanche Gardin, tonica e feroce comme d'habitute. Superato dalla realtà, più caricaturale della sua caricatura, FRANCE mastica l'oscenità morale della nostra epoca e sputa fiele, è volontariamente antipatico, a immagine della sua eroina, e appena meno esigente rispetto al cinema pregresso di Dumont. Più classico forse ma altrettanto difficile da afferrare. Dimora lì il suo fascino canagliesco e il suo segreto.

 

(https://www.mymovies.it)