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Gli amori di Anaïs

Regia: Charline Bourgeois-Tacquet

INTEPRETI: Anaïs Demoustier, Valeria Bruni Tedeschi, Denis Podalydès, Jean-Charles Clichet, Xavier Guelfi, Christophe Montenez, Anne Canovas, Bruno Todeschini

SCENEGGIATURA: Charline Bourgeois-Tacquet

FOTOGRAFIA: Noé Bach

MONTAGGIO: Chantal Hymans

DISTRIBUZIONE: OFFICINE UBU (2022)

PAESE: Francia, 2020

DURATA: 98 min.

“Vivi l’amore, vivi il desiderio, vivi come Anaïs”, recita il caldo tagline della locandina de Gli amori d’Anaïs, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes. E infatti, fin dai primi istanti Anaïs (Anaïs Demoustier), la trentenne protagonista, ci viene presentata come una giovane donna del tutto inafferrabile. Sempre di corsa, affronta una vita frenetica in cui gli altri personaggi sono solo comprimari e di cui lei, in maniera del tutto genuina, si serve solo se funzionali al suo benessere. All’inizio ha un così insignificante fidanzato da dimenticarsi di comunicargli una (forse) imminente maternità, ma poi incontra Daniel (Denis Podalydès), un editore parecchio più grande di lei di cui solo per un momento si invaghisce. L’attrazione più vibrante si rivolge presto unicamente verso Emilie (Valeria Bruni Tedeschi), affascinante scrittrice e moglie di Daniel, che inizierà ad amare già a partire da qualche suo oggetto. Dagli incontri in parte fortuiti e in parte combinati con Emilie scaturiranno emozioni indelebili per entrambe le esistenze.

Anaïs si trova perfettamente a suo agio nei vestiti dei suoi diciassette anni, perché ha conservato del tutto lo spirito e il candore di quella ragazzina. Il suo apparente egoismo è in realtà dettato da un istinto vitale che inesorabilmente la conduce ad avvinghiarsi ai propri desideri, costi quel che costi. Non ci sono bugie che tengano di fronte all’urgenza di essere nell’attimo e di goderne nella sua pienezza, servendosi al meglio delle persone che lo stanno abitando. Ecco che quando Anaïs incrocia il destino di Emilie può totalmente abbandonarsi alle sue pulsioni, rendendo l’altra donna la perfetta complice della sua vitalità scomposta e travolgente. Ed è talmente traboccante la joie de vivre di Anaïs da contagiare persino una donna come Emilie, una Bruni Tedeschi finalmente consapevole della sua bellezza e che a tal punto conosce se stessa da aver superato ogni sua (tipica) fragilità.

Dunque accogliamo con grande gioia l’esordio nel lungometraggio di Charline Bourgeois-Tacquet, perché Gli amori di Anaïs sembra direttamente uscito dalla penna e dagli occhi del più illuminato Éric Rohmer. Quasi come in un ulteriore tassello delle sue “Commedie e proverbi”, siamo qui di fronte ad una donna che cerca il suo posto nel mondo con una forma di consapevolezza tutta sua, ma che resta comunque tale nella sua dimensione edonistica. C’è una fotografia che sfrutta al meglio la luce naturale dell’estate per accentuare l’erotismo dei corpi in una natura progressivamente più selvaggia, specchio della ricerca dell’ignoto da parte della protagonista. Ad accompagnare quest’attrazione tanto fisica quanto intellettuale, la sensuale colonna sonora del nostro Nicola Piovani che, con maestria, si inserisce anche nel più semplice frangersi delle onde sulla battigia. Per quanto figlio della Nouvelle Vague, Gli amori di Anaïs resta un film contemporaneo che ben s’inserisce nel recente cinema “letterario” francese di opere come Il mistero di Henry Pick o ancor meglio de Il gioco delle coppie.

A tenere alto il ritmo e la vivacità dell’opera le interpretazioni delle fuoriclasse presenti sulla scena. L’esplosiva Anaïs porta (non a caso) lo stesso nome dell’attrice che la interpreta: la Demoustier, già premio Cèsar per Alice e il sindaco e protagonista per Guédiguian in Gloria Mundi, è una delle vere promesse del cinema contemporaneo francese. Al suo personaggio dà una freschezza tutta particolare e regge sostanzialmente sulle sue spalle un film che, per la sua dichiarata leggiadria, avrebbe rischiato di risultare inconsistente se affidato a mani non abbastanza abili. Accanto a lei un’inedita e matura Valeria Bruni Tedeschi che, con un fascino irresistibile e lontana dalle sue tenere nevrosi, ci strega e ci ammalia sulle note di Bette Davis Eyes. Da Anaïs impariamo in ultimo valga sempre la pena sfruttare al meglio la nostra essenza, nonché accettare che serva del tempo per meglio comprenderci, in fondo è sempre un buon momento per cercare di essere in ultimo il meglio di ciò che possiamo essere.

(https://hotcorn.com)

Anaïs ha trent'anni, soldi in tasca pochi. Non sta mai ferma, non sta mai zitta, è perennemente in ritardo. Sembra vivere l'attimo, senza preoccuparsi mai delle conseguenze. Vuole vivere pienamente, intensamente. Vuole l'amore: magari, rubandolo.

Parte con i ritmi di un minuetto, una sarabanda: Anaïs corre, corre trafelata, con una bicicletta su cui non la vediamo mai salire: la trascina sempre a mano, la porterebbe anche su per le scale. Anaïs leggera come i vestitini che indossa, gonne corte, cotone rosso come la giovanissima, e sexy, Emmanuelle Seigner in Frantic di Roman Polanski. Anaïs corre, nel film di Charline Bourgeois-Tacquet che senti esserle vicina, complice. Corre, e si strappa via dalle ali, si sbarazza di ragazzi che la amano, gravidanze indesiderate, professori universitari, editori incontrati ad una festa.

La prima cosa che salta agli occhi, nel film, è questa figura leggera, da nouvelle vague, attorno a cui sembra avvitarsi tutta l'opera, come se inseguisse i suoi movimenti - i primi piani sequenza, vertiginosi - le sue indecisioni, le sue bugie, il suo potere di sedurre chiunque con un vestitino da tre soldi, le gambe nude, e un talento per dribblare ogni domanda. Ricorda un'altra giovane donna, bella e indecisa a tutto: la Frances Ha tratteggiata da Greta Gerwig, in una New York in bianco e nero che, per un attimo, aveva fatto sognare di essere tornati ai tempi del miglior Woody Allen.

Qui, più che vicino a Woody Allen, siamo dalle parti del cinema di Rohmer e di Rivette, o di Louis Malle: campagna, borghesia intellettuale, dialoghi veloci che scivolano come acqua di ruscello. E ogni tanto una citazione di Duras, o una foto di Alain Robbe-Grillet.

Anaïs si può solo amare. Perché è bugiarda con tutti, ma è più vera di tutti. Per lei conta solo il grado più alto della passione, l'assoluto del desiderio. Il resto è fuffa, è zavorra. Intravede l'assoluto nell'incontro con la scrittrice, interpretata da una Valeria Bruni Tedeschi dalla recitazione sobria, senza accelerazioni improvvise, precipitazioni, manierismi. La scrittrice si è ritirata in un bunker invisibile, dove l'unico azzardo è cambiare stile di scrittura, secondo l'argomento. Anaïs le oppone la sua fame di vivere, di amare. E si permette di rovesciare tutto in un istante.

Equilibrato fra commedia - a un certo punto c'è anche un lemure in overdose - dramma e viaggio sentimentale, GLI AMORI DI ANAÏS è un film tutto di scrittura e di recitazione. La regia ti fa essere lì, e quando è necessario ti fa anche sentire - con alcuni primissimi piani - la delicatezza della pelle di Anais, il rossore sul collo di Bruni Tedeschi. Ma per la maggior parte del tempo ti fa "essere lì", ed è ciò che conta. La musica, firmata da un fuoriclasse come Nicola Piovani, non invade: per apparire magari prepotente all'interno del racconto, quando Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier ballano, in una luce di crepuscolo in cui ogni equilibrio sembra più fragile, sulle note rauche di "Bette Davis Eyes" di Kim Carnes.

E gli uomini? Uno dopo l'altro, tutti cadono in trappola. Tutti manipolati, ingannati, tutti fermi a guardare Anais che se ne va sempre altrove. Ma è lei che ha ragione: lei che mente, lei che cambia direzione all'improvviso. Perché l'amore lo si ruba, non lo si attende pazienti. E lei ruba l'amore, sapendo di potersi fare male. Dimenticavamo, ma lo avete capito: Anaïs Demoustier illumina lo schermo, con la sua energia, la sua freschezza, il suo charme così immediato, naturale, travolgente.

(www.mymovies.it)

 

Lo scrittore Albert Camus ebbe a dire che “soltanto la musica è all’altezza del mare”. Ne GLI AMORI DI ANAÏS, troviamo entrambi gli elementi, in particolare la musica gioca un ruolo di primo piano nel dipanarsi della storia, tant’è vero che ad occuparsene è stato il premio oscar Nicola Piovani. Il mare, presente in alcune scene chiave di quest’opera, ha un punto di vista profondamente femminile. La protagonista fa il bagno in mare dopo avere appreso che sua madre si è di nuovo ammalata di cancro. Su una spiaggia, incontra la passione più autentica e ardente, incarnata dalla scrittrice Emilie, il personaggio interpretato magistralmente da Valeria Bruni Tedeschi. (…) Per Emilie la parola chiave è intensità, un tratto che cerca nella vita e che riversa nel suo lavoro di scrittrice al di fuori dei generi letterari consolidati (scrive romanzi, racconti, saggi, ecc.). Ed è ancora lei che conferisce spessore non solo al personaggio di Anaïs ma a tutto il racconto. L’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi è non solo all’altezza delle aspettative ma ha un forte impatto narrativo, poiché il suo personaggio funge da specchio all’inquietudine di Anaïs, ponendovi forse rimedio. In buona sostanza, possiamo dire che Gli amori di Anaïs è un film da vedere, apprezzabile sotto molti profili, come la già menzionata musica, la recitazione di Bruni Tedeschi e Podalydès, la fotografia nitida, le location strepitose.

(www.cinematographe.it)