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Gli amori di Suzanna Andler

Regia: Benoît Jacquot

INTEPRETI: Charlotte Gainsbourg, Niels Schneider, Nathan Willcocks, Julia Roy

SCENEGGIATURA: Benoît Jacquot

FOTOGRAFIA: Christophe Beaucarne

MONTAGGIO: Julia Gregory

DISTRIBUZIONE: Wanted Cinema

PAESE: Francia, 2021

DURATA: 91 min.

Saint-Tropez d'inverno. Dentro una villa disabitata, Suzanna Andler esita tra suo marito e il suo amante. Parigina, nascosta dietro la sua classe e la sua fortuna, Suzanna ha sposato anni prima Jean Andler, gran borghese ricco e infedele. Oggi è intrappolata in un matrimonio agiato e deve scegliere tra una vita di moglie e di madre, governata dalle convenzioni, e un'esistenza libera ma più rischiosa, incarnata dal suo giovane e squattrinato amante. Alla ricerca di un'impossibile emancipazione, Suzanna Andler parla a mezza voce, dice delle verità, le sue che non sono sempre le stesse e inciampano nelle bugie. Pronunciate per paura o come un riflesso vitale mentre il sole tramonta sul Mediterraneo e sugli amanti riuniti che sembrano già mancarsi.

Non piaceva a Marguerite Duras questa pièce quasi sconosciuta, scritta nel 1968 e rappresentata fugacemente nel 1969. "Suzanna Andler" è sempre piaciuta invece a Benoît Jacquot, che decide di adattarla per lo schermo, sublimando il testo e Charlotte Gainsbourg.

Il risultato è un uragano lento che travolge una grande villa sul mare, lasciando entrare la sua aria densa, il richiamo acuto dei gabbiani e la luce del cielo. L'edificio maestoso non fa mai dimenticare il testo, un poema a quattro voci (Suzanna, l'amante, il marito e l'amica), un'architettura asciutta, precisa nelle indicazioni sceniche come negli incessanti slittamenti delle parole che i personaggi pronunciano per dire ciò che fanno e ciò che provano. Soprattutto Suzanna, sopravvissuta alle fughe del marito pluri-fedifrago e distante.

Nel triangolo durasiano uno dei vertici è sempre assente. Dovrebbe lasciarlo ma la sua vita dimora nella menzogna, che serve sostanzialmente a produrre altre parole, ad avvicinare una verità sempre altrove. La protagonista trascende la realtà con ellissi, scarti di parole, come per sfuggire al rischio di innamorarsi a sua volta di un altro uomo o di rinunciare al lusso che gli offre il volubile consorte.

Charlotte Gainsbourg abita Suzanna con una grazia fluttuante e una calma (sovran)naturale. Miniabito nero, pelliccia sulle spalle e stivali scuri, che conferiscono alla sua figura lo splendore slanciato delle eroine tragiche, la sua voce, sottile, quasi infantile, contrasta col rilievo della sua postura. Suzanna è una donna sconfitta, al limite, in attesa di vivere o magari di morire. L'attrice, quasi evanescente, dona al suo personaggio un surplus di intensità e di dolore, facendone la vittima di un marito infedele e insieme l'eroina di un romanzo che riscrive il suo destino.

Gli strass e i cristalli che ornano il suo vestito la fanno scintillare di mille fuochi, la diremmo una bambina o una fata, una sposa borghese o una puttana, una guerriera o niente di tutto questo. Vertigine di un costume, di una donna e di un dramma che contiene tutti i temi della Duras: la corruzione dell'età, la circolazione del desiderio (e della morte), l'alcool, il mare, l'impossibilità di esistere per i suoi personaggi fuori dal linguaggio, il non-evento, l'amore finito.

Tutto passa per gli attori che si appropriano con umiltà e rigore della musicalità della Duras. Tutto è detto senza esagerazioni. La macchina da presa si muove appena, lasciando che sia la luce del mare a dare rilievo alle cose e alle persone. Si attacca al corpo e al viso della sua protagonista che evolve dentro un lusso rilucente. Lusso necessario a liberarla dalle preoccupazioni quotidiane per vivere dappresso le emozioni.

Ancora una volta Benoît Jacquot trova il cinema nel cuore del teatro. Rispettando alla lettera il testo, comprese le scenografie verbali, l'autore filma una coreografia misurata di corpi e di dialoghi cesellati. Dispiega le mille risorse del cinema, ricorrendo alla luce, al suono, ai movimenti di camera, al montaggio che recide il tempo o lo prolunga confondendoci sull'ora, sul quando. Quando Michel incontra Jean, quando Jean scopre di Michel, quando Suzanna viene a sapere di Monique... Prima, dopo, ieri, oggi. Questo gioco di temporalità che slittano, si sovrappongono, abitano contemporaneamente appartiene alla pièce come le parole che tracimano Suzanna Andler e il suo melanconico incanto. Un film che è Duras senza essere Duras.

(www.mymovies.it)

 

Da un’intervista con il regista:

"Devo moltissimo a Marguerite Duras. La prima volta che la incontrai, nel 1972, ero ancora ventenne. Avevo deciso già da molto tempo che mi sarebbe piaciuto fare film, il “cinéma” come si diceva. Passavo le mie giornate fantasticando su trame improbabili mentre mi guadagnavo da vivere facendo l’assistente a una schiera di registi. Era piuttosto interessante e spesso divertente, ma sapevo che mi distraeva da quello che volevo realmente fare. A quell’epoca, Duras non era ancora una scrittrice professionista, o meglio, aveva scritto sceneggiature per film che girava con piccoli budget.

Duras non era solita apprezzare le pellicole tratte dai suoi lavori (Barrage contre le Pacifique, Le Marin de Gibraltar, Dix Heures et demie du Soiren Été, Moderato Cantabile…). Cambiava spesso opinione addirittura su Hiroshima mon amour. Decise quindi di prendere le redini della situazione e dirigere La Musica (1967), Détruire, dit-elle (1969) e Jaune le Soleil (1971). Qualcuno le disse che avevo molto apprezzato i suoi singolari e magnetici film e, all’epoca, era alla ricerca di collaboratori che la aiutassero nella lavorazione dei suoi film, aveva bisogno di un “braccio destro”, come disse lei stessa.

Quando bussai alla sua porta, mi scrutò brevemente, non disse una parola e scoppiò a ridere. Fu questo l’inizio del nostro sodalizio. Nei successivi due anni l’aiutai sui set di Nathalie Granger (1972), La Femme du Gange (1973) e India Song (1974). Eravamo soliti vederci o parlarci spesso al telefono. Quando si lavorava con Marguerite, eravamo sempre gli stessi, quasi come un’unica grande famiglia. Capii presto che amava il cinema perché era sinonimo di partecipazione. Tuttavia, la maggior parte dei suoi lavori, salvo alcune eccezioni, non significavano niente per lei. Per me, invece, era il contrario e in più ebbi l’enorme fortuna che proprio a me, persona in cui riponeva la sua fiducia, confidasse quello che pensava del «cinema».

(…) Suzanna Andler è stato pubblicato nel maggio del 1968. Il primo spettacolo è stato allestito alla fine del 1969 a Parigi. Marguerite Duras non è rimasta particolarmente soddisfatta dalla produzione. Quanto a me, avevo deciso di non realizzare mai film basati su suoi libri fino a quando un nostro amico comune mi ha recentemente ricordato questa promessa. E questa è stata la molla da cui sono partito per realizzare questo lavoro.

In generale infatti penso che, al di là del passaggio dal palcoscenico a luoghi reali, il teatro si confronti con il cinema con la sua stessa libertà: lo spettacolo che si svolge davanti a un pubblico generalmente statico è sostituito dal punto di vista a 360° di una macchina da presa che accompagna un pubblico altrettanto statico in un viaggio immaginario, avvicinandosi o allargandosi, girando intorno o ponendosi frontalmente, a seconda di come muta ciò che si svolge, non più in scena ma sullo schermo.

Con la complicità di attori di grande potenza, vorrei ritrovare i personaggi di una geometria mentale e sentimentale: la casa al mare, dal mattino alla sera, intrisa di carrellate, campi lunghi e primi piani, mormorii dietro le parole, alla ricerca di Susanna Andler. In questo modo riesco a mantenere la mia promessa.

Quando ho sottoposto la sceneggiatura del film a Charlotte Gainsbourg, non sapevo che sarebbe rimasta così stregata e toccata da quelle parole, da quel contesto, da quel personaggio. Se Marguerite Duras l'avesse conosciuta, avrebbe amato la sua profonda drammaturgia. Proprio come le attrici con cui lavorava Marguerite, Charlotte ha una voce, uno stile, un modo di muoversi, di parlare, di guardare, di farsi avanti, che è perfettamente in linea con le parole di Marguerite".

(www.filmtv.it)