Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Gli orsi non esistono

Regia: Jafar Panahi

INTERPRETI: Jafar Panahi, Naser Hashemi, Vahid Mobaseri, Bakhtiar Panjei, Mina Kavani

SCENEGGIATURA: Jafar Panahi

FOTOGRAFIA: Amin Jafari

DISTRIBUZIONE: Academy Two

NAZIONALITÀ: Iran, 2022

DURATA: 107 min.

Premio speciale della giuria alla 79° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

PRESENTAZIONE E CRITICA

Lo scorso 11 luglio, Jafar Panahi, presentatosi presso il pubblico ministero di Teheran che tre giorni prima aveva arrestato i registi Mohammad Rasoulof e Mostafa Aleahmad, è stato a sua volta messo in stato di fermo e condannato per direttissima a sei anni di prigione. Una condanna che arriva dopo quella del 2010, quando il regista iraniano, da sempre oppositore del regime, venne anche in quel caso incarcerato e poi rilasciato con l’interdizione a lasciare il Paese e a realizzare film. Come sappiamo, nel corso degli anni Panahi ha continuato in realtà a confezionare film presentati a Cannes e Berlino (This Is Not a Film, Closed Curtain, Taxi Teheran, Tre volti), mettendo a rischio la propria posizione e al tempo stesso proseguendo quel lavoro di rispecchiamento nella finzione e nella pratica materiale del cinema avviato fin da Lo specchio, nel 1997.

Panahi è il tramite dei propri film, il corpo attraverso cui passa la riflessione sul rapporto fra realtà e messinscena, verità e rappresentazione. Il suo cinema si fonda sullo svelamento del dispositivo filmico e su figure stilistiche e formali totalizzanti (lo specchio, per l’appunto, e poi la circolarità di Il cerchio, il fuoricampo di Offside) per mettere in discussione e così ribadire un diritto di parola, di racconto e, per l'appunto, di messinscena. Di fronte a un nuovo arresto, Panahi si pone dunque ancora una volta come soggetto e oggetto di sguardo del proprio film: è lui la fonte delle immagini, lui il centro del discorso, lui il responsabile dell’inevitabile fallimento del cinema di fronte all’irrompere della vita.

In GLI ORSI NON ESISTONO il regista si trasferisce in un villaggio di montagna al confine con la Turchia per gestire a distanza le riprese di un film che la sua troupe gira nella città turca poco distante; da remoto, quando la rete lo supporta, segue le riprese e parla con l'aiuto regista. Il suo film racconta la storia di una coppia di esuli iraniani che sta cercando di partire per Parigi con documenti falsi: una storia vera, interpretata dagli stessi protagonisti, che però i ciak incanalano nella finzione causando non pochi problemi alla donna della coppia. Nel frattempo, nel paese dove risiede ospite di un brav’uomo, Panahi incappa in un problema non da poco: per colpa di una foto che ha scattato casualmente, una coppia di fidanzati clandestini è stata scoperta e ora il pretendente della ragazza chiede soddisfazione, a meno di non veder restituita la foto o di avere da Panahi una dichiarazione firmata che in realtà lo scatto non esiste. Quell'immagine dunque esiste oppure è solo immaginata? Inoltre, come se non bastasse, le autorità iraniane, scoperto che il regista interdetto dal lasciare il Paese ha preso alloggio a pochi chilometri dal confine presidiato dalle bande di contrabbandieri, hanno cominciato a indagare sulla sua attività…

Il film è dunque un gioco di scatole cinesi, o meglio una serie di livelli sovrapposti, affiancati, montati in sequenza, in cui a dominare è l’immagine dello stallo, dell’impossibilità di oltrepassare i confini. Confini tra le nazioni, tra legge e violenza, ovviamente tra realtà e finzione. Panahi è il fulcro di tutto questo gioco, vittima quando è costretto a sottostare agli obblighi delle autorità; carnefice quando costringe i protagonisti del film a piegarsi al racconto; privilegiato quando da intellettuale di città osserva le cerimonie ataviche degli abitanti del villaggio.

Il continuo gioco di svelamenti, di campi e controcampi, di scene al di qua e al di là del confine, riprende l’inesorabile rimpallo di responsabilità e libertà individuali che ogni regista vive nel proprio lavoro, così come ogni individuo negozia continuamente la propria identità rispetto alla comunità in cui si muove. Panahi insegue in questo modo la totalità del cinema, la gabbia che ogni film costruisce attorno ai luoghi e ai personaggi che racconta, replicando lo stato di prigionia e paradossale libertà interiore che vive da più di un decennio.

Anche alla luce di ciò che è successo mesi fa, GLI ORSI NON ESISTONO diventa così la summa forse involontaria (o forse no) della sua condizione, l’impasse di un autore che per raccontare la realtà è costretto a rinchiuderla nelle immagini, mentre nella vita soffre di una reclusione alla quale non c’è scampo (e nel momento più bello del film è lui stesso, Panahi, a valicare per un attimo il confine fra Iran e Turchia, salvo poi tornare indietro). Se però una cosa è certa – come del resto dimostra lo sviluppo tragico del film – è che la realtà sfugge sempre a ogni controllo, mentre ogni uomo - regista o meno - è chiamato, più che a fuggire o a oltrepassare i confini, a mettere un punto fermo sulle cose. Come tirare un freno a mano, bloccarsi e accettare fino in fondo il proprio compito.

(www.cineforum.it)

La prima scena è in una città della Turchia, in una strada affollata. Una donna esce da un ristorante e incontra un uomo che le consegna un passaporto falso. Si tratta di una coppia iraniana, che cerca un modo di arrivare in Europa, per avere finalmente un po’ di pace, dopo una vita di persecuzioni da parte del regime di Teheran. Però lui non ha ancora trovato i documenti e dice alla compagna di avviarsi da sola. Nasce un litigio. Poco dopo, una voce dà il cut. È un set cinematografico. Lentamente l’obiettivo indietreggia e scopriamo, da tutt’altra parte, un computer e un uomo. È il regista, Jafar Panahi. Che immediatamente ci scaraventa nel suo metauniverso di film dentro i film, di riprese impossibili, di reclusioni, di prigioni materiali e immagini in libertà. Tutto un gioco di sovrapposizioni che si complicano. In cui c’è la messinscena di una storia “vera” di due persone in fuga. Che sono un’altra declinazione possibile della situazione di Panahi perseguitato politico. E, d’altro canto, come già in Tre volti, c’è un discorso sulle comunità rurali, sul peso di tradizioni a volte difficilmente comprensibili, fatte di matrimoni combinati, giuramenti sacri, conflitti atavici e superstizioni.

Al centro di tutto, un’altra riflessione vertiginosa sul senso delle immagini, sulla loro capacità di testimoniare o manipolare la realtà e sulla precarietà della loro essenza. Ma il grande merito del cinema di Panahi, anche quando sembra aggrovigliarsi e andare in confusione, è nel riportare sempre il discorso teorico sul terreno delle cose concrete, delle vicende umane, sentimentali ed emotive. E soprattutto al cuore di un’esperienza personale vissuta con fiera determinazione. In cui avverti la tensione tra l’aspirazione alla libertà di movimento e di espressione e la consapevolezza di una limitazione profonda, di una situazione politica ed esistenziale soffocante. Non c’è autocompiacimento nel modo in cui Panahi si mette in mostra. C’è la volontà di essere un segno, un testimone, una metafora. Di un’impasse che riguarda un’intera società. E che però non si traduce mai in un patetico lamento né in un desiderio di fuga. Come dimostra la splendida scena in cui Panahi si affaccia sulla linea di confine, lungo il sentiero percorso dai contrabbandieri, e rifiuta di fare un passo in più. Per ritornare al suo mondo, pur se pieno di trappole e di gabbie, lì dove sono le sue radici e il conflitto è più urgente.

Del resto, il centro di GLI ORSI NON ESISTONO riguarda la paura e la disperazione. La paura, come dice in maniera inequivocabile uno degli abitanti del villaggio, è ciò su cui attecchiscono le superstizioni e si struttura il potere. È la proiezione di mostri che non esistono e che sono funzionali al controllo. Non ci sono orsi qui. La disperazione è ciò che prende alla gola, dopo che è stato frustrato ogni tentativo di resistenza, di uscire dall’asfissiante maglia degli usi e delle leggi. E quindi ogni libera espressione, ogni gioia, ogni slancio d’amore puro. Invece, per Panahi, l’importante è lottare, continuare a filmare, ovunque, in qualsiasi condizione, contro ogni imposizione. Continuare a contrabbandare le proprie immagini, facendole circolare anche nel modo più clandestino e rocambolesco. Continuare a pensare, scrivere, vivere, anche quando non si ha più voglia. Certo il film si conclude su due gesti disperati, violenti. Che non sembrano lasciare molto margine alla speranza. Panahi sembra inerme. Di fronte alla morte, distoglie lo sguardo, per un estremo gesto di pudore e di etica. Ma non per questo si ferma. Continua a guidare ancora un po’. E a girare, nonostante tutto. Nell’ultima inquadratura tira il freno a mano. Ma il motore è ancora acceso. Almeno fino al prossimo film.

(www.sentieriselvaggi.it)