Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday

Regia: Lee Daniels

INTEPRETI: Andra Day, Trevante Rhodes, Natasha Lyonne, Garrett Hedlund, Miss Lawrence, Rob Morgan, Da'Vine Joy Randolph, Evan Ross

SCENEGGIATURA: Suzan-Lori Parks

FOTOGRAFIA: Andrew Dunn

MONTAGGIO: Jay Rabinowitz

MUSICHE: Kris Bowers

DISTRIBUZIONE: BIM Distribuzione

PAESE: Usa, 2021

DURATA: 126 min.

Golden Globes 2021 per Migliore Attrice in un film drammatico

Billie Holiday è stata una delle più grandi cantanti jazz, che ha iniziato la sua carriera folgorante e devastante, alla tenera età di quindici anni, dopo avvenimenti che solo una donna afroamericana vissuta negli Stati Uniti degli anni ‘30 e ‘40 può raccontare.

La storia inizia con un’intervista che Billie rilascia in uno stato già avanzato della fragilità della sua salute, e parte così ripercorrendo prima i vaghi e apparenti fasti della sua fama, per poi scendere giù, negli alti e bassi dei tunnel dei suoi abissi interiori. Holiday e la sua voce incantevole lasciano a bocca aperta donne e uomini di ogni estrazione e posizione, nonostante quelli siano tra gli anni più intensi del Ku Klux Klan che non tarda a farne subire i suoi effetti. Nel 1939 nel celebre night club Café Society a New York, al termine della sua esibizione, Billie canta Strange Fruit, un pezzo scritto un paio di anni prima da Abel Meerpol, un poeta membro del Partito Comunista Americano che compose le parole proprio dopo un ennesimo episodio di linciaggio di un afroamericano da parte delle autorità negli Stati Uniti del sud.

La scelta di Holiday decreta l’inizio delle persecuzioni che subirà fino al termine della sua vita, da parte del Governo USA nella persona dell’ispettore Harry Anslinger. Lei, coraggiosa, fiera e decisa a portare avanti una lotta contro le più aberranti violazioni dei diritti umani, in un tempo in cui i neri venivano considerati esseri umani di serie B, usa il suo corpo, la sua voce e cerca il riscatto alle sue ferite affettive, mentre la dipendenza dall’uso di droghe leggere e pesanti iniziava a lacerarla e ad essere usata contro di lei.

Lee Daniels sviluppa l’evoluzione della storia di un’artista lasciando che sia l’attrice Andra Day a fare tutto, con la sua presenza scenica, il suo volto consumato e sdrucito, insieme alla perfezione della sua silhouette avvolta in abiti luccicanti, per non parlare della sua incredibile voce. L’impatto del viso della protagonista, piegato, tradito è a volte quasi fastidioso nella sua ostinazione tanto credibile, in particolare quando entra in relazione con i suoi salvatori e gli aguzzini: l’attore Trevante Rhodes che interpreta l’agente Jimmy Fletcher, i fedeli membri della sua band (Tyler James Williams, Da’Vine Joy Randolph), o uno dei suoi tre ignobili mariti John Levy (Tone Bell).

Il flusso del racconto è emotivo, doloroso, ma chiaro e spietato, anche quando è imperfetto e fatica un po’ a mostrare i personaggi che si muovono tra loro e all’interno dei fatti, perché è tutto sempre a favore di Billie Holiday, del suo mondo interiore che è continuo riflesso di quello esteriore. Come l’attrazione gravitazionale di un pianeta, la protagonista cattura e assorbe tutto in sé, senza fare sforzi particolari ma limitandosi – si fa per dire – ad emanare la sofferenza che si prova nel non essersi mai sentite al posto giusto, ma avendo lottato fino all’ultimo perché il mondo potesse diventarlo per altri, quel posto giusto.

(https://www.cinefilos.it)

 

Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di registi afroamericani ha avuto la possibilità di imporre ad Hollywood una modalità di racconto puramente black, nel solco già tracciato in precedenza da autori come Spike Lee e Melvin Van Peebles. Ciò che si percepisce chiaramente è l’esigenza di riappropriarsi della propria storia e dei propri simboli, raccontando in prima persona e con il proprio linguaggio, senza sottostare alle castranti logiche degli studios hollywoodiani. Già Shaka King lo scorso anno con Judas and the Black Messiah aveva centrato perfettamente il discorso elevando, a decenni di distanza, un leader del Black Panther Party come Fred Hampton a simbolo del black power statunitense. Come Shaka King anche Lee Daniels decide di raccontare la vera storia di un simbolo dei diritti civili afroamericani, a partire dai tradimenti, gli abusi e le persecuzioni patite a causa della sua posizione politica. Gli Stati Uniti contro Billie Holiday approfondisce una figura indecifrabile e difficile da collocare, una cantante dalla voce inconfondibile la cui tragica fine ha segnato indelebilmente le coscienze di intere generazioni di ammiratori.

A New York, nel 1939, il Cafè Society era uno dei pochi locali in cui bianchi e neri potevano sedere gli uni di fianco agli altri. In quel locale si esibiva spesso Billie Holiday, dai più chiamata Lady Day, una giovane cantante afroamericana sensuale e sfrontata, la quale aveva l’abitudine di chiudere i suoi concerti con una canzone di forte protesta. Strange Fruit, scritta dal russo (e quindi “comunista”) Abel Meeropol, è la rappresentazione degli effetti di un linciaggio negli stati del Sud, una visione di corpi straziati e penzolanti come frutti dagli alberi. Un brano capace di scuotere gli animi e per questo motivo naturale inno dei diritti civili. Lady Day è tenuta sotto stretta sorveglianza da Harry Anslinger, capo dell’Ufficio narcotici dell’FBI, perché preoccupato dalla carica eversiva del brano. I federali decideranno di strumentalizzare la tossicodipendenza di Billie facendo di lei il capro espiatorio di una dura guerra alla droga. Una vera e propria persecuzione per impedirle di cantare quella canzone. Billie non smetterà mai di lottare, neanche nel letto d’ospedale dove morirà sola ed incarcerata.

GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY è il ritratto di una donna fragile e problematica, con un passato difficile capace di influenzare tutta la sua esistenza. Le relazioni con uomini violenti e perlopiù criminali, la dipendenza da alcol e oppiacei, sono tutti sintomi di un malessere profondo e dell’incapacità di amare in primis se stessa. Ma Lady Day era molto più di questo. Se nella vita privata non riusciva ad avere equilibrio, sul palco aveva la capacità di brillare come nessuno prima di lei, un dono che la renderà un simbolo immortale. Il biopic di Lee Daniels si sofferma molto sulle fragilità della protagonista e su ogni particolare scabroso della sua vita sregolata, mentre tralascia il vero e proprio approfondimento sul personaggio storico. La tossicodipendenza e ogni atteggiamento autodistruttivo nelle sue relazioni amorose e sessuali sono riportate morbosamente quasi a sovrastare ogni altro elemento. Daniels e la sceneggiatrice Suzan Lori-Parks hanno deciso di insistere sugli aspetti più spettacolari a scapito di una riflessione più organica sul personaggio stesso. Nonostante la semplicità della struttura narrativa, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday si regge sulla passionale interpretazione di Andra Day, debutto cinematografico che le è valso il Golden Globe e una nomination ai premi Oscar. L’attrice nasce come cantante, ed infatti è proprio sulla voce che compie il lavoro più significativo, un timbro rauco e graffiante quasi indistinguibile dalle poche testimonianze “non cantate” di Lady Day.

Come in Judas and the Black Messiah, anche in questo caso l’FBI ha utilizzato un infiltrato afroamericano per sorvegliare dall’interno ed incastrare il soggetto definito eversivo e pericoloso. Il “giuda” O’Neal del film di Shaka King vivrà la sua esistenza divorato dal senso di colpa fino al suicidio, mentre Jimmy Fletcher, il traditore di Billie Holiday, si pentirà con molto anticipo, instaurando una relazione con la stessa cantante. Jimmy intraprende insieme allo spettatore un graduale processo di presa di coscienza, smascherando finalmente le vere intenzioni del governo: “This drug war is just a war on us”. La rappresentazione del “traditore” della razza rientra nella narrazione black fin dal celebre discorso di Malcom X del 1963 “Message to the Grass Roots”. In quell’occasione Malcom X ha individuato nella figura dell’house negro lo schiavo ben vestito e ben nutrito responsabile della casa del padrone, di conseguenza molto più vicino a lui che ai suoi fratelli nei campi. Questi individui venivano usati per tenere sotto controllo la massa e renderla passiva, quindi non violenta. I rappresentanti del black cinema contemporaneo sembrano voler affrontare proprio questo discorso, sollecitando la comunità a rimanere vigile e coesa in un paese in cui non si è mai smesso di lottare per i medesimi diritti civili per cui cantava ostinatamente Billie Holiday.

Il continuo dialogo tra storia e attualità reso tramite l’innesto di immagini di repertorio, non si nota in alcun modo nella costruzione narrativa del film, il quale resta perlopiù ancorato alla caratterizzazione di Billie e dei suoi amici. Oltre alle coinvolgenti scene di canto, quelle più riuscite sono ambientate tra backstage e stanze d’albergo, dove i dialoghi si fanno serrati e allucinati, situazioni in cui il regista ha potuto sfruttare la sua predisposizione al lavoro sul gergo. Tutto ciò che gira intorno a Billie resta appena accennato, come il rapido riferimento alla relazione con Tallulah Bankhead, una semplice allusione alla sua bisessualità più per cronaca che per fini narrativi. Il vero merito di Daniels e del suo Gli Stati Uniti contro Billie Holiday resta quello di aver riportato al centro del dibattito una figura unica ma poco ricordata, emblema della lotta per i diritti civili ed eterna ispirazione per le nuove generazioni.

(www.sentieriselvaggi.it)