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Gran Torino

Regia: Clint Eastwood

INTERPRETI: Clint Eastwood, Cory Hardrict, John Carroll Lynch,Geraldine Hughes, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo  

SCENEGGIATURA: Nick Schenk

FOTOGRAFIA: Tom Stern

MONTAGGIO: Joel Cox

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia

NAZIONALITÀ: Usa, 2008

DURATA: 116 min.

Escluso dagli Oscar - forse perché affronta in modo spiazzante e anti-ideologico un tema molto delicato come quello del razzismo - ha ricevuto critiche eccellenti oltre a diventare il film di maggior successo tra quelli diretti dal grande Clint.

Walt Kowalski, è un reduce della Guerra di Corea dal carattere burbero e spavaldo. Meccanico in pensione, l’uomo riempie le sue giornate facendo dei piccoli lavori di riparazione, bevendo birra e recandosi una volta al mese dal barbiere. Nonostante l’ultimo desiderio espresso dalla moglie, ormai deceduta, fosse che il marito si confessasse, per Walt - che tiene il suo fucile M-1 sempre pronto e carico - non c’è nulla da confessare. E non c’è nessuno di cui si fidi, ad eccezione del suo cane Daisy. Le persone che un tempo erano i suoi vicini di casa sono ormai quasi tutte morte oppure si sono trasferite altrove e sono state sostituite da immigrati provenienti dal sudest asiatico, che lui disprezza. Unici affetti rimasti: un garage pieno di attrezzi che non servono più e una smagliante Ford Gran Torino del ’72. Un tesoro per Walt, fino alla notte in cui, il figlio dei vicini, tenta di rubargli l’auto. A quel punto Walt si sente in diritto di agire ma, scoprirà, una verità completamente inaspettata. Una situazione che, invece, di aumentargli l’odio per i vicini asiatici lo porterà a stringere un’amicizia improbabile che cambierà, per sempre, la sua vita.

 Clint Eastwood è il regista ed il protagonista di GRAN TORINO, che segna il suo ritorno come attore dopo Million Dollar Baby, Oscar come Miglior Film nel 2005. L’ultimo lavoro di Eastwood è un film ‘piccolo’, scarno, quasi brutale, come il cineasta non faceva da anni. Personalissimo e quanto mai attuale. Nell’anno della vittoria di Obama, sullo sfondo del peggior disastro economico che l’America attraversa dagli anni ’30 a oggi, il suo film ambientato in un paesino dell’hinterland di Detroit, è la summa di una terra lacerata da una crisi automobilistica e da licenziamenti. Ma soprattutto dall'ignoranza e dall'intolleranza. In GRAN TORINO ritornano i temi cari all’Eastwood autore: il razzismo, la religione, i pregiudizi, le sfide al politicamente corretto, i rapporti genitori/figli (…).

(www.primissima.it)

Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski.

Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa.

Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione.

Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.

(www.filmtv.it)

I temi fra i più vecchi della nostra contemporaneità: il razzismo, la difficoltà di accettazione, l’amore e la guerra. Temi abusati, tutt’altro che originali, su cui Clint Eastwood riesce a costruire una pellicola meravigliosa. Una storia dal sapore amaro, un quartiere americano dove razzismo e morte sono di casa.

Sin dai primi minuti del film è chiaro il rapporto che Walt Kowalski ha con la guerra. Walt è un veterano, che per tre anni ha visto morire intorno a sé degli amici. Non solo, però, perché in Corea ha anche ucciso. Passano gli anni, ma certi ricordi rimangono e Walt lo sa bene. La guerra e la morte sono parte integrante del film, che vengono però bilanciati da un’ironia e un sarcasmo ben radicati nel modo di fare di Walt.

Questo sottile equilibrio favorisce non solo la scorrevolezza del film, ma anche la percezione dell’impatto che ha l’argomento bellico nella vita di Walt. Uccidere e morire per una nazione aumenta anche, inevitabilmente, il senso di appartenenza a quella bandiera che sventola nell’uscio di casa. E questo amore per la patria lo ritroviamo anche quando Walt rimprovera suo figlio perché si occupa di commercio di auto giapponesi. Un altro segnale forte della presenza della guerra lo troviamo ogni volta che Walt allontana i vicini dal suo terreno, quasi come fossero invasori.

Walt è un uomo tradizionalista, un uomo d’altri tempi, per cui il rispetto è tutto. Ha fatto la guerra e ha combattuto per la sua patria contro il popolo orientale, per il quale non nutre grande affetto; in virtù di questo, difatti, all’inizio il rapporto con i vicini, da lui soprannominati “musi gialli” a causa di un razzismo ben radicato, è complicato. In generale Walt è un uomo burbero, che non le manda di certo a dire: è l’ultimo uomo bianco rimasto in un quartiere pieno di immigrati orientali e di uomini afroamericani.

Nonostante ciò, tuttavia, ha dei valori imprescindibili: si schiera a difesa del debole. Uno di questi è Thao, il più giovane della famiglia Hmong che si è trasferita nella casa a fianco. Walt lo chiama “tardo” perché non sembra essere particolarmente sveglio. Nonostante Thao abbia provato a rubargli la Gran Torino, Walt lo prende sotto la sua ala per insegnarli ad aggiustare e a costruire, così da fare di Thao un giovane uomo, ed è importante analizzare il cambiamento a cui va incontro Walt. All’inizio è un cambiamento lento, progressivo, che inizia nel momento in cui viene a contatto con la cultura e la tradizione della famiglia Hmong, tant’è che Walt, ad un certo punto, si accorge di avere più cose in comune con gli orientali piuttosto che con i membri della sua famiglia. Il rapporto con Taho, inoltre, che lo vede come un mentore, lo addolcisce, grazie anche alle attenzioni amichevoli della sorella maggiore di Thao, Sue. Walt inizierà ad entrare sempre più spesso in casa della famiglia Hmong, mangerà con loro sino ad affidare la sua quasi sacra Gran Torino a Thao.

Clint Eastwood ha fatto delle inquadrature il punto forte del film per rendere più chiari diversi passaggi e concetti. Diverse inquadrature sono dedicate a tutto ciò che Walt ama: la sua cagnetta Daisy e la sua mitica Gran Torino: una delle inquadrature più belle è, appunto, quella che vede Walt di spalle, al suo fianco la cagnetta e sullo sfondo la sua Ford.

I movimenti di macchina più dinamici sono quelli presenti nelle scene in cui Walt è fuori casa; questo ci fa capire quanto sia importante il ruolo della casa nella vita di Walt. La casa dove ha vissuto con sua moglie, dove la stessa moglie è stata commemorata dopo la sua morte. La stessa casa che vogliono a tutti i costi i figli, per trarne profitto. La stessa casa, infine, che è stata testimone silenziosa di quasi tutti gli atti di violenza del film.

Gran Torino è uno dei film più belli usciti nelle sale italiane nel 2009, nonché il film che avrebbe dovuto metter fine alla carriera di Eastwood come attore.

In realtà noi sappiamo che non è così, perché l’attore è tornato sulla scena nel 2012 in un film che si chiama, appunto, “Di nuovo in gioco”.

Clint Eastwood non ha voluto semplicemente fare l’ennesimo film su temi come il razzismo, ma ha voluto dire la sua e lo ha fatto nel migliore dei modi. Vengono affrontati temi come la fede (mancata) e l’amore della famiglia, che gli viene negato dalla sua famiglia di sangue e donato dai vicini di casa orientali.

Il tutto, sotto i fari della sua Gran Torino, occhi spenti che sono testimoni di quasi tutte le vicende del film, dal razzismo radicato al totale cambiamento di Walt.

(www.filmpost.it)