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Holy motors

Regia: Leos Carax

INTERPRETI: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau

SCENEGGIATURA: Léos  Carax

FOTOGRAFIA: Caroline Champetier, Yves Cape

MONTAGGIO: Nelly Quettier

SCENOGRAFIA: Florian Sanson

DISTRIBUZIONE: Movies Inspired

NAZIONALITA’: Francia, Germania, 2012

DURATA: 110 min.

In Concorso al Festival di Cannes, 2012  - Presentato al 30. Torino Film Festival, 2012 nella Sezione Torino XXX

Aperto da una serie di cronofotografie di atleti, HOLY MOTORS entra subito nella sua dimensione metacinematografica: il pubblico in sala sta guardando un film. In una stanza altrove, un uomo interpretato dal regista si risveglia (interpreta sé stesso? Ancora non lo sappiamo). L’atmosfera è oscura, e qualche dettaglio illumina l’ambiente con dei neon. Il dito indice dell’uomo ha come prolungamento una specie di chiave, con la quale apre una porta nascosta in un muro. Così si ritrova all’interno della sala vista prima, tra enormi cani minacciosi e un bimbo che corre lungo i corridoi fra le poltrone… Di seguito un altro uomo, interpretato dall’attore feticcio Denis Lavant, esce da una casa bellissima, vestito in modo elegante e professionale. Scopriamo che si chiama Oscar (!), viene salutato dai figli ed entra nella sua limousine, con la segretaria/autista pronta a portarlo in giro per i suoi “appuntamenti” del giorno. Oscar è un “personaggio” cinematografico che deve rispettare un dato programma, ovvero interpretare diverse identità, tante quante gli appuntamenti del giorno, che trova scritti su una cartellina all’interno della limo. Una vettura dotata anche di un “camerino” per truccarsi… Nell’ordine. Il primo “appuntamento” (film): Oscar interpreta una vecchia vagabonda con un passato tragico. Secondo: interpreta un drago in motion capture. Terzo: è la creatura di Merde, il segmento diretto dallo stesso Carax per Tokyo!. Quarto: è un padre di famiglia alle prese con una figlia che tende ad auto-isolarsi. Quinto: è Alex, un poco di buono che deve vendicarsi di un rivale. Sesto: è Vogan, un signore anziano che, in punto di morte, dà il suo ultimo addio alla nipote. Settimo: è un uomo travestito (con una maschera da Uomo Ragno fatta in casa) che deve uccidere un ricco banchiere… Ecco: questa è, per sommi capi, la storia di HOLY MOTORS. Il bello è che non vi abbiamo spoilerato praticamente nulla, perché questa è solo la traccia narrativa di un film molto più complesso, bizzarro e folle, tra le cose più surreali e allucinanti che si siano viste sul grande schermo negli ultimi anni.

(www.cineblog.it)

(…) Vecchia mendicante, artista del motion capture, assassino, essere mostruoso, le ventiquattro ore di Monsieur Oscar sono un susseguirsi di episodi tutti diversi uno dall'altro, toccanti o disturbanti, divertenti e sorprendenti: lo stile di Carax, pur nella sua coerenza ed omogeneità, vi si adatta, alternando sequenze più intime a trovate visive, come può essere l'intrigante incarico legato al motion capture con risvolti sessual-virtuali. La messa in scena di Leos Carax, che torna dietro la macchina da presa e presenta il suo nuovo lavoro in concorso a Cannes 2012, è affascinante, a tratti sorprendente, con trovate che rasentano il genio. Anche quando lo spettatore pensa di essere entrato nell'universo narrativo di HOLY MOTORS, il regista francese riesce a stupire ancora, incarico dopo incarico di Monsieur Oscar, fino al surreale finale che si ricollega direttamente al titolo del film. Ma l'autore non spiega mai cosa c'è dietro il lavoro del protagonista, non è quello è il suo scopo; piuttosto fa intendere che ci sia qualcuno che muove le fila alle sue spalle, o al di sopra di lui, in particolare con l'intrigante cameo di un irriconoscibile Michel Piccoli.

Da una performance all'altra, Monsier Oscar, e lo straordinario Denis Levant che lo interpreta, si trasforma, muta letteralmente, e se HOLY MOTORS risulta un film riuscito ed affascinante dipende anche da lui e non solo dall'intrigante costruzione di Carax. Quella di Levant è una interpretazione completa e complessa, a cui dà tutto se stesso: diventa l'uomo in fin di vita, l'essere disgustoso, il padre affettuoso, il killer spietato, in quella che sembrerebbe una metafora del lavoro dell'attore e, più in generale, del cinema stesso. Ogni incarico sembra infatti richiamare un genere particolare, dal dramma al fantastico, dal musical alla fantascienza, continue messe in scena che richiamano l'arte della messa in scena cinematografica, sia dal punto di vista creativo che interpretativo. È una delle possibili chiavi di lettura, perché come detto, il film di Carax non dà risposte, ma stimola a porsi domande, e non è una qualità di poco conto.

(www.movieplayer.It)

 

(…) Nei differenti appuntamenti di Oscar, che lo vedono affarista finanziario, vecchia mendicante, performer per realtà virtuali, signor Merde, killer dei bassifondi, vecchio morente, padre di famiglia e altro ancora, Carax esplora diversi generi ma soprattutto entra nel cinema che ha amato e che ama, da Tod Browning a Franju, da Cocteau a Bertolucci, da Charles Bronson a Vidor, da Kubrick a René Clair. Ci entra attraverso una porta invisibile com'è una sforbiciata di montaggio, o come quella che lo stesso Leos Carax, all'inizio del film, scova nella scenografia della sua stanza da letto e che lo porta, appunto, dentro una sala cinematografica. Dopo alcuni sbandamenti, più o meno clamorosi, Carax è orgogliosamente tornato ai livelli d'invenzione e di passione di Rosso Sangue, non a caso un altro film fatto di fantasmi di celluloide, noir e pop, e un altro viaggio verso la morte. Perché Oscar è tutti e nessuno, condannato alla solitudine così come alla presenza in scena, un clown sofferente e un vampiro: un (grande) attore, insomma. Come Denis Lavant, che gli presta volto e corpo: un punto fermo per il regista, che non per niente è stato condiviso anche da Harmony Korine, che ci ha visto Chaplin. "Intello" sì, ma comunque sempre più viscerale che cerebrale, HOLY MOTORS va salutato come un film evento, perché se il cinema è morto questa è la prova che il suo culto è più vivo che mai e che possiamo ancora essere sorpresi e illuminati.

Notturno e tristissimo, anche nelle ore diurne, il film non è un monologo interiore, nonostante il regista viva di cinema, ma, al contrario, cerca disperatamente di instaurare un dialogo col pubblico della sala e di scuoterlo dall'apatia (la platea evocata all'inizio è immobile, semidormiente), senza prediche, con le sole armi del pensiero e della dissacrazione. Meglio dadaisti che paranoici, urla in silenzio Carax, meglio primitivi che digitalizzati. Straordinari anche i luoghi delle riprese (la villa-nave dell'uomo d'affari, l'orto sul tetto della Samaritaine e l'interno "storico") e la disponibilità che il regista ha ottenuto da Eva Mendes.

(www.mymovies.it)

 

(…) Se in molti hanno trovato e troveranno HOLY MOTORS a tratti esilarante, sotto il divertimento di alcune surreali e provocatorie situazioni si nasconde sempre e comunque la dolenza e l’ansia che emergono man mano che il film procede. Attraverso una messa in scena spiazzante e provocatoria, situazionista, che nelle sue oscillazioni di gusto e qualità disorienta e spinge a mettere in discussione, il film di Carax parla della vita e del cinema, dell’identità e del concetto stesso di realtà. Una realtà che, in HOLY MOTORS, pare non esistere, sempre negata dall’incessante interpretazione di un ruolo da parte di Oscar, che anche sé stesso incontra altri ruoli: a tal punto che la negazione cambia di segno. La realtà esiste perché tutta la realtà è rappresentazione. L’identità è una maschera (l’unico personaggio che nel film pare sé stesso, l’autista Celine, terminato il lavoro ne indossa una senza tratti somatici) così come lo sono i ruoli che, ripetutamente, interpretiamo. E allora l’interpretazione è ogni volta una letterale (re)incarnazione, una resurrezione. La vita è un teatro, un palcoscenico, uno schermo cinematografico dove siamo incessantemente costretti a recitare, come scimmie ammaestrate.

 

(www.comingsoon.it)