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Il buco

Regia: Michelangelo Frammartino

INTERPRETI: Leonardo Zaccaro, Jacopo Elia, Denise Trombin, Luca Vinai, Nicola Lanza, Mila Costi

SCENEGGIATURA: Michelangelo Frammartino, Giovanna Giuliani

FOTOGRAFIA: Renato Berta

MONTAGGIO: Benni Atria

PRODUZIONE: Doppio Nodo Double Bind con Rai Cinema, in coproduzione con Société Parisienne de Production, Essential Filmproduktion con il sostegno di MIC - Direzione Generale Cinema, Eurimages, Calabria Film Commission, Regione Lazio, CNC - Aide Aux Cinémas Du Monde, Arte France Cinéma, ZDF/ART, Medienboard Berlin Brandenburg, Cinereach con la collaborazione e il patrocinio di Parco Nazionale del Pollino, Comune di San Lorenzo Bellizzi e la Società italiana di Speleologia

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITA’: Italia, 2021

DURATA: 93 min.

Il cinema del reale è una definizione con i suoi limiti, ma permette di includere lavori tradizionalmente esclusi dal genere documentario. Michelangelo Frammartino dimostra ne IL BUCO come si possa rimettere in scena un’avventura al confine fra i regni, animale e vegetale, con la potenza della verità, oltre che della realtà. Siamo nel 1961, all’apice del Miracolo economico vissuto dal nostro paese dopo gli sfaceli della Guerra. Milano è la locomotiva del boom, e inaugura in pompa magna l’edificio più alto d’Europa, il grattacielo Pirelli. Partiamo proprio da lì, dal profondo nord benestante, per spostarci poi dal punto più alto, nascosto nei cieli dalla nebbia e dall’inquinamento, fino alla parte opposta del paese, in Calabria, nelle profondità della terra. Un gruppo di entusiasti e giovani speleologi, infatti, giungono nell’altopiano calabrese del Pollino, immergendosi in una grotta appena scoperta, sopra l’abisso del Bifurto, che si rivelerà una delle più profonde al mondo, fino a quasi 700 metri.

Una migrazione al contrario che consente uno sguardo inedito sul sud che tutti stavano abbandonando, ma soprattutto un nuovo capitolo dell’indagine di Frammartino sulla relazione fra gli spazi della natura e la presenza dell’uomo. Una sua passione fin dai suoi studi di architettura. IL BUCO conferma, a undici anni da Le quattro volte, la sua maestria nel coreografare il legame biunivoco fra natura e uomo, senza gli sterili accademismi autoreferenziali di molti suoi colleghi. La sua è una visione offerta con sincero entusiasmo alla condivisione, gioca con i tempi e le inquadrature in maniera da rendere Il buco appassionante e mai noioso.

Mentre seguiamo queste esplorazioni di grande fascino, in cui il regista si è spinto anch’esso con la troupe a grandi profondità, osserviamo anche i momenti liberi e conviviali della spedizione, oltre alle giornate sempre uguali dei testimoni di una natura ancora quasi incontaminata. In particolare quelle di un anziano pastore, raro occupante di un universo di esseri umani che abitano in simbiosi con quella natura.

Dopo il percorso di vita degli alberi, Frammartino indaga il mondo minerale che c’è al di sotto, regalando immagini memorabili dei paesaggi del Pollino, sostenuto da una cura maniacale nella costruzione delle inquadrature. Sono piccoli particolari pieni di inventiva e di sapienza registica a rendere IL BUCO una vera immersione sensoriale. Da una porta che si chiude e attutisce improvvisamente i rumori di una messa, alla vena che pulsa sulla mano di un anziano, ma soprattutto una colonna sonora fatta di rumori antichi che regala un’esperienza immersiva rara, sempre più giù nella profondità di un territorio inesplorato.

Il ciclo della vita non scalfisce neanche l’immutabilità indifferente eppure meravigliosa della natura. IL BUCO ce ne regala uno sguardo, ci apre per un’ora e mezzo gli occhi su una delle infinte risposte della Terra che mozzano il fiato ai goffi tentativi dell’uomo di ambire all’assoluto. Per noi rimane però la socialità, bastano due tiri a un pallone da calcio o prendersi cura di un anziano che sta per concludere il suo ciclo.

(www.comingsoon.it)

 

Fin dalla prima inquadratura de IL BUCO figure umane e animali si fanno strada conquistando la luce, ovvero il diritto ad esistere cinematograficamente. Per Frammartino l'entrata in scena di uomini e cose è un momento di fondamentale importanza (basti ricordare il parto della capra ne Le quattro volte, che introduceva un personaggio nell'inquadratura senza alcuna intromissione registica), e le anse dell'Abisso si rivelano a noi a poco a poco, lasciando e ritrovando le tenebre.

La profondità cava e il suo vuoto vertiginoso sono evidenziati dall'eco di un richiamo o dalla luce di un foglio che brucia, altrimenti negate alla nostra vista. La cinepresa di Frammartino, che si intrufola all'interno del buco e ci mostra la grana di ogni parete, e il Dolby Atmos, che ci fa percepire ogni respiro degli speleologi in discesa, ci regalano un'esperienza immersiva rendendoci tutt'uno con l'eroica impresa.

Ma non c'è solo l'interno del buco: ci sono anche i grandi spazi esterni, filmati senza alcuna tentazione da National Geographic. Non è infatti l'estetica fine a se stessa a interessare Frammartino, ma la relazione autentica fra gli spazi e gli esseri viventi. Nel pascolo aperto un mandriano governa le sue mucche con richiami che fanno il paio con quelli degli speleologi verso la profondità, e il racconto che lo riguarda è anch'esso speculare (e per certi versi contrario) a quello degli speleologi: sono penetrazioni (e per certi versi profanazioni) reciproche, quella degli speleologi nel territorio del mandriano, quella delle mucche e dei cavalli nel campeggio della spedizione scientifica.

L'Italia dei grattacieli e quella rurale del Sud viaggiano a velocità e in direzioni opposte, ma anche gli scienziati del Nord e i contadini calabresi vivono realtà sfalsate: gli speleologi dormono accanto alla statua di Cristo accostandosi a quel mondo arcaico e credente con pari rispetto ed estraneità, e mentre si addentrano nel mistero della roccia il mandriano li guarda da lontano, lui che è naturalmente capace di mimetizzarsi con il bosco.

Frammartino restituisce tridimensionalità allo schermo scavandolo con la luce, lascia che sia la natura stessa a rivelarsi secondo i suoi ritmi, e che siano i suoi suoni e non i dialoghi a parlare. La "civiltà" ha il volto di un giornalista che si inerpica lungo il Pirellone, o di Kennedy e la Loren che sorridono dalle pagine dei rotocalchi, destinate a bruciare per rendere visibile l'invisibile, o evidenziare il rimosso: che è ciò che fa il cinema, nella sua accezione migliore. Infine Frammartino ci lascia con un quadro bianco, e il mondo termina inghiottito dalla nebbia, prima che dalle luci della sala.

(www.mymovies.it)

 

È un film diviso in due IL BUCO. Non nel senso di una divisione in parti o capitoli ma in quello di una separazione fra mondi, territori, universi e luoghi dello spirito. A cominciare dall’Italia che rimette in scena: quella del boom economico dei primi anni Sessanta. Nettamente spaccata fra l’industrializzazione galoppante del nord e l’arretratezza del sud. Nelle prime scene si vedono le immagini di una trasmissione televisiva del 1961 sul grattacielo Pirelli appena costruito in cui alcuni giornalisti salgono fino alla cima utilizzando il carello esterno dei lavavetri. È da lì che si parte, dal punto più alto dell’Italia in (ri)costruzione e dal nord del paese si scende verso l’estremo sud e poi ancora più in profondità, nelle viscere della terra.

In questo brusco salto spaziale insieme al paesaggio a cambiare è soprattutto il tempo. Perché è un film sul tempo IL BUCO, un’opera che prova a individuarne le diverse forme e strutture e che proprio attraverso il tempo, anche quello del racconto, costruisce un percorso emotivo e sensoriale. In questo senso il lavoro degli speleologi – donne e uomini che sprofondano verso un confine sconosciuto mappandone man mano i contorni – rappresenta il senso più sottile della riflessione sulla caducità dell’esistenza e sulla fragilità umana di fronte alla natura sottesa al film.

Ma questo muoversi attraverso gli opposti, questo costruire il racconto per elementi contrastanti significa per Frammartino lavorare sull’estetica con la consueta, esasperata, meticolosità. Le riprese dentro la grotta, durate per più di due anni e che hanno richiesto un impegnativo addestramento a tutta la troupe, sono stupefacenti. Grazie anche alla fotografia straordinaria di Renato Berta il gioco fra buio e luce, e quindi fra il nero del sottosuolo e l’ocra delle lampade a carburo, diventa il vero tema visivo del film.

Il senso di separazione, opposizione e contraddizione fra alto e basso, vita e morte e progresso e tradizione che domina tutto il racconto diventa esplicito fino quasi al didascalismo. Eppure allo stesso tempo ammanta tutto di un fascino arcaico, come la nebbia che scende a coprire lo schermo nel finale del film o come la disciplina speleologica. Che è la ricerca di un limite spaventosamente irrazionale e altrettanto insopprimibile, qualcosa che non si conosce e del quale nemmeno si riescono a vedere i contorni. Proprio come il tempo di una vita, di una generazione o della storia di un’intera nazione.

(www.cineforum.it)