Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Il ritratto del Duca

Regia: Roger Michell

Attori: Jim Broadbent, Helen Mirren, Fionn Whitehead, Matthew Goode, Aimée Kelly, Simon Hubbard, Jack Bandeira, Craig Conway, Heather Craney, Michael Adams, James Wilby, John Heffernan, Anna Maxwell Martin, Richard McCabe, Andrew Havill, Ray Burnet
Sceneggiatura: Richard Bean, Clive Coleman
Fotografia: Mike Eley
Montaggio: Kristina Hetherington
Produzione: Great Bison Productions, Ingenious Media, Neon Films
Distribuzione: BIM Distribuzione
Paese: Gran Bretagna, 2020
Durata: 96 min.

IL RITRATTO DEL DUCA, il film diretto da Roger Michell, segue la storia di Kempton Bunton, un anziano tassista, che nel 1961 decise di rubare dalla National Gallery di Londra il Ritratto del duca di Wellington di Francisco Goya. L'uomo inviò una richiesta di riscatto assai bizzarra dicendo che avrebbe restituito il dipinto a condizione che il governo si fosse impegnato di più nel sostenere gli anziani, un tema questo che stava molto a cuore a Kempton.
Solo 50 anni più tardi è emersa la verità su questa storia: Bunton aveva elaborato un piano fatto di tante bugie, l'unica certezza era che si trattava di un brav'uomo intenzionato a cambiare il mondo e salvare il suo matrimonio. Come e perché Kempton ha usato il Ritratto del duca di Wellington per realizzare il suo obiettivo è una storia meravigliosa e affascinante...

(www.comingsoon.it)

Newcastle, 1961. Kempton Bunton ha sessant'anni e qualcosa da dire, sempre. Contro il governo, contro la stupidità, contro l'ingiustizia sociale soprattutto, che combatte come Robin Hood nella Contea di Nottinghamshire. Ma la battaglia più strenua è quella domiciliare con Mrs. Bunton, la consorte inasprita dalla vita e dalla morte prematura della loro figlia. Kempton scrive drammi che nessuno leggerà e si batte con la BBC per abolire il canone agli anziani e ai veterani di guerra. Metà del tempo lo passa a opporsi, il resto a cercare un lavoro. Per contribuire all'economia familiare, il figlio minore ruba alla National Gallery il ritratto del Duca di Wellington. Rimproverato il suo ragazzo per il gesto, Kempton ne diventa complice chiedendo un riscatto al governo inglese da reinvestire in opere di bene. L'imprevisto, però, è dietro il corner.

La formula? Un soggetto nobile, un décor d'epoca, una cup of tea e un ruolo di primo piano propizio alla performance attoriale. La schermaglia so british tra Jim Broadbent e Helen Mirren è certamente la cosa migliore del film. L'insieme è lontano dall'essere sgradevole e tutto quello che ci racconta è vero. O quasi. La storia di trasgressione di Kempton Bunton trova un'incarnazione ideale in Jim Broadbent, che ne fa un irresistibile bugiardo sempre un passo avanti alla disperazione.

Assediato dalla vita e tormentato dalla consorte, il protagonista conserva dentro di sé una fiamma che brucia di amore per la letteratura, di humour, di affetto per i suoi cari e per il mondo. I perdenti sono raramente magnifici e Roger Michell non risparmia al suo vecchio eroe qualche umiliazione. Ma Jim Broadbent è un campione di simpatia che usa come strumento del crimine. A sostenerlo nella scalata al cuore dello spettatore è un autore che prova piacere a mettere in scena i 'delitti' del suo personaggio. Per quanto immorali siano, la frenesia creativa offre una chance al nostro per raggiungere il resto del genere umano, quello che vuole soccorrere 'sequestrando' il generale che piegò Napoleone e prestò il nome a un filetto.

(www.mymovies.it)

"La commedia (...) circoscrive il furto a pochissimi minuti per raccontare invece questo strano cavaliere delle cause perse, che vediamo raccogliere firme al mercato perché i pensionati possano essere esentati dal pagare il canone televisivo, autore di drammi che le televisioni hanno sempre respinto ma soprattutto campione di un Paese che cerca di fare i conti con gli ideali più alti e i bisogni più bassi.(...) quello che esce è il ritratto di un mondo popolare che si è sentito messo da parte e che vuole far sentire la sua voce (...) che sa nel profondo che la ragione dev'essere dalla sua parte. Michell lo racconta con empatia e la giusta dose di ironia, usando il buon senso tradizionale della moglie per sottolineare i comportamenti eccentrici del marito, attento a descrivere con pochi tratti i personaggi secondari (...) per raccontare con un po' di nostalgia e molta comprensione un mondo che oggi ci sembra lontano anni luce ma con cui non possiamo non entrare in sintonia, uniti dalla stessa voglia di resistere ai soprusi e di rivendicare i nostri piccoli margini di libertà." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 28 febbraio 2022)

IL RITRATTO DEL DUCA racconta una storia incredibile ma vera, che fece anche giurisprudenza, e che all'umorismo tagliente mescola la malinconia, raggiungendo i risultati più brillanti della parte dedicata all'esilarante processo di Bunton e regalandoci un gustoso affresco dell'Inghilterra dell'epoca." 

(www.cinematografo.it)

Benché le premesse di questa storia rievochino certi drammi sul sottoproletariato inglese raccontati da Ken Loach o Mike Leigh, IL RITRATTO DEL DUCA è una commedia brillante tanto british quanto leggera nella sua confezione asciutta ma briosa, dove la vecchiaia, l’esclusione sociale, un lutto non ancora elaborato e la precarietà finanziaria di due anziani si identificano col degrado suburbano di una Newcastle claustrofobica, in cui la televisione diventa davvero l’unica via di fuga possibile. Perché l’ultimo film di Roger Michell racconta proprio il buffo scontro di un ultrasessantenne con un mondo che non riconosce più, e nel quale nemmeno i figli sembrano trovare una collocazione. Allora tanto vale prenderlo per i fondelli. l personaggio di Kempton Bunton sembra una risposta colta, arguta e peperina al povero Daniel Blake di Kean Loach: combatte le proprie battaglie sociali senza tuttavia prendersela troppo se viene licenziato ingiustamente, magari per colpa della sua verve polemica. Teme solo i rimproveri della moglie Dorothy, domestica severa ma arzilla quanto lui e interpretata dalla strepitosa Helen Mirren; e scrive testi teatrali sistematicamente ignorati dalla BBC, cui non paga le bollette quasi per ripicca (perché gli anziani dovrebbero essere esentati dal canone!), quando in realtà le aspirazioni da drammaturgo gli servono soprattutto per elaborare la prematura scomparsa della figlia, con la quale riesce però a fare i conti molto meglio della consorte.

L’arte della retorica lo aiuta anche nel dibattimento del processo finale, dove mette in scena una storia piena di bugie “necessarie” per spuntare l’happy ending. Così come il personaggio manipola il suo resoconto conquistando finalmente quel poco di visibilità cui aspirava, così il film gioca con un montaggio furbo ed elaborato già dai titoli di testa (che formano una sorta di puzzle in split screen) per raccontare una storia di invisibili ai margini della società. Senza cadere vittima di tentazioni intellettualistiche, Michell intavola una riflessione semplice ma ficcante sul ruolo della finzione artistica per penetrare il reale, ovvero quell’intreccio di emarginazioni, sconfitte private e ingiustizie sociali già protagonista di tanto cinema verista britannico. D’altronde, anche Kempton col suo testo teatrale cerca infatti di riportare idealmente in vita la figlia scomparsa, per permettere a Dorothy di elaborarne il lutto.

(www.it.ign.com)