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Il silenzio grande

Regia: Alessandro Gassmann

INTERPRETI: Massimiliano Gallo, Margherita Buy, Antonia Fotaras, Emanuele Linfatti, Marina Confalone

SCENEGGIATURA: Maurizio De Giovanni, Alessandro Gassmann, Andrea Ozza

FOTOGRAFIA: Mike Stern Sterzynski

MONTAGGIO: Marco Spoletini

MUSICHE: Pivio e Aldo De Scalzi

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2021

DURATA: 106 min.

 

IL SILENZIO GRANDE è ambientato a Napoli nel 1965, anno di nascita del regista, ma la percezione è di assistere a una storia fuori dal tempo. I personaggi sembrano destinati a galleggiare in un eterno limbo in cui ripetono sempre le stesse azioni e dove, di fatto, poco o niente accade (poi capiremo il perché di questa scelta). Nel rispetto delle tre unità aristoteliche, in particolare di quella di luogo, non ci muoviamo mai dalla maestosa - e polverosa - Villa Primic, elegante dimora di famiglia del protagonista che, a causa della carenza cronica di denaro, inizia a mostrare i segni del tempo. Lo spettatore vede a malapena l'esterno della villa in un paio di rapide sequenze perché il cuore dell'azione si svolge al suo interno, nello studio ricolmo di libri del capofamiglia, lo scrittore Valerio Primic, e nelle stanze adiacenti. Nella casa si consuma il conflitto tra Valerio e i suoi familiari, la moglie Rose e i figli ventenni Massimiliano e Adele, decisi a vendere la casa per trasferirsi in una dimora più piccola e usufruire delle rinnovate disponibilità economiche. A dar man forte a Valerio c'è solo l'estrosa cameriera Bettina, sorta di saggio grillo parlante, anche lei saldamente legata a Villa Primic e intenzionata a non andarsene per nessuna ragione.

IL GRANDE SILENZIO è tutto giocato sulla parola e sull'interpretazione. Esercizio attoriale di altissimo livello, il film procede per vivaci quadretti familiari, per lo più dialoghi testa a testa che vedono coinvolti Valerio e la moglie Rose, Rose e la figlia, Valerio e la figlia o il figlio. Ma le scenette più gustose sono le scaramucce tra Valerio e la governante Bettina che spesso sfociano in vere e proprie allucinazioni a occhi aperti da parte dello scrittore, incapace di tenere a bada la sua "incontinenza immaginativa". Al ritmo incalzante dei dialoghi/monologhi pronunciati magistralmente dagli interpreti, si contrappongono i momenti di quiete in cui assistiamo all'inerzia dei personaggi, intenti a vagare nella casa a cui stanno per dire addio trascinandosi lungo i corridoi o scrutando pensierosi il giardino oltre le ampie vetrate.

Forte della gavetta teatrale maturata replica dopo replica, Alessandro Gassmann sembra avere il polso della situazione anche sul set e confeziona una pellicola retrò il cui stile aderisce alla perfezione all'epoca in cui la vicenda è ambientata. Epoca mai dichiarata esplicitamente, ma che si può dedurre dagli abiti alla moda indossati da Massimiliano e Adele. In questa atmosfera fuori dal tempo in cui adulti e giovani vivono in preda a un'inedia esistenziale in attesa di un evento - la vendita della casa e il conseguente trasloco - che dia uno scossone alle loro esistenze, le accurate scenografie, le luci soffuse e i colori sbiaditi, virati verso il seppia, contribuiscono a evocare un mood nostalgico e malinconico. D'altronde la nostalgia è il sentimento che torna con maggior frequenza nei dialoghi dei personaggi, tutti concordi nell'esercizio di rimpiangere i bei tempi passati.

Nel passaggio dal palcoscenico al cinema, il punto fermo è la presenza di Massimiliano Gallo, pilastro attorno a cui regge tutta la struttura narrativa. L'attore napoletano si dà un gran daffare nel ruolo di Valerio Primic alternando una varietà di registri recitativi, forte di una mimica irresistibile. L'animo mite e pacato di Primic si infervora di fronte alle tirate dei suoi familiari, che sembrano proprio non volergli dar retta, e se non teme di mostrare le proprie fragilità di fronte alle confessioni scottanti dei figli, che ne mettono a dura prova la pazienza, conserva la capacità di sfoderare, a tratti, un'ironia pungente. Vera e propria rivelazione, la ventiduenne Antonia Fotaras, interprete di Adele, lascia intravedere ritmi comici da attrice consumata valorizzati dalla regia di Gassman. Non è da meno il fratello fictional Emanuele Linfatti, che tiene in scacco la famiglia con le sue angosce da giovane Werther. Margherita Buy è una padrona di casa dignitosa e compita, chiusa nelle sue sofferenze a cui raramente dà voce (e quando lo fa è lontano da occhi indiscreti) mentre Marina Confalone infonde nel personaggio di Bettina verve e profonda umanità.

Attenzione a liquidare IL SILENZIO GRANDE in maniera troppo frettolosa. Il ritmo meditativo e le (belle) inquadrature statiche richiedono tempo per essere decodificate. Prezioso come un set scatole cinesi, il film nasconde molteplici sorprese per gli spettatori che avranno la pazienza e l'attenzione di cogliere ogni singolo dettaglio per dipanare la dimensione metaforica che si cela nel sottotesto. Solo il finale ci dà la misura della cura messa per dar vita a un meccanismo a orologeria che funziona alla perfezione, in cui ogni singolo pezzo trova la sua sistemazione fornendoci un'idea più chiara della pienezza dell'insieme.

(https://movieplayer.it)

Napoli. Villa Primic, che è stata un tempo un'abitazione di prestigio con vista su Capri, sta per essere messa in vendita. A deciderlo è stata Rose, moglie del noto scrittore Valerio, in parte sostenuta dai figli. L'unico che non vorrebbe lasciare la dimora è proprio Valerio il quale ha il sentito ma discreto appoggio della domestica divenuta ormai una di famiglia. Ma Valerio si è chiuso per troppo tempo nel suo mondo fatto di libri per poter davvero partecipare alle decisioni che vengono prese. Dopo aver diretto con successo il testo di Maurizio De Giovanni a teatro, Alessandro Gassmann ne propone ora la versione cinematografica conservandone l'impianto con, in aggiunta non secondaria, la possibilità di utilizzare una scenografia che gli permette di far scoprire a poco a poco quel personaggio fondamentale che è Villa Primic.

Sono quelle mura, sono quegli spazi che, non vissuti dal protagonista autoseppellitosi nel suo studio biblioteca, vedremo esistere nel momento in cui stanno per perdere la loro funzione di luoghi in cui lasciare (o non lasciare) traccia del proprio passaggio esistenziale. Perché Valerio può indubbiamente rinviare, con la sua presenza di Nome noto e in buona misura pervasivo, alla figura di papà Vittorio ma il legarlo soltanto a questo riferimento significherebbe depauperare un testo e una messinscena che sanno andare oltre.

Gassmann in un'intervista ha affermato di voler fare un "film di una volta": ben vengano questi film quando sono plasmati non solo di professionalità (e qui ce n'è in abbondanza) ma anche di un sentire profondo che si avverte già dalla scelta e dalla prestazione degli attori. Ognuno di loro viene servito dalla macchina da presa che si sente guidata da un collega che conosce in profondità non solo il testo ma anche le loro psicologie e quanto le stesse possano dare ai personaggi.

Se di Buy e di Gallo si potrebbe tornare a ripetere ciò che è noto sulle reciproche capacità interpretative, non si dirà mai abbastanza di Marina Confalone che offre alla sua Bettina un'umanità e una varietà di sfumature che già da sole varrebbero la visione. Lei, che ebbe come Maestro assoluto Eduardo, si trova ora ad agire su un testo che ad alcuni ricorderà Cechov ma che, proprio nel personaggio di Valerio, ha echi di Luca Cupiello.

La distanza sul piano culturale tra i due personaggi è abissale ma su quello esistenziale, su quel rifiutarsi più o meno consciamente di vedere la realtà che sta loro intorno, sono più vicini di quanto non possa sembrare. Con la differenza però che Valerio scrivendo i suoi libri (di successo ma privi di compromessi) ha finito con il non accorgersi di come indirettamente stesse marcando le vite dei suoi familiari non con i tasti della sua macchina per scrivere ma con un'ingombrante presenza/assenza.

È proprio questa dimensione che Gassmann (il quale si riserva un autoironico cameo) indaga grazie a un'ambientazione da metà anni Sessanta che però non rinuncia a porre domande sull'esistenza di ognuno che valgono per ogni epoca. Quesiti che forse sarebbe più agevole rimuovere ma che un film come questo, in grado di arrivare ad un ampio pubblico, fa bene a riproporre.

 (www.sentieriselvaggi.it)