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La padrina - Parigi ha una nuova regina

Regia: Jean-Paul Salomé

INTERPRETI: Isabelle Huppert, Hippolyte Girardot, Farida Ouchani

SCENEGGIATURA: Jean-Paul Salomé

FOTOGRAFIA: Julien Hirsch

MONTAGGIO: Valérie Deseine

MUSICHE: Bruno Coulais

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Francia, 2020

DURATA: 106 min.

Il reparto antidroga della polizia di Parigi indaga con zelo sulle partite di hashish che entrano nella capitale, e per farlo si affida al lavoro di traduzione di Patience, abilissima a intercettare le comunicazioni in arabo dei trafficanti. Cresciuta in giro per il mondo grazie alla madre, ora malata in una casa di cura, Patience soffre la noia e la fatica. Quando un giorno riconosce la voce della badante della madre in una delle intercettazioni, si adopera istintivamente per aiutare il figlio della donna. La partita di droga da lui trasportata svanisce all'improvviso sotto il naso di Philippe, investigatore di polizia che ha una relazione con Patience, e l'insospettabile traduttrice la recupera decidendo di mettersi in affari.

Raro esempio di equilibrismo tra i generi capace di tenere un passo morbido e delicato, il nuovo film di Jean-Paul Salomé costruisce attorno a Isabelle Huppert un'opera multiforme, che si destreggia tra la commedia e il policier senza essere né l'uno né l'altro, insoddisfatto delle convenzioni e della rigidità come lo è la sua protagonista, nell'ennesima interpretazione di livello di un mostro sacro del cinema contemporaneo.

Il cittadino modello che decide di reinventarsi fuorilegge produce, al cinema come in TV, una tensione sempre uguale: da un lato occorre necessariamente dissacrare le strutture del poliziesco perché il personaggio ne è una presa in giro vivente; dall'altro c'è bisogno che la sua ascesa abbia un'anima seria per legittimarla. Breaking Bad ci riusciva alimentato da una spietata critica alla mascolinità, e LA PADRINA ne è un piacevole contraltare europeo e al femminile, appena abbozzato nella sua giocosa nonchalance ma sorprendentemente ricco.

Siamo dalle parti dell'orpello letterario, e del resto il film è tratto da un romanzo di Hannelore Cayre che cura anche la sceneggiatura. Tutto bacia e combacia, nella storia di Patience che non vuole aspettare (di finire come la sua mamma, di tornare sulla barca con il papà). Rime interne di scrittura che si fanno eco ritmato, tra arguti dialoghi da camera e anche, effettivamente, complesse sequenze di scambi, spionaggi e inseguimenti. Più che un underworld popolato di tagliagole, questa Parigi che corre tra Belleville e Barbés é una riappropriazione dello spazio borghese, dal supermercato al cinema. Huppert la percorre senza mai inciampare, nonostante si trascini dietro un cane poliziotto adottato, valigie piene di droga e un travestimento da misteriosa signora araba.

La chiamano "la daronne", sospira un giorno il buon Philippe, compagno di vita possibile e uomo di legge integerrimo che non sa più che pesci pigliare. Ma è l'ennesima etichetta che a Patience non sta bene: non di donna anziana, piuttosto di una madre o una signora distinta, di certo qualcuno sopra i trent'anni. Definizioni troppo generiche per qualcuno che si è scoperto genio criminale più come ricerca di identità che per reale bisogno economico.

Formidabile e sfuggente, la padrina sfrutta le ambiguità della traduzione per creare nuovi personaggi e realtà alternative, mettendosi in tasca il tragitto emozionale tra le lingue di partenza e di arrivo. Così facendo diventa non soltanto esso stesso un riuscito esempio di traduzione tra i generi cinematografici, ma un elemento di un discorso aperto nella filmografia recente di Isabelle Huppert, incastrandosi alla perfezione tra Elle, Frankie, Le cose che verranno ed Eva. Una galleria di donne in transito che la diva francese sa rendere enigmatiche al mondo ancor più che a se stesse.

(www.mymovies.it)

 

LA PADRINA, a dispetto del carattere 'farsesco' della locandina, non rientra a pieno diritto nel genere nella commedia, per quanto lo stile non lo renda neppure un crime drama tout court. La pellicola in questione è piuttosto un ibrido indefinito, sintetizzato in maniera molto più efficace dal poster statunitense: quest'ultimo è dominato infatti dai tratti stilizzati di un primissimo piano della sua protagonista, l'inconfondibile Isabelle Huppert, che con sguardo enigmatico, labbra rosso porpora e sigaretta sospesa fra le dita (un'immagine quasi almodóvariana) restituisce un senso di misteriosa suggestione, forse più rispondente a ciò che lo spettatore dovrebbe attendersi.

Del resto, se c'è un'attrice che riesce a incarnare l'ambiguità e il mistero con una nonchalance a dir poco impressionante, questa è senz'altro Isabelle Huppert; che a sessantasette anni, la sua età all'uscita del film (approdato con notevole successo in Francia nel settembre 2020, fra un'ondata pandemica e l'altra), si cala con credibilità inappuntabile nei panni di una collaboratrice della polizia parigina, con una coppia di figlie ventenni, una madre anziana e malata e più di qualche difficoltà a far quadrare i conti di famiglia. Emblematico pertanto il nome della donna, Patience Portefeux, che la pazienza la esercita sia quando deve contenere le bizze della madre, degente in una casa di cura, sia quando siede in silenzio in una stazione di polizia, con le cuffie sulle orecchie, per tradurre dall'arabo al francese le intercettazioni effettuate dalla squadra antidroga.

Ma dalla pazienza resiliente di chi si sforza di tenere in piedi un'esistenza dall'equilibrio non così solido, Patience decide di passare all'azione tutto d'un tratto, nel momento in cui capta una conversazione inattesa: quella tra Afid, un ragazzo marocchino sospettato di essere coinvolto nella rete del narcotraffico, e sua madre Kadidja, che casualmente è l'infermiera della madre di Patience. L'impulso altruistico di proteggere Kadidja e suo figlio spinge così la donna a mentire alla polizia, a boicottare dall'interno l'indagine e, conseguenza più estrema di tutte, a dover trovare il modo per smaltire un copioso carico di hashish: ecco dunque la repentina svolta alla Breaking Bad e l'inizio, per Patience, di un'insospettabile "doppia vita" come nuova boss del narcotraffico, con tanto di look 'esotico' a base di hijab e larghi occhiali scuri per celare le proprie sembianze.

Jean-Paul Salomé, che adatta il romanzo La Daronne di Hannelore Cayre insieme all'autrice, imposta il film secondo un taglio naturalistico, per poi far seguire alla svolta criminale di Patience qualche lieve oscillazione di tono. La materia narrativa potrebbe prestarsi del resto a una commedia farsesca, o anche a spunti da commedia nera, ma nessuna di queste strade viene percorsa da LA PADRINA: l'approccio, invece, si mantiene sempre su binari realistici, appena increspati da qualche pennellata sopra le righe (il bizzarro look di Patience nella sua versione da narcotrafficante) o da alcune parentesi d'azione e di suspense, come i pedinamenti della polizia o le incursioni della protagonista nel sottobosco della criminalità. In un racconto senza troppi sussulti, dunque, la principale ragion d'essere risulta ovviamente il carisma che Isabelle Huppert conferisce per osmosi alla sua dimessa antieroina, capace di ingannare quegli stessi poliziotti con i quali collabora giorno dopo giorno, ma con una pacata consapevolezza agli antipodi rispetto al delirio d'onnipotenza raggiunto dal suo 'omologo' Walter White.

Ed è il talento della Huppert, non a caso, a dare linfa vitale a un’opera non del tutto convincente sotto il profilo della gestione dell’intreccio e dello sviluppo dei personaggi, con una galleria di comprimari piuttosto appannati e fuori fuoco. Jean-Paul Salomé si affida quasi del tutto alla star di Elle per costruire il fascino della sua Patience, con quell’indefinibile amalgama fra rassegnazione, malinconia (il ricordo della morte del marito) e improvvisa ambizione; e come sottolineato nella nostra recensione de LA PADRINA, a volte un’attrice di tale calibro è già di per sé un motivo sufficiente alla visione, a dispetto dei limiti del film intorno a lei.

(https://movieplayer.it)

 

LA PADRINA – PARIGI HA UNA NUOVA REGINA, tratto dal romanzo di Hannelore Cayre “La bugiarda”, è il primo film in cui il regista Jean-Paul Salomé lavora con Isabelle Huppert. Ma non si direbbe vista la capacità di sfruttarne la versatilità, valorizzarne il talento e mantenerne il personaggio sempre sul filo dell’ambiguità. Al netto di qualche soluzione allegramente inverosimile per sbrogliare la complicata rete di inganni ordita da Patiente, la pellicola affronta con pungente ironia e buona dose di cinismo una serie di questioni estremamente attuali: la brutalità di certi metodi delle forze dell’ordine, l’integrazione culturale, le reali opportunità date e gli stereotipi affibbiati a chi proviene da un altro Paese o si trova in difficoltà. Tra tutti questi temi si muove leggiadra la padrina: egoista quanto basta per badare perfettamente a se stessa, carismatica quanto serve per avviare con successo la sua improvvisata attività, generosa quanto vuole per non lasciarsi dietro troppe macerie. Un montaggio dinamico, dialoghi vivaci, giusto equilibrio tra commedia e leggera suspense, una colonna sonora irresistibile fanno de LA PADRINA – PARIGI HA UNA NUOVA REGINA un piccolo gioiello imperdibile: come se non bastasse Isabelle Huppert.

(www.culturamente.it)