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La ragazza con il braccialetto

Regia: Stéphane Demoustier

INTERPRETI Roschdy Zem, Melissa Guers, Anaïs Demoustier, Chiara Mastroianni

SCENEGGIATURA: Stéphane Demoustier

MONTAGGIO: Damien Maestraggi

DISTRIBUZIONE: Satine Film

NAZIONALITÀ: Francia, Belgio

DURATA: 95 min.

Presentato in Piazza Grande al Festival di Locarno e Vincitore del Premio César per la Miglior Sceneggiatura non originale

Lisa ha 18 anni e un braccialetto elettronico alla caviglia. Accusata due anni prima del presunto omicidio della sua migliore amica, attende il processo a casa dei genitori. Bruno e Céline la sostengono, interrogandosi ciascuno a suo modo sulla maniera migliore di fare fronte al dramma familiare. Bruno è un padre proattivo, Céline una madre bloccata davanti al destino della figlia. Un destino che si gioca in tribunale tra accuse e difese, confessioni e testimonianze che rivelano la sua vita intima e rendono difficile discernere la verità. Chi è veramente Lisa? Conosciamo veramente chi amiamo? Come capire che esiste sempre un'altra verità? In piedi davanti a un crimine che giura di non aver commesso, Lisa aspetta (forse) impassibile il giudizio della corte.

Se il titolo di un film è sempre un indizio, quello di Stéphane Demoustier rivela una suggestione artistica. Classico come un quadro di Leonardo (La Dama con l'Ermellino) o di Vermeer (La ragazza col turbante), enfatizza un dettaglio folgorante (un braccialetto) che àncora la protagonista al sospetto. LA FILLE AU BRACELET è il ritratto di un'enigmatica adolescente di cui non sappiamo ne sapremo mai niente. Frontale al centro della scena e dietro il vetro della cabina degli imputati, Lisa ci guarda ma non si lascia scoprire. Alla maniera di Leonardo e di Vermeer, Demoustier disegna una donna-bambina, lasciandoci ammirare quello che non si può vedere, l'inconoscibile che rifiuta di ridursi a conosciuto.

È consuetudine considerare che il peso o il valore di un gioiello tradiscano in un quadro la nobiltà o la cupidigia, la virtù o un vizio passibile almeno del purgatorio. Il bijou del titolo si rivela allo stesso modo elemento che allunga l'ombra sull'incipit solare e introduce il genere.

Avviato sulle spiagge della Côte de Jade, dove una famiglia si svaga in campo lungo, LA FILLE AU BRACELET è un courtroom drama allacciato come un ornamento alla caviglia della sua protagonista. Il dispositivo elettronico che gli imputati agli arresti domiciliari devono indossare è il segnale di allarme di un 'arresto' che ha isolato un adolescente e colpito al cuore la sua famiglia. Un padre e una madre che scoprono, di fronte alle evidenze di una vita della figlia ben più complessa e affollata di quanto credessero, che esistono altre verità. Spazi e segreti, parti di lei che crescono in sordina, che sfuggono, che li tengono lontani. E nel corso del processo, Bruno e Céline prendono coscienza di questo, che no, non li conosciamo mai del tutto i nostri figli. Seduti sui banchi del tribunale arrivano progressivamente ad accettare che persino fra gli esseri umani più uniti persistono distanze infinite e che si può addirittura amare quella distanza. Uno scarto che l'avvocato della difesa perora nell'arringa finale.

LA FILLE AU BRACELET è un 'laboratorio' che invita a guardare in profondità, sperimentando la consapevolezza nella relazione coi figli, di cui i protagonisti non possono che rispettare il mistero, misurando le aspettative rispetto alla realtà, aprendosi la possibilità di vederli per quello che sono e vivendo il momento come un'opportunità per esserci veramente. Bruno e Céline non sono perfetti ma ci sono, rispondono invece di reagire meccanicamente a quello che gli fa paura, espandendo la loro capacità di amare e restando meravigliosamente umani dentro il dramma.

A immagine del suo film precedente (Terre battue), Stéphane Demoustier incontra due traiettorie, a priori parallele. La 'vera coppia' del film sono di fatto il padre e la figlia, team ostinato che si sfida in privato e affronta in pubblico un processo il cui il verdetto non chiude la partita ma la riapre. Per i suoi soggetti, che intrecciano l'intimo e il sociale, per il suo realismo senza sconti, Demoustier si iscrive nella tradizione dei Dardenne. Se a rinforzare l'impressione nel film precedente era la presenza maiuscola di Olivier Gourmet (Il figlio), in LA FILLE AU BRACELET è il rifiuto di qualsiasi estetismo. Tutti gli elementi, gli attori, la scenografia, la fotografia, si fondono e partecipano dello stesso sentimento, un'impressione di vita che scorre davanti alla macchina da presa ma che avrebbe potuto consumarsi anche in sua assenza.

Implacabile e profondamente umano, il secondo film di Demoustier, fratello di Anaïs Demoustier che interpreta il Pubblico Ministero, interroga 'in tribunale' una relazione familiare da cui nasce una tensione permanente, sotterranea, un movimento incessante, vertiginoso. Perché la maison du bonheur, che accoglie lo spettatore al principio del film e di cui il padre testimonia la sincerità al giudice, ha lasciato il posto al caos. Roschdy Zem, che offre la sua luminosa melanconia a LA FILLE AU BRACELET, è l'incarnazione dell'empatia e della calma triste di chi conosce a memoria le zone oscure degli esseri. È un padre che coltiva la gentilezza e la compassione, un padre che non si scuce, che non perde il controllo davanti a una figlia e al suo avvenire ridotto a un lumicino. Con Melissa Guers, debuttante solida e impenetrabile che assorbe con la sua presenza l'intero film, formano un tandem di cui un granello di sabbia ha bloccato la meccanica. Un imprevisto, un omicidio, un dubbio che ha collassato l'economia (affettiva) di una famiglia.

Senza giudizio o spiegazione, l'autore prova a comprendere l'essere umano e il meccanismo mentale opaco della sua giovane accusata, di cui cattura i segnali esteriori, dai più infimi ai più esemplari. Se il soggetto del film è un abisso, la forma impressiona per la sua concisione quasi geometrica che fa respirare gli interni, trasformando la crisi, il dolore, la vita che cade in una possibilità. Come diceva Hannah Arendt, gli esseri umani non sono fatti per finire, sono fatti per cominciare.  

(www.mymovies.it)

Non ci voleva l’ennesima conferma, ma la stessa storia può essere raccontata in maniere così diverse da renderla difficilmente riconoscibile. Prendendo spunto dall’argentino Acusada, lo scorso anno in concorso a Venezia, Stéphane Demoustier mette in scena la stessa vicenda compiendo delle scelte totalmente diverse. Nessun interesse per l’impatto mediatico del caso, per eventuali reazioni dell’opinione pubblica e tantomeno per lo spettacolo della colpevolezza o innocenza in diretta televisiva prima che processuale. LA FILLE AU BRACELET è la storia di una ragazza diventata quasi muta, catatonica, in seguito all’accusa di aver ucciso a 16 anni la sua migliore amica. Due anni dopo la vediamo indossare il braccialetto a cui si riferisce il titolo, che non si riferisce però a un vezzo femminile, ma allo strumento messo dalla polizia alla caviglia per evitare che Lise si allenta dagli arresti domiciliari nella casa che condivide col fratellino piccolo e i genitori. Ha già passato molti mesi in carcere, e si sta preparando alla corte d’assise per sapere cosa le riserverà il futuro.

La prima sequenza ci fa capire già quale sia il rigore del regista e la distanza da ogni presa di posizione - del tipo è stata lei sì o no - o giudizio morale. La famiglia si trova in spiaggia, viene ripresa da dietro, a una certa distanza. Non arriva alcun dialogo, ogni suono è lontano, anche quando arrivano dei poliziotti che si dirigono verso Lise, sembrano discutere con i genitori che palesemente sono smarriti più ancora che irritati. Lei sembra accettare di rivestirsi e andare via con loro senza troppe scenate. Ellissi. Due anni dopo ritroviamo Chiara Mastroianni e Roschdy Zem, madre e padre, intenti a seguire le ultime fasi della preparazione della figlia per il processo. Ancora una volta, però, non è l’aspetto giudiziario a interessare Demoustier, neanche le ragioni o la storia di Lise, quanto il modo in cui chi sta intorno a lei reagisce a questi due anni di palese inferno e modifica il proprio spazio all’interno del nucleo familiare. Le reazioni sono le più varie: il padre mantiene una dura razionalità che fa capire come l’unico obiettivo sia la fine del processo, l’assoluzione e il ritorno a una vita precedente che non conosciamo; la madre sembra cerca spazi al di fuori della loro casa borghese, diventata prigione, decidendo di lasciar solo il marito a seguire le fasi del processo, giorno dopo giorno, “perché deve lavorare”. Probabilmente è quella che ha paura delle sue reazioni, rosa dai sensi di colpa per aver dubitato, magari solo per un attimo, della sincerità e innocenza della figlia.

Dopo un esordio, con Terre battue, alla Settimana della critica di Venezia, il quarantenne francese mette in scena le varie reazioni che possono seguire un forte trauma, concentrandosi sulle relazioni all’interno di una famiglia, mettendole in scena come elemento apparentemente secondario, ma per lui primario, di un processo pubblico per omicidio, che segna la violazione della loro intimità. Il thriller processuale è qui una ronde familiare, in cui sfileranno tutti i prigionieri del limitato raggio d’azione del braccialetto di Lise, persino il più piccolo di casa. Il rigore della messa in scena non impedisce l’identificazione emotiva con la reazione apparentemente algida, ma tutta interiore, di Lise, in un film doloroso e appassionante, recitato al meglio da attori di livello, con un plauso alla giovane esordiente Mélissa Guers, a una toccante Chiara Mastroianni e alla sempre impeccabile Anais Demoustier, che ha dovuto aspettare il fratello per avere in dono un personaggio detestabile, quello di una virulenta procuratrice dell’accusa, che cerca di rimediare con mancanza di empatia e moralismo al suo sentirsi troppo giovane per il ruolo.

(www.comingsoon.it)