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La ragazza della palude

Regia: Olivia Newman

INTERPRETI: Daisy Edgar-Jones, Taylor John Smith, Harris Dickinson, Michael Hyatt, Sterling Macer Jr., David Strathairn

 SCENEGGIATURA: Lucy Alibar 

MONTAGGIOAlan Edward Bell

FOTOGRAFIA: Polly Morgan

MUSICHE: Mychael Danna 

DISTRIBUZIONE: Sony Pictures/Warner Bros. Pictures

NAZIONALITÀ: Usa, 2022

DURATA: 125 min.

Presentato nella sezione Piazza Grande  al Locarno Film Festival, 2022

PRESENTAZIONE E CRITICA

Fin dall’alba dei tempi chi si isola dal resto del gruppo, chi non partecipa e non si adegua, è automaticamente strano, diverso e sbagliato. In quanto tale merita di non essere preso in considerazione dal gruppo, di non essere considerato alla pari degli altri. I rapporti umani e quelli nelle società sono costrutti complessi che innescano comportamenti e rafforzano relazioni a discapito di altre. È quello che succede ne LA RAGAZZA NELLA PALUDE in cui la protagonista è isolata dal resto della sua città e da questa viene etichettata e giudicata. A questo vanno poi aggiunti il pregiudizio, le convinzioni a cavallo tra anni ’50 e ’60 sul ruolo della famiglia e della donna e un omicidio. Il tutto dà vita ad un mistero che intrecciando questi tre elementi riesce ad incuriosire chi guarda fino alla fine. Nel cast del film volti giovani a partire dalla protagonista, Daisy Edgar-Jones, reduce del successo ottenuto nel 2020 con Normal People - serie tratta dall’omonimo romanzo di successo di Sally Rooney - e più recentemente con In nome del cielo con Andrew Garfield. A dividere la scena con lei Taylor John Smith e Harris Dickinson (Omicidio nel West End). Il film è tratto dal bestseller mondiale della scrittrice Delia Owens e ha come canzone originale Carolina, scritta dalla cantante americana Taylor Swift. 

Nella Carolina del Nord della fine degli anni ’60 viene ritrovato in una palude il cadavere di un giovane uomo. Nella piccola cittadina vicina cominciano a diffondersi voci su chi possa aver commesso l’omicidio e in breve tempo i sospetti ricadono sulla ragazza della palude. La giovane di nome Kya vive da sola in una casa all'interno della palude dalla quale esce molto raramente. Si scopre che effettivamente lei e la vittima si conoscevano, essendosi frequentati per un periodo di tempo. Arrestata, viene difesa da un avvocato della città, l’unico disposto ad andarle incontro ed aiutarla. Ha così inizio il racconto di Kya che ha vissuto fin da piccola in un contesto familiare difficile, con un padre violento e una madre che incapace di sopportare, e scossa dai traumi delle violenze, se ne è andata. Rimasta da sola Kya deve cercare di sopravvivere e costruisce una vita interamente propria, senza però mai lasciare la palude che è per lei un'amica fidata e un rifugio che la fa sentire al sicuro. Gli unici che le tendono la mano sono i proprietari della drogheria del posto che cercheranno sempre di aiutarla e di prendersi cura di lei, e il giovane Tate. Privata del diritto di frequentare la scuola è Tate che le insegna a leggere e scrivere, ma soprattutto a scoprire il grandissimo talento di illustratrice che Kya possiede.

La grande protagonista della storia non è solo Kya ma anche la palude stessa. Luogo particolare che permette di isolarsi ma anche di mettersi al sicuro, rappresenta per lei la sua casa.  In quest'ottica è interessante approfondire il rapporto che c'è tra uomo e natura e vedere come viene considerato dalla società l'uomo che vive a contatto con essa. La palude e la sua foresta con le sue regole e i suoi ritmi sono stati delle scuole a tutti gli effetti per Kya. Come dice lei stessa la natura ha dei modi molto particolari per conservarsi ed è qui che si può riflettere sul rapporto fra uomo e natura. Considerata la sua vita nella palude, un posto molto vasto ma al contempo molto isolato, la cittadina comincia a percepire Kya come una sorta di mostro, la cui natura deve per forza essere stata influenzata dalla palude. I cittadini credono che l’indole della ragazza sia stata influenzata dal contatto con la natura, convinzione che ci ricorda vagamente quello di cui ci parla Conrad nel suo Cuore di Tenebra. Per Kya invece è tutto l’opposto poiché la palude è la sua casa, il luogo in cui può essere se stessa e si sente a suo agio, essere invisibile eppure continuare ad esistere. L’importanza della palude, come luogo principale dell’azione, è reso anche dalla regia. Grazie anche ad un sapiente uso delle luci e della fotografia, ci sono delle sequenze veramente mozzafiato in cui si vede la brulicante vita della natura. Abbondano poi anche riprese dall’altro che seguono gli uccelli mentre planano su distese d’acqua, alberi e piante dai colori delicati.

Altro elemento degno di analisi è quello dei rapporti umani di Kya, in primis quello quasi assente con la famiglia e poi quello con Tate. Anche questo è legato al suo isolamento: avere un padre violento e una famiglia poco presente hanno spinto la ragazza a doversi prendere cura di se stessa e a bastarsi da sola, accentuando così il suo isolamento, non solo fisico ma anche e soprattutto psicologico. Una bambina che ha dovuto affrontare - forse senza mai risolverli davvero - traumi come l’abbandono e la violenza. Messa sempre in guardia dal non fidarsi di nessuno lascerà entrare solo Tate sia nella sua vita che nel suo luogo prezioso, che giorno dopo giorno le dimostra quanto ci tenga a lei. Le tematiche trattate dal film sono quindi molto interessanti e forniscono buoni spunti di riflessione. Il finale poi rimette in mano a chi guarda un giudizio complessivo di questa storia. LA RAGAZZA DELLA PALUDE è quindi sicuramente una visione interessante che riesce ad incuriosire, ma che si concentra di più su alcuni elementi a cui vuole dare risalto invece che a quelli che presenta in apparenza. 

(www.today.it)

Nella pellicola diretta da Olivia Newman la morte conquista la scena fin dal principio, lasciandoci precipitare sull’orlo di un legal drama, salvo poi tirarci su con la fune di una serie di flashback, così da guidarci nella vita della protagonista. Il suo racconto a ritroso ci fa spalancare gli occhi verso gli intrecci infantili e adolescenziali di Kya; il film si appropria del dramma familiare che ella vive: la violenza perpetrata dal padre nei confronti della madre e dei figli, il bisogno successivo di sopravvivere, rinunciando ad andare a scuola e scegliendo di lavorare, l’attaccamento viscerale a un luogo che è ammucchio di ricordi, essenza di un passato a tratti felice, sostanza vera di ciò che Kya stessa è. Non a caso il titolo italiano LA RAGAZZA DELLA PALUDE, che seppellisce l’originale e forse più incisivo Where the Crawdads Sing, ci dirotta verso lo status di emarginata in cui la protagonista vive; le dicerie sul suo conto e il modo stesso in cui viene identificata dagli abitanti della vicina Barkley Cove ci sottolineano il fatto che Kya sia a tutti gli effetti un’esclusa. In questa diversità però è insito il senso del suo essere speciale, in un arcobaleno di peculiarità che si estende dalla conoscenza degli animali che popolano la palude fino alla perseveranza di rimanere a tutti i costi in quel luogo così selvaggio. A tal proposito è chiara la forza interpretativa di Daisy Edgar, la quale domina sul grande schermo prendendoci per mano e facendoci entrare a far parte del suo mondo. In ogni suo gesto c’è emancipazione, intelligenza, resistenza; c’è l’amore incondizionato verso la parte più intima di sé, un dedicarsi alla sua anima incondizionatamente, senza riserve.  La protagonista si accetta per ciò che è, è conscia della sua perfezione, della sua appartenenza a quel mondo, del ritmo delle stagioni; si fa una con la filosofia della palude fino a diventarne parte, in uno slancio romantico in cui l’essere umano appare come un semplice ingranaggio, in cui la morte fa parte di un ciclo obbligatorio e naturale che la sveste dalla colpa e dal peccato e l’amore, quello vero, è congiunzione astrale.

La delicatezza testarda di Kya emerge in LA RAGAZZA DELLA PALUDE anche grazie al contrasto con la stereotipata società americana degli anni ’60, fatta di ragazzi dolci e sognatori (come il personaggio interpretato da Taylor John Smith), altri violenti e benestanti (è il caso del personaggio di Harris Dickinson) e pochissimi – una coppia di colore (interpretata da Michael Hyatt e Sterling Macer) – di buon cuore. (…)  A farla da padrone, oltre all’interpretazione del cast, è senza dubbio una fotografia nitida e realistica, a tratti documentaristica, che non risparmia dettagli, riflessi lacustri e prati soleggiati. La regia di Olivia Newman, sorretta dalla sceneggiatura di Lucy Alibar e da una colonna sonora che vanta al suo interno il singolo di Taylor Swift Carolina, ci fa sorvolare lo specchio d’acqua placida sul quale si riflettono le barche e i fitti fili d’erba, ci lascia invischiati nella notte umida e fredda o ci esibisce al sole caldo del mattino, avendo sempre cura di mostrarci con stupore e meraviglia un luogo che, pur trovandosi a pochi chilometri dal centro abitato, sembra essere distante, quasi alieno. È un luogo che ingoia chi vi abita in una bolla in cui tempo e spazio restano sospesi tra il marciume quotidiano e l’eterno.

(www.cinematographe.it)