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La signora delle rose

Regia: Pierre Pinaud

INTERPRETI: Catherine Frot, Marie Petiot, Olivia Cote, Vincent Dedienne, Fatsah Bouyahmed, Olivier Breitman, Melan Omerta

SCENEGGIATURA: Fadette Drouard, Philippe Le Guay, Pierre Pinaud

MUSICHE: Mathieu Lamboley

MONTAGGIO: Valérie Deseine, Loïc Lallemand

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Francia, 2020

DURATA: 105 min.

Seminare, raccogliere, impollinare, ibridare. Sono i piccoli gesti della protagonista del film, Eve Vernet, la coltivatrice di rose immaginata da Pierre Pinaud. Accompagnata dalla voce senza tempo di Dean Martin, la storia raccontata da Pinaud ripropone lo spirito e i codici narrativi tipici di una certa tradizione francese improntata ai buoni sentimenti e alla filosofia delle piccole cose. Al centro la ricerca della bellezza in un piccolo mondo antico, con tutte le suggestioni che ne derivano: profumi, colori e suoni dettano il ritmo di un racconto certamente convenzionale, ma capace di far evadere lo spettatore per un'ora e mezza di pura poesia.

Alla ricerca del fiore perfetto, inseguendo la bellezza tra fragranze, impollinazioni e specie rare. La vicenda de LA SIGNORA DELLE ROSE potrebbe sintetizzarsi così, se non fosse per la scelta di registi e sceneggiatori di puntellare la trama di piccoli imprevisti. Eve Vernet è stata per anni la più grande coltivatrice di rose di Francia, esperta di fiori da competizione grazie alla passione e alla piccola azienda di famiglia ereditate dal padre. Oggi si trova sull'orlo della bancarotta e rischia di dover svendere tutto a un nuovo acquirente, Lamarzelle, uno sciacallo che "puzza di chewing gum e sigarette". Ma Eve non ci sta e con l'aiuto della sua fedele segretaria Vera, prova a trovare una soluzione alternativa, come quella ad esempio di assumere tre dipendenti che rientrano in un programma di reinserimento sociale. Sono Nadège, Samir e Fred, piccoli criminali che di rose non sanno nulla, ma che hanno bisogno di rinascere, riscattarsi e "tornare a fiorire". Insieme cercheranno di salvare l'azienda fino ad avventurarsi in un piano spericolato: mettere a segno un colpo da maestri e rubare una specie rara, che gli permetterà di creare la rosa perfetta per partecipare al prestigioso concorso floreale della prossima stagione.

"Chi si dedica alla passione della bellezza non sprecherà mai la sua vita", è la frase che Pinaud sceglierebbe come epigrafe del suo film. E in fondo i protagonisti della storia si dedicano proprio a questo: lo fanno nei loro piccoli rituali quotidiani, tra selezioni meticolose, semine, pistilli, serre, fioriture, essenze di profumi preziosi e furti rocamboleschi nel cuore della notte. A livello narrativo la parentesi action della rapina in una delle serre industriali dei concorrenti serve ad allontanare lo sguardo da un'immagine che altrimenti sarebbe risultata eccessivamente statica, oltre a rappresentare un buon espediente per introdurre un registro più leggero e ironico e portare l'attenzione sul tema della mercificazione selvaggia a cui il mondo dei fiori non è riuscito a sfuggire. Eve incarna il coraggio con cui i produttori indipendenti cercano invece di resistere in un settore che non è immune dalle dinamiche del profitto delle multinazionali, che "registrano" alcune varietà vegetali molto preziose e le privatizzano.

Ma su chi dovesse interpretare la protagonista il regista non ha mai avuto dubbi: nessuno meglio di Catherine Frot avrebbe potuto restituirne eleganza e tenacia, raffinatezza e un pizzico di sana follia, dignità e sfacciata immaginazione.

Il pubblico imparerà a conoscere Eve e la sua ossessione per il bello attraverso le evoluzioni del personaggio: da artigiana meticolosa e solitaria, che fuma la pipa e mangia cibo in scatola, ad agguerrita - e a volte maldestra - eroina disposta a tutto per salvare le sue rose. Perché altrimenti cosa sarebbe la vita senza bellezza?

(https://movieplayer.it)

 

Il mercato delle rose si concentra principalmente sull’ibridazione delle migliori specie in circolazione. Ogni anno, durante concorsi dedicati, vengono assegnati premi prestigiosi e riconoscimenti internazionali sulla base del miglior ibrido floreale.

LA SIGNORA DELLE ROSE è un film che, inserendosi in questo contesto, insiste sul tema della sensibilità legandolo ad un processo che, paradossalmente, ci rimanda immediatamente ad un immaginario chimico-scientifico. Quando parliamo di ibridazione, infatti, lo scenario che ci prefiguriamo è quello del laboratorio, in cui si studia il miglior tipo di unione possibile e, attraverso il metodo scientifico, si procede all’impollinazione artificiale. Eppure, l’ibridazione è, da sempre, effettuata manualmente e il suo risultato è tutt’altro che prevedibile. Anzi, è piuttosto l’esito di un’operazione in cui intervengono numerosi fattori. Il contesto e l’attenzione ricevuta dalla rosa sono solo alcuni degli addendi necessari per creare il giusto profumo, il corretto numero dei petali, il colore più vivido e la robustezza adeguata.

La delicata commedia di Pinaud si concentra proprio su questa imprevedibilità del processo di ibridazione, mettendola in relazione con la grande incognita dei figli e dell’atteggiamento più adatto nel crescerli. Al centro di questa doppia incognita, si trova Madame Eve Vernet e la sua piccola azienda floreale, ereditata dal padre. La donna versa in grande difficoltà economica e non ha le armi per fronteggiare l’incessante industrializzazione del mercato, impersonificata dal giovane imprenditore Lamarzelle. Così, la sua fidata assistente, a sua insaputa, assume tre nuovi stagisti, sfruttando un programma di reinserimento sociale. I tre nuovi dipendenti, tra cui spicca un ragazzo abbandonato dai suoi genitori e con numerosi precedenti penali, non hanno alcun tipo di formazione botanica. Eve, ben presto, però, vedrà in loro una concreta occasione di riscatto e crescita.

Pinaud cattura con grande sensibilità e grazia le rose curate e cresciute amorevolmente da Madame Vernet. Quella della donna è una produzione semplice e casalinga frutto dell’amore con cui si occupa della sua unica famiglia. Le rose, in questo senso, sono la metafora perfetta per rappresentare i figli che la protagonista non ha mai avuto. Il non-avere-figli non le impedisce di saper-essere-madre (più di chi lo dovrebbe realmente essere), infondendo amore, speranza e coraggio nel giovane stagista, così come nelle sue rose. La missione della donna durante il corso del film, diventa, quindi, accompagnare i tre stagisti (e in particolare il ragazzo) in un processo di crescita, alla scoperta delle proprie capacità celate. Pinaud sembra dirci che crescere i propri figli non significhi produrre un ibrido perfetto, da gettare nella società. Essere genitori vuol dire amare e curare le proprie rose, o meglio, i propri figli fino alla loro definitiva fioritura/crescita. Ecco che essere genitori è anche inseguire e coltivare la bellezza celata ma pronta ad esplodere, al momento opportuno, in una meravigliosa fioritura. E una volta sbocciati, i figli “devono poter inseguire i propri sogni, con la consapevolezza che, se rimarranno delusi, sapranno sempre dove hanno lasciato casa “.

(www.sentieriselvaggi.it)

 

(…) LA SIGNORA DELLE ROSE è un'ode alle cose da farsi in modo antico, alla bellezza da ricercarsi attraverso la lentezza, per i fiori come per l'arte e per la vita di tutti i giorni. Non stupisce quindi che anche il film stesso del regista Pierre Pinaud sia orgogliosamente vintage: affettato ma in fondo sincero, è un classico matrimonio di toni da commedia e sentimentalismo ricercato, che cattura l'essenza del cinema francese più tradizionale. Senza un filo di malizia né di pretesa, Pinaud cuce le fila di una storia alla Davide contro Golia nel mondo del business contemporaneo, per poi aggiungerci lo sbocciare di un'improbabile amicizia tra la dama un po' cocciuta della bravissima Catherine Frot (che di questo genere di commedie è divenuta un simbolo nell'arco della sua lunga carriera) e la gioventù turbolenta ben abitata da Melan Omerta, criminale scapestrato al quale i genitori hanno infranto il cuore e al contempo donato un naso che promette bene.

Si impara molto sulle rose - impollinate, ibridate, annusate, ma pure rubate - guardando un'opera che sembra teletrasportata ai giorni nostri da un'era più innocente. Ancor di più si riflette sulla semplicità con cui si può far cinema e sulla leggerezza del sentimento umano, tratteggiato con cura sui volti di un cast ristretto ma delizioso. Alla distanza, Pinaud fa crollare ogni resistenza nello spettatore, consegnandogli infine un piccolo glossario delle emozioni. Nulla che non si sapesse già, ma un bel momento per fare ordine nell'anima e scaldare il cuore.

 (www.mymovies.it)