Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

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La tana

Regia: Beatrice Baldacci

INTEPRETI: Lorenzo Aloi, Irene Vetere, Elisa Di Eusanio, Paolo Ricci, Helene Nardini, Federico Rosati

SCENEGGIATURA: Edoardo Puma, Beatrice Baldacci

FOTOGRAFIA: Giorgio Giannoccaro

MONTAGGIO: Isabella Guglielmi

DISTRIBUZIONE: PFA Films

PAESE: Italia

DURATA: 88 min.

PRESENTATO ALLA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA, 2021

PREMIO 'RAFFAELLA FIORETTA' ALLA XIX EDIZIONE DI 'ALICE NELLA CITTÀ, 2021, SEZIONE AUTONOMA E PARALLELA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA.

LA TANA, film diretto da Beatrice Baldacci, racconta la storia di Giulio, un diciottenne sensibile, timido e un po' ingenuo, che durante l'estate decide di rinunciare a viaggiare per dare una mano nei lavori di campagna ai suoi genitori. Giulio nota che nel casale vicino la loro proprietà, che è stato a lungo inabitato, pare sia tornato qualcuno a vivere. Nell'abitazione, infatti, c'è Lia la figlia dei proprietari, una ragazza ottimista, riservata, ma allo stesso tempo molto disinvolta e decisa, capace di far prevalere la propria idea sopra ogni cosa, senza accettare repliche. Quando Giulio fa la sua conoscenza, finisce per innamorarsene. Lia gli fa provare strani giochi, ma rimane sempre sul vago quando si parla di sé, asserendo che è lì per trascorrere l'estate nella vecchia casa di famiglia, in cui non tornava dall'infanzia. La ragazza, però, sembra nascondere qualcosa, perché non permette a nessuno, neanche a Giulio, di entrare in casa sua...

(www.comingsoon.it)

Beatrice Baldacci, che sceneggia il film insieme ad Edoardo Puma, gioca sulla sovrapposizione dei punti di vista per raccontare le cose veramente importanti sui personaggi. Inizialmente, LA TANA  è la storia di come lui vede lei. Lia ha un carattere particolare, per niente facile; è chiaro come la curiosità assassina, il gusto inconscio per la sfida, spingano il ragazzo ancor più verso di lei. Alla base, comunque, c’è un sentimento autentico.

Lia è scostante, poco loquace, abbastanza mutevole nell’atteggiamento. Respinge, attraendo. Scopre e si ritrae. Quale sia il suo segreto il film si fa premura di nascondercelo, almeno all’inizio. Bisogna scoprirlo come Giulio lo scopre, un passo dopo l’altro. Il cammino verso la consapevolezza, l’affermazione è un po’ ridicola ma rende l’idea, si snoda per mezzo di una serie di strani “giochi” che Lia impone a Giulio e che misurano la distanza tra i due e la possibilità di un linguaggio nuovo, costruito su misura. Linguaggio dei corpi, gioco di vita e di morte, parole poche e solo quando servono. Nel momento in cui Giulio scopre, noi con lui, di cosa si tratta veramente, LA TANA cambia e proietta la storia sul passo e lo sguardo di Lia. Ribaltando la prospettiva e poggiando la risoluzione di tutti i nodi principali sul punto di vista della ragazza. Che si ritrova ad essere, dentro lo stesso film, sguardo e oggetto dello sguardo, soggetto e oggetto. Questa è una delle tante insolite prospettive di racconto che la regia coraggiosa del film sceglie per parlare di distanza, sofferenza, ma anche e soprattutto di amore e vita. Cinema puro, che nasconde le verità eloquenti nel silenzio, non negando la possibilità di una comunicazione verbale, ma integrandola con un lavoro sui corpi che aggiunge significato su significato. Ci si può capire in tanti modi, racconta il film, l’obiettivo è di superare le distanze e uscire dalla tana, il luogo fisico e spirituale in cui Lia, per buona parte del tempo nasconde la sua interiorità e i suoi segreti.

Anche se non raccoglie tutte le provocazioni estetiche e narrative che semina, sui giochi tra i due ragazzi, sull’equilibrio instabile tra vita e morte, non si può non riconoscere a LA TANA il coraggio di un esordio autoriale nell’accezione più positiva del termine e con un buon senso del cinema. L’esperienza è sensoriale, stimolante, costruita intervenendo sull’immagine, le sue verità nascoste ed esplicite, senza demonizzare la parola ma riflettendo sulla sua centralità. Da qui in avanti, la chiave sarà di non smarrire il coraggio della prima volta.

(www.cinematographe.it)

LA TANA è un film che non ti aspetti, e che è bene non svelare completamente. Sembra essere il racconto di un'attrazione, di uno stato nascente, di un avvicinamento tra due coetanei, un gioco in cui il ragazzo sembra la parte più fragile, meno pronta, più indifesa. Pian piano il film si sposta e diventa qualcos'altro, indaga il rapporto tra uno stato nascente e un altro stato, come se mettesse accanto due delle tre figure delle Tre età di Klimt, in un contrasto non facile. Ma non vogliamo dirvi altro.

La tana vive di un'atmosfera sospesa, di continua attesa. È un film a suo modo ipnotico, avvolgente, insinuante. È un film particolarissimo, che non sembra girato in Italia, e non sembra soprattutto girato oggi. Fuori dalle mode, dalle tendenze, dai target e dai format che pretendono di incasellare un prodotto prima ancora di vederlo nascere, LA TANA è un film indipendente, ma nel senso più intimo e meno tecnico del termine (…).

L'esordiente Beatrice Baldacci dirige la sua opera prima con una mano perfettamente sicura, è padrona dell'inquadratura, della luce, del cast. E anche della storia, è questo non è facile, visto i temi estremamente scivolosi che tratta. Guardate la macchina da presa su Lia e lo zoom all'indietro con cui chiude il film, perché è anche da queste cose che si vede la sicurezza di un'autrice. Ha in sé il senso dell'incontro di Rohmer, il contatto con la natura di Malick, ma sono solo piccole suggestioni, e si allontana dalla serenità di quegli autori per far vibrare il film di un continuo senso di inquietudine.

(www.movieplayer.it)