Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

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La vita è una danza

Regia: Cédric Klapisch

INTERPRETI: Marion Barbeau, Hofesh Shechter, Denis Podalydès, Muriel Robin, Pio Marmaï, François Civil, Souheila Yacoub, Mehdi Baki, Alexia Giordano, Marn Gautier de Charnacé

DISTRIBUZIONE: Bim Distribuzione

SCENEGGIATURA: Santiago Amigorena, Cédric Klapisch

FOTOGRAFIA: Alexis Kavyrchine

MONTAGGIO: Anne-Sophie Bion

MUSCIHE: Thomas Bangalter, Hofesh Shechter

NAZIONALITÀ: Francia, Belgio

DURATA: 117 min.

PRESENTAZIONE E CRITICA

Nella versione italiana il titolo alquanto sempliciotto potrebbe trarre in inganno, allontanando lo spettatore dall'accezione dell'originale francese en corps (letteralmente "nel corpo"): un film di rinascita e corpi, come proveremo meglio a spiegare nella recensione de LA VITA È UNA DANZA.

Un po' commedia sofisticata e un po' parabola di resilienza, LA VITA È UNA DANZA sa intrecciare siparietti d'umorismo unici, riflessioni esistenziali, storie d'amore, di caduta e resurrezione usando la danza al di là di ogni prevedibile stereotipo. Il compito di accompagnare il pubblico dentro quella che si potrebbe erroneamente immaginare come una storia di sacrificio e rinunce tra tutù, punte e piroette, spetta ad un quarto d'ora iniziale praticamente quasi muto dominato da una sequenza di balletto classico, con la macchina da presa che scivola tra il dietro le quinte e la scena in un crescendo di tensione.

Così Cédric Klapisch racconta gli attimi precedenti l'incidente che sarà il motore dell'intera vicenda: sono gli ultimi passi di danza della protagonista Elise, ballerina di danza classica all'apice del successo che vive a Parigi assieme al fidanzato, ballerino anche lui. Istanti di pura grazia prima che sul palcoscenico irrompa brutale la realtà: è in quei momenti concitati tra le linee perfette che piegano il corpo in pose plastiche e la vita che si agita dietro le scene, che Elise scopre il tradimento del compagno.

"La danza è accesso alla bellezza" ed è questo che interessa a Klapisch, poco importa che l'epifania avvenga librandosi in aria sulle punte o attraverso il ritmo più tribale, viscerale e animalesco della danza contemporanea che invece inchioda il corpo al suolo dando ad Elise l'opportunità di ricostruirsi una vita. Il cast è sempre all'altezza, una girandola di personaggi a cui in quasi due ore di film non sarà difficile credere; e non è un caso che la scelta sia ricaduta per alcuni ruoli su ballerini professionisti, sui quali spicca Marion Barbeau, étoile dell'Opera di Parigi, che interpreta la protagonista. Il corpo esile, l'incanto di uno sguardo di infinita grazia la aiutano a dare vita alla sua Elise, prima intimorita e zoppicante poi determinata a rialzarsi trascinata da una a forza quasi ancestrale. Pronta ad "approfittare di tutte le vite che la vita le darà".

(www.movieplayer.it)

 

Una donna e il suo corpo. Bastano questi due elementi a Klapisch per costruire la lunga sequenza di ballo con cui si apre LA VITA È UNA DANZA, e dettare al tempo stesso le regole espressive che caratterizzeranno l’immaginario intero del racconto. In quei primi 15 minuti c’è racchiuso già tutto: un corpo che si muove a ritmo della musica classica, un tradimento d’amore, l’orgoglio spezzato e infine, un corpo ferito, non più adatto a quella danza, che da veicolo per l’arte diventa il primo nemico dell’artista. A sorprendere veramente di questo incipit non è solo l’essenzialità di linguaggio con la quale viene messo in moto il percorso di riabilitazione della ballerina Elise. Ma la facilità con cui Klapisch racconta il trauma corporeo (e sentimentale) della ragazza senza ricorrere ad alcun dialogo. Segno già di per sé di una padronanza stilistica notevole, soprattutto se comparato allo stile comico del cineasta, da sempre dedito a quel “cinema della parola e della quotidianità” in cui si rispecchiano poeticamente le sue narrazioni sin dai tempi di Aria di famiglia e L’appartamento spagnolo

(www.sentieriselvaggi.it)

 

Cédric Klapisch, già ampiamente apprezzato in pellicole riuscite quali L’appartamento spagnolo e Parigi, riesce a realizzare un film sofisticato che molto attinge al linguaggio visivo. Spesso non servono parole: basta restare a guardare i movimenti di Élise e degli altri personaggi che si alternano sul grande schermo. Il cineasta gioca con le inquadrature, con luci e ombre tipiche del palcoscenico, con l’eleganza dei gesti. Solo dopo aggiunge i dialoghi, anche se talvolta si ha persino l’impressione che non siano poi così fondamentali.

Da apprezzare il desiderio del regista di mantenere sempre alto l’entusiasmo: “Non condivido quel lato oscuro e doloroso che spesso associamo al mondo della danza” – ha dichiarato Klapisch. “Per molte persone, infatti, la danza classica è associata all’idea di sofferenza. […] Non nego i sacrifici che richiede. Ma ho preferito focalizzarmi più sull’idea della passione che del sacrificio. Non si può essere ballerini senza essere focalizzati sulla vita, perché ballare è soprattutto uno dei piaceri della vita”, ha concluso.

È evidente che Klapisch abbia tutto sotto controllo e che LA VITA È UNA DANZA sia il frutto di un lavoro minuzioso. È con mestiere che la storia riesce a raccontare efficacemente la caduta, la rottura e la conseguente rinascita di una ballerina caparbia ma pronta a rimettersi in gioco. Le seconde occasioni vanno colte, anche quando sembrano portarci fuori strada. È questo che la pellicola riesce a proclamare a gran voce, nonostante a volte le difficoltà vengano un po’ sminuite. Ma Élise è talmente inarrestabile da convincere anche lo spettatore che tutto è possibile. Basta volerlo.

(www.spettacolo.eu)

 

Il film comincia con una sequenza di danza, quasi senza parole ma comunque narrativa, che vede la protagonista dietro le quinte del Théatre du Chatelet e poi in scena ne La Bayadère dopo essersi resa conto, in pochi istanti, che il suo ragazzo la tradisce, cosa che la porta a cadere sul palcoscenico e a infortunarsi gravemente, con il rischio di doversi fermare per due anni e dover lasciare, di fatto, la danza. È così che, dopo vari passaggi e le prime amorevoli cure di un fisioterapista, parte con un’amica e con il suo compagno cuoco per la Bretagna, aiutando i due a preparare i pasti per gli artisti di volta in volta ospitati in una residenza ed entrando in contatto, in quel luogo sereno inserito in un contesto naturale, con i ballerini della compagnia di Shechter, che le faranno riscoprire il piacere della danza a partire dalla decostruzione delle movenze del balletto classico all’insegna, appunto, della gioia. E della terra, come si diceva; della carne, del sangue; dei colori, degli odori, dei sapori ma anche del sentimento e della passione: vita, umanità, emozioni.

È questo ciò che rimane del film di Klapisch, che Shechter ha definito come una lettera d'amore del suo regista (già legato al mondo del balletto: si vedano Aurélie Dupont. L'espace d'un instant, Dire Merci e le riprese di alcuni spettacoli dell’Opéra Garnier) alla danza e ai ballerini: la possibilità di superare gli imprevisti, gli infortuni, le avversità (come i lutti, nella figura della madre di Élise che muore giovane, dopo aver introdotto la figlia alla danza, o i problemi familiari, qui riassunti nella figura del padre della ragazza) tramite la riscoperta del piacere del corpo, del movimento del corpo, di quel corpo, ancora, che nel caso di Élise è da anni uno strumento di lavoro (e di fatica) e improvvisamente si ferma, ferito. È la gioia della riscoperta a contare, la possibilità di innamorarsi, di nuovo, nel momento in cui la terra, il mare, il vento sferzante hanno guarito la tua anima, insieme a persone che riconosci come affini a te e che sono colme di vita, e di saggezza.

LA VITA È UNA DANZA, lo scorso inverno campione d'incassi in Francia, è prevedibile e addirittura scontato, con quel finale in cui la protagonista esplicita a parole, smaccatamente, l’inizio della sua seconda vita. Eppure è in grado di sorprendere ed emozionare lo spettatore (come quando, all’inizio, il fisioterapista piange per amore, e piange davvero), trasportandolo in un mondo, non solo quello della danza, in cui forse un posto per ritrovare se stessi e per gioire di quello che si ha - e di quello che si è - ancora c’è.

(www.cineforum.it)