Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

L'accusa

Regia: Yvan Attal

Attori: Charlotte Gainsbourg, Mathieu Kassovitz, Laëtitia Eïdo, Camille Razat, Pierre Arditi
Distribuzione: Movies Inspired
Sceneggiatura: Yvan Attal, Yaël Langmann
Fotografia: Rémy Chevrin
Montaggio: Albertine Lastera
Musiche:Mathieu Lamboley
Paese: Francia, 2021
Durata: 148 min

All’origine c’è il romanzo di Karine Tuil che ha affascinato Attal per la sua complessità, che il regista sa trasferire nel suo film scandagliando i molteplici livelli dello stupro come atto violento e disturbante, frutto avvelenato di una cultura più complessiva che pretende che l’atto sessuale debba costituire il compiersi di un presunto diritto sull’altro in una malintesa estensione dell’erotismo che si trasforma in abuso.
Alexander è un figlio di buona famiglia. Suo padre famoso è un giornalista televisivo e sua madre intellettuale femminista. Lui studia negli Stati Uniti e davanti a sé ha una brillante carriera. Il suo ritorno a Parigi per trovare i suoi che vivono separati è segnato da una festa tra vecchi compagni di scuola. Alexander ci andrà con Mila la giovane figlia del compagno della madre. Alexander accetta una stupida scommessa e questa leggerezza lo porterà ad un rapporto sessuale con Mila che avrà inattese conseguenze. Mila denuncerà Alexander per stupro e il lungo processo che ne seguirà porterà ad una valutazione dei vari profili che sedimentano nella vicenda.
Affrontare di questi tempi un tema così scivoloso e spinoso come la violenza sessuale è atto sicuramente coraggioso per il quale è necessario attrezzarsi e Attal dimostra di avere la stoffa e la misura per servirci un film che, con l’indagine sui numerosi e imprevedibili risvolti psicologici che compie sui personaggi e l’analisi estrema sulla loro condizione culturale e sociale, ci offre un ampio spettro di temi sui quali riflettere. Al contempo conferma la scivolosità del problema più generale e l’impossibilità di irregimentare la valutazione del fatto dentro regole uniche – al di là della incondizionata condanna del gesto in sé, esecrabile e intollerabile – che possano valere una volta per tutte e una volta per sempre.
Le questioni che risultano coinvolte sono molteplici e mutevoli. È proprio su questa possibilità di “mutevole” percezione dei fatti, che deriva da una più complessiva conoscenza del dato culturale dei protagonisti, che il film di Attal sa raggiungere il suo massimo equilibrio e il suo sguardo si fa acuto e mai superficiale. Dal processo, dal suo progressivo articolarsi, come in una specie di proficua immersione sempre più profonda alla ricerca della verità, emerge la complessità delle circostanze, che diventa percepibile nella accumulazione di informazioni che abbiamo su Mila e su Alexander, un succedersi di dati dentro le quali provare a fare chiarezza per comprendere i limiti di una pretesa sessuale tra persone appartenenti a differenti condizioni sociali e culturali. In altre parole: in quali condizioni la figura maschile è in grado di percepire il fatto che quello che sta compiendo non è un gioco erotico condiviso, ma una violenza che si sta operando sulla partner? La violenza sessuale nasce da una percezione viziata del “diritto” alla sessualità che viene, invece, negata dalla donna che si sente aggredita. È quella che viene definita la “zona grigia” dentro la quale l’erotismo si confonde con la sopraffazione, con l’abuso sul corpo e sulla morale. Attal sa mettere in scena questa profonda complessità delle situazioni e scandaglia gli effetti dei comportamenti alla luce della cultura di Mila e Alexander. Il loro passato e la loro condizione sociale diventano i dati sensibili sui quali lavorare e rispetto ai quali comprendere il dolore di Mila e lo stupore di Alexander, che non riteneva di avere messo in opera una violenza, ma un gioco erotico, se si vuole estremo, ma innocuo e appagante. Si tratta di variabili che ridefiniscono successivamente la percezione della violenza e, quindi, la consapevolezza o meno di commetterla con la conseguenza di subirne la punizione secondo il diritto e le sue leggi. La complessità del racconto del film si manifesta proprio in questa articolazione di contrapposte percezioni delle cose e dei fatti. Resta esemplare, dentro una visione più intima del rapporto amoroso ed erotico, il differente livello di gradimento dell’erotismo che si esprimeva con frasi spinte e potenzialmente offensive nei confronti del partner femminile, quando queste erano pronunciate da Alexander nei confronti della sua precedente compagna, che ne condivideva l’assunto in un gioco erotico ambivalente, e quando invece queste stesse frasi saranno pronunciate nei confronti della più giovane Mila, figlia di un’educazione religiosa (ebraica nella specie) e quindi distante da quelle forme di erotismo accese e aggressive.
È in queste sfaccettature che non sono per nulla trascurabili, anzi risultano decisive non per la punizione e la condanna del gesto, ma per conoscere i limiti nei rapporti d’amore e per una consapevolezza delle azioni che il film di Attal si fa arditamente complesso, equilibrato, mai disposto a farsi trascinare dentro una generica visione dei fatti, anzi, viceversa, con la scientificità necessaria prova a guidarci alla ricerca di quella verità che non è mai un fatto semplice e che sempre pirandellianamente appare differente a seconda della parte dalla quale si guardi.
L’accusa lavora proprio dentro l’aula del tribunale per cercare questa verità mutevole e sfuggente. Evitando ogni spettacolarizzazione della punizione del colpevole, il film propone una interpretazione che è frutto di una riflessione autentica sui fatti e sulle sue variabili. È lo sguardo attento e puntiglioso del regista a rendere pregevole e coraggioso un film come L’accusa, che mette davvero lo spettatore nelle condizioni del giurato, che deve cercare di individuare una verità assoluta con l’equanimità di chi dovrà decidere. Ancora più coraggiosa diventa l’operazione di Attal nel momento di incombenza del #MeToo che ha rovesciato, nella sua furia travolgente, i termini del discorso. È in questa condizione di bruciante attualità che lo sguardo equilibrato e profondo di Attal diventa essenziale e necessario, in una quotidianità che ancora non sempre sembra matura per adattare questo invidiabile modello ad un reale che incombe e troppo spesso ci disturba nella sua imbarazzante superficialità.

(https://www.sentieriselvaggi.it)

 

Un caso di violenza sessuale affrontato in tutte le sue implicazioni razionali, irrazionali, umane, giudiziarie. La domanda attorno a cui ruota il racconto non è tanto se c'è stato o meno uno stupro ai danni di una giovane donna, ma da dove nasce e come si sviluppa il desiderio; dove inizia la cultura maschile della prevaricazione; dove, ancora, la legge può intervenire per dirimere le "cose umane". Le choses humaines è il titolo originale fin troppo esplicativo del film di Yann Attal: il più generico L'ACCUSA, che traduce la versione internazionale The Accusation, sposta sul piano legale una vicenda che ha sì un risvolto giudiziario, ma riguarda prima di tutto la natura dei rapporti fra uomo e donna; gli impulsi, i pensieri, le azioni proprie degli umani che la legge è chiamata a regolare. Assolvere o accusare qualcuno di violenza sessuale, in casi in cui le versioni delle parti discordano - o meglio, come dice l'avvocato di Alexandre quando «non c'è una verità, ma due percezioni diverse della realtà» - non è una questione di morale: la giustizia deve andare oltre la morale, giudicare in base alla legge superando paradossalmente l'individualità dell'uomo e della donna.
È proprio questa individualità che il film si preoccupa di costruire nella sua lunga prima parte, in cui ogni gesto o parola è sottolineato per definire la morale dei personaggi (la visione maschile di predominio, la superiorità etica della donna colta e benestante, l'ingenuità della ragazzina spaventata da tutto...) e fare in modo che il caso di stupro metta ciascuno di fronte alle proprie responsabilità.
La sceneggiatura dello stesso Attal descrive in modo programmatico figure in contrasto per sesso, classe sociale e cultura, con il mondo altolocato e privilegiato di Alexandre (interpretato dal figlio del regista e della coprotagonista Charlotte Gainsbourg, Ben Attal) opposto a quello piccolo-borghese e ultrareligioso di Mila. Ogni scena o particolare - per esempio, la relazione di Alexandre con una ex fidanzata, in cui il ragazzo mostra un atteggiamento possessivo e aggressivo - ritorna in fase processuale dando al racconto il medesimo principio della giustizia: se manca una verità condivisa, la sola forma di regola esistente diventa la verità giudiziaria o narrativa - la verità giudiziaria (come sottolineava già Storia di un matrimonio a proposito di un divorzio) è anch'essa una forma di narrazione, cerca cioè una traccia coerente, va a caccia di conferme credibili.
La parte processuale del film è dunque il fulcro della storia (il momento del presunto stupro è significativamente lasciato nell'ombra): Attal richiama tutti i personaggi coinvolti - l'accusato e la vittima, i genitori e gli amici di Alexandre, i periti di parte, gli avvocati, il pubblico ministero - e ha la finezza di concentrarsi sulle parole, come nel precedente film Quasi nemici, filmando le testimonianze senza sottolinearne l'effetto drammatico con piani di reazione o eccessivi stacchi di montaggio. Dove c'è solo la parola a testimoniare un crimine - «qui c'è la parola di una contro la parola dell'altro», dice ancora l'avvocato di Alexandre - il cinema ha il compito di non aggiungere altro, di non dare risposte e lasciare la soluzione del caso alla voce fuori campo.
L'ACCUSA è per questo un'operazione scritta a tavolino, figlio dei tempi che viviamo e attento a dare profondità alle situazioni per evitare di essere accusata di superficialità. Non ha però la pretestuosità gratuita di Una donna promettente, e per quanto sia chiaramente - e giustamente - dalla parte delle vittime (vittime di uomini che credono nell'impunità del proprio desiderio), è soprattutto un film sull'impotenza della ragione e sulla necessità della giustizia.

(https://www.mymovies.it)

La complessità del presente. Il cinema francese riesce a raccontare con frequenza i nodi più spinosi della società contemporanea e nel farlo ne abbraccia la complessità, non si ferma alla superficie manichea, spingendosi fino alle zone grigie. Ne è una buona dimostrazione L’accusa, il nuovo film di Yvan Attal che analizza il rapporto fra sessi (e sesso) nell’era del movimento MeToo, in Francia declinato come Balance ton porc. Nel farlo, utilizza un rigore classico di messa in scena, a riprodurre il metodo processuale, evitando slogan e indagando fatti e fragilità. Un giovane è accusato di aver stuprato una giovane nel corso di una festa. È colpevole o innocente? Lei è una vittima o l’accusa nasce da un desiderio di vendetta dopo un rapporto consensuale, come sostiene lui? Punto di partenza elementare per un esperimento di laboratorio influenzato naturalmente da fattori ambientali e umani.

Le vite dei due e dei loro cari sono sconvolte, ogni punto di vista viene messo in discussione. Esiste un’unica verità, come è connaturato all’esistenza stessa del concetto di giustizia? Sono tanti gli interrogativi posti da Yvan Attal, preoccupato di non fornire risposte semplici e sbrigative. Ha scelto come protagonista il figlio Ben, all’esordio come protagonista, proponendo a sua moglie Charlotte Gainsbourg di cimentarsi nel ruolo di madre del suo figlio reale. Altro esordio è quello della giovane vittima, Suzanne Jouannet, che sorprende per l’intensità e la maturità della sua interpretazione, come del resto tutto il cast. Vittima e accusato si sono conosciuti quella sera stessa, ma i genitori sono legati sentimentalmente. Lui viene da una famiglia della ricca borghesia, è a Parigi per una pausa dei suoi studi ben avviati in una prestigiosa università americana. Lei viene dalla periferia popolare, con una madre ebrea molto praticante. Quello di Attal è uno sguardo che coinvolge i genitori, al centro del racconto come i figli. È un universo intero a venire sconvolto, vengono messe a nudo le assenze di alcuni dei genitori e le eccessive presenze di altri. È una deflagrazione che rimette in questione anche il passato, incidendo sul futuro.

L’ACCUSA è costruito sull’equilibrio e la giustezza di ogni suo elemento, come la bilancia della giustizia calibra ogni parola e inquadratura. Non serve calcare la mano, sono talmente violente le tematiche in questione da non richiedere altro che il tentativo di riflessione, pur mettendo sempre in primo piano l’umanità delle persone coinvolte. Non è una storia in cui tutto è chiaro, in cui un accusato violento emerge chiaramente da subito. Lo spettatore qui è anche giurato, non un lettore da tabloid in cerca di immediata solidarietà e sdegno. L'elemento forse più interessante de L’accusa, riproponendo una contrapposizione di parole, lo scontro retorico cruciale nella cultura e nel cinema francese. Un piccolo esempio, ma molto attuale nel dibattito di oggi, di come una visione falsata delle cose sia probabile, forse inevitabile, senza ogni elemento sul tavolo. In questo senso il miglior strumento di convivenza creato dalla società rimane quello giuridico, il confronto analitico delle versioni per cercare di rendere giustizia.

(https://www.comingsoon.it)