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L'acqua, l'insegna la sete - Storia di Classe

Regia: Valerio Jalongo

SCENEGGIATURA: Linda Ferri, Valerio Jalongo, Gianclaudio Lopez

FOTOGRAFIA: Massimo Franchi

MONTAGGIO: Mirco Garrone, Lizi Gelber

MUSICHE: Mario Tronco

DISTRIBUZIONE: Teodora Film

NAZIONALITÀ: Italia, Svizzera 2020

DURATA: 76 min.

2020. Il professore in pensione Gianclaudio Lopez parte da una poesia di Emily Dickinson per iniziare a parlare dei suoi alunni. Quella 1 E dell’Istituto Superiore “Roberto Rossellini” di Roma che nel settembre 2004 cominciò a raccontarsi in una sorta di video-diario. Scorre i loro temi e poi li riporta agli autori, oggi trentenni, per parlare con loro di quegli anni, della loro esperienza a scuola, ma anche delle loro vite di oggi. Si sono realizzati o stanno ancora cercando la propria strada? Hanno avuto dalla scuola ciò che pensavano? Cosa hanno dato alla scuola? Così si raccontano Lorenzo Albrizio, che ha tenacemente creduto nei suoi sogni e oggi è mago, giocoliere, animatore, con una sua azienda e venti dipendenti; Jessica Carnovale, piena di energia e sempre positiva, che lavora in un ospizio per anziani e cerca in ogni modo di farli sentire amati. Gianluca Diana, che ama la natura e si prende cura degli alberi, Corinna Jacobini, che gestisce una pensione casalinga per cani; ha un carattere timido e chiuso e ancora non ha trovato la propria strada. Alessio Schippa, che ha messo da parte il sogno di diventare un calciatore, fa lavori saltuari e appena può si dedica alla sua passione: è un pokerista. Yari Venturini, che oggi è cuoco e animatore di discoteche e si dedica a crescere sua figlia, dopo essersi lasciato alle spalle un’adolescenza a dir poco travagliata. Poi c’è il professor Lopez, che anche in pensione continua a pensare ai suoi ragazzi e vuole dare loro ancora un’altra possibilità.

Con L’ACQUA, L’INSEGNA LA SETE Valerio Jalongo, regista, ma anche autore del soggetto e della sceneggiatura, quest’ultima insieme a Linda Ferri,  dà la sua visione di scuola come un luogo pieno di vita, ma il film è percorso anche da una malinconia dolce-amara. Già il titolo porta in sé questa doppia valenza: l’idea, che emerge dalla poesia di Dickinson, che per capire veramente qualcosa, bisogna privarsene. Nel caso dei ragazzi della I E e del professor Lopez, si potrebbe dire che per apprezzare davvero il valore di quegli anni di scuola, occorra rivederli da adulti, o da pensionati, quando sono ormai conclusi. Nel titolo c’è anche l’idea di come i ragazzi, non solo i protagonisti di questo bel doc, abbiano bisogno, sete di scuola come luogo di incontro, in cui essere accolti, visti, capiti, incentivati a sviluppare le loro potenzialità e talenti. Certo, colpisce e rattrista che molti non abbiano ancora espresso fino in fondo il loro talento, che siano ancora alla ricerca di sé e della propria strada. Allora, ci si può domandare: è colpa della scuola? L’acqua, la insegna la sete è dunque la fotografia di una scuola in crisi, che ha fallito come istituzione, se qualcuno rimane indietro, se non si riesce a recuperare tutti, se qualcuno si perde?

Il film, però, mette in campo anche altre riflessioni, se è vero che alcuni dei ragazzi hanno finito gli studi e iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo, del cinema, sui set – l’Istituto Rossellini è dedicato proprio ai mestieri del cinema e della tv – ma hanno abbandonato quel mondo, che descrivono come arido e privo di umanità, di attenzione all’altro. Una concezione peraltro oggi invalsa in moltissimi rapporti di lavoro, spesso solo orientati al risultato e privi di empatia e umanità. Così come si solleva anche un’altra grande questione. Se infatti la scuola dà fiducia, fornisce strumenti per coltivare i propri talenti e costruirsi un futuro, sta pur sempre all’individuo credere in sé, non scoraggiarsi di fronte alle delusioni e continuare a perseverare per realizzare sé stesso.

Il documentario di Jalongo è tra i pochi lavori – viene in mente La scuola di Daniele Luchetti, tratto da due illuminanti libri di Domenico Starnone – che mostrano cos’è veramente la scuola, il lavoro del professore, la fatica per coinvolgere i ragazzi, anche quando, dice Lopez, “vogliono andare al bagno in massa”, o quando: “sono talmente presi dalla loro noia che trovano noioso tutto. Dovresti essere un prestigiatore per farli stupire, per farli restare a bocca aperta e dire: ma veramente a scuola si può scoprire questo?”. Vedere come Lopez abbia fatto – e ancora, da pensionato, faccia – il suo lavoro con passione, un grande lavoro, è davvero coinvolgente ed emozionante. E sebbene non tutti siano come lui, non tutti riescano a coinvolgere così tanto i ragazzi, ad ascoltarli, a stabilire con loro un rapporto così autentico, è pur vero che molti sanno fare bene il loro lavoro. Il film mostra anche il lato sorprendente dei ragazzi, quei gesti inaspettati che ripagano di tutta la fatica, come il raccontarsi in modo spassionato in un tema. Fa toccare con mano allo spettatore, qualora non lo sappia o non lo ricordi per esperienza personale, quanto siano importanti per i ragazzi quegli anni. I protagonisti del lavoro, peraltro spesso con storie non facili alle spalle, ricordano bene il professor Lopez e le sue lezioni, come lui ricorda di loro. Ha conservato i loro temi e quando insieme a loro li rilegge la commozione è autentica, da entrambe le parti.

L’ACQUA, L’INSEGNA LA SETE è un racconto sentito ed emozionante. Il regista fa una scelta oculata in mezzo al mare magnum del materiale girato in cinque anni, riuscendo in 76 agili minuti a dare uno spaccato intenso e significativo delle vite dei protagonisti, anche al di là della scuola. Il film risulta essere un potente inno alla vita, come la scuola stessa è, con tutto il suo spettro di esperienze ed emozioni, positive e negative. Emblematica in tal senso l’inquadratura dei banchi dall’alto, colmi di scritte, vissuti. La scuola è proprio questo: un concentrato di vita, racchiusa in un tempo relativamente breve e in poco spazio. Questo film come pochi sa raccontarla.

(www.cinefilos.it)

(…) Jalongo segue il loro percorso accostando le riprese degli anni 2004-2007 a quelle del presente, leggendo insieme al loro professore i temi in classe con cui i ragazzi confessavano paure e fragilità, alcuni già bocciati e destinati ad ulteriori bocciature, alcuni abbandonati da genitori che non hanno saputo prendersene cura. C'è anche una ragazza che non ce l'ha fatta e resterà per sempre in quel passato scolastico, mentre la madre accompagna oggi il Professor Lopez davanti alla sua tomba.

Ma non c'è solo disappunto in questa storia di classe (intesa in tutti i sensi: scolastica, anagrafica, economica e sociale). C'è anche la scelta di molti degli ex alunni di relazionarsi non con un sistema Paese collassato e con quella che Corinna definisce la cattiveria degli esseri umani adulti, ma con i bambini, gli animali, gli anziani, gli alberi - tutto ciò che, come loro, resta a margine e cui la quotidiana corsa all'accaparramento non lascia spazio. Ognuno di loro in qualche modo trova una sua dimensione, un suo "gancio in mezzo al cielo", lontano da una preparazione scolastica spesso non portata a termine ma vicino alle proprie sensibilità individuali.

La vicenda più commovente è quella di Yari, il ragazzo "senza pelle" che viene da una storia famigliare complicata e trova la sua redenzione in una figlia di cui si prende cura come nessuno si è preso cura di lui. Jalongo non indugia mai sulle sue lacrime, né su quelle della timidissima Corinna o della tenera Jessica, occhi pieni di cielo nonostante le delusioni subìte; né censura i dettagli meno lusinghieri della loro vita scolastica: le svastiche sui banchi, i graffiti sui muri, le botte nei corridoi, le droghe, la frustrazione che aleggia nei consigli docenti e nelle riunioni con i genitori.

Il suo non è mai compiacimento della desolazione, o ritratto sociologico da intellettuale. È un'aderenza narrativa ed empatica nei confronti di un gruppetto di esseri umani che hanno provato e ancora provano a trovare il proprio posto nel mondo, e a quel Professor Lopez che non molla mai, che tiene da parte i temi dei suoi ex alunni, che allunga la mano a toccare una spalla nei momenti di sconforto: il docente che ogni alunno (e ogni genitore) vorrebbe accanto.

"La rabbia c'è", come dice Alessio, e c'è una misura di denuncia sociale. Ma c'è anche tanta tenerezza, ci sono le risate dei ragazzi, gli scherzi ai professori, l'afflato poetico (il titolo del documentario viene da una poesia di Emily Dickinson), l'accompagnamento musicale di Mario Tronco che, come il regista, sottolinea ma non invade, con quel pudore che era l'unica chiave di lettura possibile per raccontare questa storia proteggendo la dignità dei suoi protagonisti. Il film di Jalongo è una pièce in due atti che attende (e ci fa attendere) il terzo, è stato realizzato in 5 anni di riprese nel corso di 15 anni e il rapporto d'affetto che lega il professore alla sua classe è lo stesso che lega il regista ai suoi soggetti, e noi spettatori a loro.

(www.mymovies.it)