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L'Arminuta

Regia: Giuseppe Bonito

INTERPRETI: Sofia Fiore, Carlotta De Leonardis, Vanessa Scalera

SCENEGGIATURA: Monica Zapelli, Donatella Di Pietrantonio

FOTOGRAFIA: Alfredo Betrò

MONTAGGIO: Roberto Missiroli

MUSICHE: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITÀ: Italia, 2021

DURATA: 110 min.

Siamo nel 1975, e una macchina si arrampica dove la campagna diventa montagna, nell’entroterra abruzzese. Scende una ragazzina di 13 anni, rossa di capelli e disperata. Sta lasciando la sua famiglia, che ha appena scoperto essere adottiva, e viene rispedita - come un pacco, avrà modo di rinfacciare presto - alla sua famiglia biologica. L’arminuta, la “rispedita” in accetto abruzzese, tanto per proseguire con le metafore postali, in una storia in cui le comunicazioni fra la giovane e la sua ormai non più madre si sviluppano attraverso missive disperate e risposte materiali. Soldi, viveri, un letto a castello per non dover condividere un lettino sgangherato con la neo sorellina. L’arminuta è nato dalla fantasia, e dall’esperienza di vita di Donatella Di Pietrantonio, in un romanzo vincitore del premio Campiello. L’adattamento per il cinema è firmato da Giuseppe Bonito, aiuto regista per anni e di recente chiamato da Mattia Torre, prima della prematura scomparsa, per dirigere Figli, sua ultima sceneggiatura.

A dir poco spaesata, la ragazza si ritrova sospesa fra due mondi. Uno rappresenta un passato totalizzante che non si rassegna a definire tale, che non vuole lasciarsi alle spalle, sconvolta dall’abbandono da parte della madre, soprattutto, e del padre. Tanto che inizialmente si domanda, e domanda, cosa abbia fatto per meritarsi questo. L’altro è un presente che vorrebbe cancellare subito, in cui non riesce a immaginarsi. La ragazza vorrebbe semplicemente ritornare a casa, inconsapevole di trovarsi in un altro limbo cruciale, quello dell’infanzia che sta finendo. Il mondo in cui viene catapultata è violento, addirittura primitivo ai suoi occhi di fanciulla di città, oltretutto in riva al mare. Un mondo di benessere e di odori, ricordi, capaci di travolgerla con nostalgici rimpianti di un passato così breve, ma per lei così intenso. Un passato allo stesso tempo puro ed epico, come può esserlo solo quello di una giovane vita che si affaccia all’adolescenza.

Le due madri sono divise da tutto, accomunate solo dall’impossibilità di comunicare, figlie di due maniere opposte di vivere un paese sospeso fra modernità e rituali arcaici. Una storia al femminile, magistralmente interpretata da un quartetto di interpreti provenienti da mondi, esperienze ed età diverse. I maschi rappresentano una pura funzione, che sia quella lavorativa, con i soldi o il frutto dei campi da portare a casa, o fisica, con le botte mai risparmiate fra padre e figlio e le prime avvisaglie sessuali per l’arminuta imposte dal (neo) fratello maggiore.

Fra i monti di un mondo che si stava spopolando sono gli occhi a parlare, quelli di una madre “nata sotto una cattiva stella”, devastata dal dolore di un quotidiano vissuto come pausa fra una tragedia e un’altra. Un dolore espresso con sguardi e silenzi, mai a parole. L’alieno irrompe in quella realtà e provoca suo malgrado un inaudito sommovimento, una specie di ultimo riflesso esistenziale grazie al quale ognuno dei personaggi sembra nutrire qualche residua speranza che qualcosa cambi, in meglio. La comunicazione assente, o quantomeno strutturata in maniera puramente orientata alla sopravvivenza.

 

Il titolo ci suggerisce un movimento che non si può imbrigliare in una rassegnata unidirezionalità. L’ARMINUTA è un’anima evoluta, moderna, con una consapevolezza che da quelle parti non avevano mai visto. Lei vuole tornare “a fare cose belle”, completando un percorso di maturazione che la porta ad abbracciare l’umanità al di là dei silenzi e delle differenze, riconoscendo un valore morale indipendente dalla proprietà con cui ci si siede a tavola o si scelgono le posate. L’ARMINUTA cerca il suo mondo, superando entrambi i poli opposti in cui era vissuta fino ad ora, rifiutando sintesi di compromesso, scegliendo i suoi compagni di viaggio. Si lascia alle spalle volti segnati, dolori silenziosi rappresentati con vivida credibilità, cartoline ormai ingiallite di un’Italia delle strade bianche che tutti possiamo riconoscere; che siano custodite in un portafoglio, in un cassetto, o in una vecchia soffitta polverosa.

 (www.comingsoon.it)

 

L’ARMINUTA propone un tipo di cinema di gran classe ed eleganza, riflessivo, mai banale e intellettuale, che coinvolge il pubblico in modo cristallino, senza nessun artificio narrativo o registico.

(…) L’unico punto focale del film, a livello narrativo e registico, è quello dell’Arminuta e non potrebbe essere diversamente: la protagonista è la sola ad avere la forza necessaria di trasformare la sua passività iniziale, data dallo spostamento di una realtà altolocata ad una misera, in una ripartenza difficile, ma necessaria. La ragazzina stessa è un filtro perfetto perché non solo subisce la storia in tutta la sua devastante carica drammatica, ma il suo sguardo è privo di qualsiasi costrutto, è schietto e senza nessun contatto esterno. Ecco che quindi, come mostra in modo evidente il copione, le relazioni che instaura con la sua nuova famiglia hanno un sapore del tutto particolare: sono distaccate e fredde all’inizio, ma piano piano crescono in positivo, rivelando una capacità di adattamento straordinaria.

Tutti questi elementi narrativi, seminati in sede di sceneggiatura con molta arguzia, sono degli ottimi spunti di riflessione sui più strati: il film non si riassume, quindi, come una semplice critica sociale, ma ha altre sfaccettature decisamente più importanti e impattanti per lo spettatore. Si parla del ruolo della maternità, dello strazio e del dolore causato dalla perdita, dell’amore che, a seconda del contesto, è espresso attraverso atteggiamenti diversi, ma ugualmente votati al bene incondizionato. Il copione, inoltre, lavora molto bene sul dialetto popolare e sulla dizione, usandola spesso come arma di discrimine delle due realtà presentate: in questo senso, il valore del linguaggio è importantissimo.

L’ARMINUTA, all’inizio, è come se fosse un’aliena non riuscendo ad interagire a livello relazionale (il racconto che scrive per un concorso scolastico è proprio a tema fantascientifico), mano a mano che comprende il linguaggio più consono alla situazione, riesce ad avvicinarsi di più alla sua nuova famiglia, diventandone parte integrante. Anche la regia segue la stessa direzione di distacco, ma coinvolge strumenti alternativi: la separazione, in questo caso, sta nell’accostare sequenze più brutali e forti appartenenti alla sfera, per così dire, umile ad altre, invece, che sono velate da un filtro di nostalgia e sogno, come se facessero riferimento ad una realtà immaginaria. E in effetti, se non fosse per la chiara funzione di analessi, si andrebbero a confondere le scene dell’idillio passato con quelle in cui la protagonista va nuovamente in contatto con la sua famiglia adottiva nel presente. La mano di Giuseppe Bonito, inoltre, dialoga con una fotografia espressiva che sfrutta i colori primari per differenziare gli ambienti: la stessa protagonista indossa sempre abiti di colori sgargianti e luminosi mentre tutti i membri della sua nuova famiglia, indossano vestiti scuri, quasi a manifestare una rigidità che oltre ad essere di costume si ripercuote anche sui comportamenti e gli atteggiamenti. Tutto questo impianto simbolico, dalle separazioni contenutistiche ai differenti stacchi cromatici, è costruito affinché sia comprensibile in modo semplice e didascalico, così da fornire al pubblico più chiavi di lettura alle quali appellarsi.

(…) L’ARMINUTA ha un altro valore notevole che non deve essere per nulla sottovalutato: parla di un dramma che, nonostante appartenga agli anni ’70, per forza di cose, si connette ai nostri giorni in modo limpido e cristallino. Certo, alcune immagini sembrano davvero lontanissime, ma non è tanto quello lo scopo del film: la vera funzione, infatti, sembra essere quella di mostrare come la realtà ha sempre una natura duplice e che la capacità adattative della gioventù sono così tanto incredibili da travalicare il tempo e lo spazio.

L’ARMINUTA è una pellicola notevolissima che spinge la realtà cinematografica italiana su alti livelli: la regia di Giuseppe Bonito, matura ed elegante, riesce ad esprimere, con semplici e chiari passaggi, la complessità del romanzo di riferimento, utilizzando parecchie immagini esplicite e rimarcando più volte l’argomento centrale del film, il distacco tra ambienti sociali differenti. La sceneggiatura, seguendo a doppio filo la macchina da presa, evoca un’alienazione sia di forma (con l’utilizzo di diverse forme di linguaggio) che contenuto, descrivendo perfettamente la condizione psicologica della protagonista, una ragazzina che ha una crescita esponenziale all’interno della sua vita e che figura come la perfetta narratrice dell’intera realizzazione.

(www.cinematographe.it)