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Schede dei film

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Lettera a Franco

Regia: Alejandro Amenábar

INTEPRETI: Karra Elejalde, Eduard Fernández, Santi Prego, Nathalie Poza, Luis Bermejo, Tito Valverde, Patricia López Arnaiz, Inma Cuevas

SCENEGGIATURA: Alejandro Amenábar, Alejandro Hernández

FOTOGRAFIA: Alex Catalán

MONTAGGIO: Carolina Martínez Urbina

MUSICHE: Alejandro Amenábar

DISTRIBUZIONE: Movies Inspired

PAESE: Spagna, Argentina, 2019

DURATA: 107 min.

In un'epoca di grandi stravolgimenti storici che spingono a guardare con timore al futuro, Alejandro Amenabar si rivolge al passato per raccontare una stagione storica drammatica della sua Spagna basandosi sulla vicenda esemplare dello scrittore Miguel de Unamuno. Il film di Amenabar racconta il conflitto e la violenza del periodo dal punto di vista dell'intellettuale. Filosofo, autore, drammaturgo, rettore dell'Università di Salamanca e uomo politico, Miguel de Unamuno mise da parte le sue radici socialiste appoggiando la Guerra Civile spagnola e la leadership di Francisco Franco con la motivazione che il movimento militare avrebbe messo ordine nel caos cui il paese era precipitato, ergendosi a difensore dei valori cristiani e patriottici.

LETTERA A FRANCO veicola principalmente il punto di vista di Miguel de Unamuno, che attraverso discussioni e continui confronti con amici, parenti e intellettuali prova a giustificare la sua posizione conservatrice mentre la guerra avanza. A interpretare l'anziano scrittore e filosofo è Karra Elejalde in una magistrale prova d'attore. La sceneggiatura firmata da Alejandro Amenábar e Alejandro Hernandez è volta a scavare le ragioni della sua posizione politica che si troverà a mutare nel momento in cui Unamuno toccherà con mano le violenze del regime nei confronti di amici, allievi e conoscenti di idee socialiste.

Nella sua critica al fascismo, Alejandro Amenabar aderisce al punto di vista di un intellettuale che non supporta il regime franchista per timore o convenienza, ma si dimostra genuinamente convinto della bontà della sua posizione tanto da recarsi dal Generale Franco  in persona per intercedere per gli amici incarcerati, tra cui spicca il giovane e appassionato collega socialista Salvador Vila, rettore dell'università di Granada. Solo di fronte al silenzio glaciale di Franco e della giovane moglie, lo scrittore si renderà conto dell'abisso di violenza in cui il paese è precipitato e capirà che anche la sua posizione privilegiata non può nulla di fronte all'orrore fascista.

L'errore di Miguel de Unamuno dettagliato da Amenabar è lo stesso errore compiuto da tanti intellettuali che hanno appoggiato le dittature convinti che la ragione avrebbe prevalso. Nella scena in cui vediamo l'anziano e sofferente scrittore che discute con la guardia nel tentativo di accedere ai palazzi del potere è infusa tutta la fiducia di un uomo convinto di poter cambiare le cose ragionando da pari con Franco, che nel ritratto di Santi Prego è un militare taciturno, timido e insicuro mandato avanti dagli altri generali a ricoprire il ruolo di capo del governo spagnolo. Solo a quel punto, Unamuno solleverà la testa con l'appassionato discorso tenuto il 12 ottobre del 1936, durante l'apertura dell'anno accademico, che coincideva con la celebrazione del Día de la Raza (Giorno della Razza), finendo per lanciare strali contro il regime al grido di 'viva la Vita' e mettendo a repentaglio la propria incolumità.

Caratterizzato da una narrazione lineare, rigorosa, LETTERA A FRANCO si trova a navigare tra due scogli. Da una parte l'approccio intimo di Alejandro Amenabar alla grande storia fa sì che l'attenzione si concentri sui personaggi, sulle loro elucubrazioni e sulle loro reazioni agli eventi, dall'altra però il film gode di una ricostruzione storica piuttosto dettagliata che si manifesta nell'ambientazione, nei costumi e nel trucco dei personaggi. A prima vista il lavoro scenografico compiuto da Amenabar appare maestoso nella ricostruzione di un'epoca in cui la nazione spagnola cede progressivamente al canto delle sirene del fascismo e precipita in un regime che durerà quarant'anni (…).

(www.mymovies.it)

 

Salamanca, luglio 1936: nella città viene dichiarato lo stato di guerra. Miguel de Unamuno, rettore dell’Università cittadina e celebre scrittore, sostiene pubblicamente la ribellione militare contribuendovi, peraltro, con un’ingente somma di denaro. Da Presidente della Commissione Depuratrice (!), acquisirà poi consapevolezza sugli assurdi motivi dietro gli arresti massivi (persino il non presenziare alla messa domenicale), di cui saranno vittime i suoi stessi amici e rivedrà criticamente le sue posizioni. Questa in breve la storia narrata da Lettera a Franco, ultima fatica di Alejandro Amenábar, noto al pubblico per Mare dentro, Premio Oscar al Miglior Film Straniero nel 2005, e per gli americani The Others e Agora.

In questo caso il regista torna nel suo Paese per raccontare un periodo storico ancora molto caldo per la Spagna, al punto da esser stato indiretto protagonista anche di Madres Paralelas, l’ultima pellicola di Almodovar. A dire il vero, Amenábar nacque in Cile dove la madre spagnola aveva accompagnato la sorella, il cui marito fuggiva dalla repressione di Franco. Rientrò poi in Spagna per fuggire a sua volta dal colpo di stato cileno di Pinochet: è dunque la sua stessa vicenda personale permeata da due importanti colpi di stato del Novecento. Tuttavia, per LETTERA A FRANCO il regista, invece dell’epopea storica, sceglie piuttosto la strada del racconto individuale di un uomo in lotta con dei tempi confusi per quanto, rispetto ai suoi coevi, si dichiari comunque più sveglio (anche quando dorme). Pur con esiti diversi, ci ha in tal senso ricordato il Sostiene Pereira di memoria tabucchiana affidato all’immenso Marcello Mastroianni.

Accanto al ritratto personale di Unamuno c’è tuttavia spazio per raccontare anche i retroscena dell’ascesa al potere di Franco, qui mostrato come un dittatore dall’insospettabile sobrietà, che ben rimanda all’idea della banalità del male di Hannah Arendt. Fu in realtà la lungimiranza di impostare la guerra civile come un omaggio cristiano alle Crociate e alla Reconquista a dare credibilità ed epicità alla campagna di un uomo, neanche così cattolico, alla conquista del potere. E fu soprattutto una clausola che lo incoronava capo di stato finché fosse durata la guerra (la stessa che dà il titolo originale del film) a concedergli un periodo di reggenza così duraturo che si protrasse fino al 1975, ben oltre gli altri regimi dittatoriali europei. La figura del dittatore passa, tuttavia, quasi in secondo piano rispetto al carisma del generale José Millán-Astray, così magnificamente interpretato da Eduard Fernández da avergli anche regalato un Goya nel 2020 (il film ne ha vinti altri quattro per costumi, trucco, produzione e direzione artistica a fronte di ben diciassette nomination).

Interessante la scelta del regista di assegnare al film il titolo MIENTRAS DURE LA GUERRA, – FINCHÉ DURA LA GUERRA – perché, a ben vedere, non richiama semplicemente la clausola di quel bando già citato che cambiò le sorti della Spagna, ma suscita una più ampia riflessione sul nostro essere costantemente in guerra nel non ascoltarci reciprocamente. Evidente, infatti, la vocazione estremamente popolare del film, che mai ci fa dimenticare l’acquisita impronta americana del cinema di Amenábar.

(https://hotcorn.com)

 

(…) Il famoso scrittore e filosofo Miguel de Unamuno, durante quei primi drammatici mesi di guerra civile, prende coscienza della tragica realtà dei fatti, e fatica sempre più a mantenersi dalla parte del regime, soprattutto quando vede arrestati e giustiziati senza processo i suoi migliori amici. Per comprendere l’atteggiamento politico dello scrittore, apparentemente incoerente, bisogna capire che l’io in rivolta di Unamuno è un io in sostanza infantile, aggrappato alle proprie ragioni, davanti alle quali preferirebbe dare torto al mondo intero, piuttosto che a se stesso: “Io non voglio lasciarmi incasellare, perché io, Miguel de Unamuno, come ogni altro uomo che tende alla piena coscienza, costituisco una specie unica.”

Quando Unamuno incontra Franco e la moglie – fervente cattolica – a Salamanca, nella giornata dedicata alla razza, si raggiunge il momento cruciale e più alto del film, per le parole di profonda dignità e di valore morale declamate da Unamuno davanti a un pubblico venduto e succube del regime, composto da militari, generali, e intellettuali. “Questo è il mio tempio!”, urla con rabbia tra le mura di quell’università che per oltre trent’anni era stata il suo regno.

Il poeta si lancia dunque in un j’accuse che lo porterà ad un definitivo allontanamento dall’Università e da ogni incarico ufficiale. Lettera a Franco è un progetto impeccabile, una perfetta ricostruzione storica sotto ogni dettaglio, anche musicale, con gli inquietanti inni militari che risuonano per le vie di Salamanca sotto assedio.

(www.madmass.it)