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L'immensità

Regia: Emanuele Crialese

INTERPRETI: Penélope Cruz, Luana Giuliani, Vincenzo Amato, Patrizio Francioni, Maria Chiara Goretti, Laura Nardi, Penelope Nieto Conti, Alvia Reale, Aurora Quattrocchi, India Santella, Rita De Donato, Mariangela Granelli, Valentina Cenni, Ilaria Genatiempo, Carlo Gallo, Elena Arvigo, Filippo Pucillo, Francesco Casisa

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures

SCENEGGIATURA: Emanuele Crialese, Francesca Manieri, Vittorio Moroni

FOTOGRAFIA : Gergely Pohárnok

MONTAGGIO: Clelio Benevento

MUSICHE: Rauelsson

NAZIONALITÀ: Italia, Francia

DURATA: 97 min

Presentato in Concorso alla 79. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (Festival di Venezia 2022)

PRESENTAZIONE E CRITICA

Una gru sospesa sui tetti di Roma sul finire degli anni '70, tutto intorno una terra di confine, spazi di frontiera popolati da modelli familiari superati, ragazzini alla scoperta della propria identità e il percorso di transizione di una ragazzina che non si riconosce nel corpo che abita. Inizia così il nuovo film di Emanuele Crialese, che torna nel concorso ufficiale della 79° Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia dopo Nuovomondo. Questa volta si mette a nudo e realizza un film profondamente autobiografico sulla sua transizione da donna a uomo, e ce lo conferma lui stesso: "Adriana è ispirata alla mia infanzia, sono io". Un'opera molto intima, che però sembra non arrivare fino in fondo, emotivamente frenato ma capace comunque di regalare alcuni momenti che hanno il tocco di una carezza.

Tutto ne L’IMMENSITA’ è sospensione, attesa, terra di mezzo: dopo l'apertura sullo skyline romano, Crialese irrompe sul volto di Penelope Cruz, un primissimo piano che indugia sul dettaglio degli occhi. Così lo sguardo del regista ci accompagna dentro la storia del film, dove l'attrice interpreta Clara che con Felice e i loro tre bambini, Adriana, Gino e Diana, si è appena traferita nel nuovo appartamento. Un tuffo in un mondo ancorato a una società fortemente patriarcale, dove la vita familiare medio borghese trascorre tra gite fuori porta e rumorose riunioni di famiglia, e le donne aspettano a casa mariti in carriera "con il debole per le segretarie". Nelle case degli italiani arrivano i balletti liberatori di Raffaella Carrà, le canzoni di Mina e Patty Pravo, la camminata molleggiata di Adriano Celentano che insieme alla Carrà farà cantare e ballare casalinghe e ragazzi sulle note di Prisencolinensinainciusol.

Succede anche a Clara e ai suoi figli, in alcuni momenti di pura libertà e gioco, prima che con il rientro a casa del padre da lavoro, tutto ripiombi nell'ordine tra cene rigorosamente composte e tavole mute. Il loro matrimonio in realtà è arrivato al capolinea, ma lui la tradisce, lei si tiene tutto dentro affogando la sofferenza in pochi sparuti sprazzi di follia, sigarette e qualche calice di vino. Non riescono a lasciarsi e a tenerli uniti sono soltanto i figli su cui Clara riversa tutto il proprio amore e desiderio di libertà, e per i quali è disposta perfino a chiudere un occhio davanti agli scatti violenti del marito. Adriana/ Adri, la più grande, ha appena compiuto dodici anni ed è la vigile testimone degli stati d'animo della madre, la sua custode: tra i tre è quella a cui Clara rivolge maggiormente le sue cure materne. Si fa chiamare Andrea, rifiuta la sua identità, perché in quel corpo di donna non si riconosce affatto e vuole convincere tutti di essere un maschio. L'unico luogo in cui può essere finalmente se stessa è il microcosmo che si apre al di là del canneto dietro casa, in un cantiere edile dove alloggiano temporaneamente gli operai e le loro famiglie: qui sperimenterà le prime forme dell'amore incarnato dalla coetanea Sara. Nel frattempo il mondo sta cambiando.

Emanuele Crialese si affida ad una narrazione che alterna slanci di infinita tenerezza a visioni immaginifiche in bianco e nero, come i momenti karaoke in cui Adriana immagina sua madre e se stessa reinterpretare alcuni cult dell'epoca da Prisencolinensinainciusol alla struggente Love story cantata da Johnny Dorelli. C'è una Penelope Cruz di infinita dolenza e malinconia, ed una protagonista, la giovanissima esordiente Luana Giuliani, che buca lo schermo per sincerità.

Entrambe prigioniere di mondi che non gli appartengono: Adri di un corpo che le sta stretto e rispetto al quale si sente un'aliena ("Vengo da un'altra galassia e tu non hai il potere di aggiustarmi") e Clara di un sistema che silenzia qualsiasi deviazione dall'ordine precostituito. Non mancano momenti di scanzonata leggerezza soprattutto quando entrano in scena i più piccoli, ma la sensazione alla fine è quella di vivere un film incompleto, a volte quasi impersonale e inconcludente, con qualche intrusione onirica di troppo. Fino alle note de L'immensità di Don Backy che arriva sui titoli di coda restituendogli una parte di senso e amorevolezza.

(movieplayer.it)

Presentato in Concorso a Venezia 79, quello di Crialese potrebbe essere considerato un romanzo di formazione (auto-biografico), ma il riflesso narrativo non si sofferma solo sulla storia personale di una ragazzina che si sente un maschio, bensì finisce per inserirsi in un discorso più ampio, e dall’ampia prospettiva. Mentre l’urbanizzazione romana si innalzava tra palazzi e palazzoni, modificando l’orizzonte, e Celentano e Raffella Carrà cantavano Prisencolinensinainciusol, l’arcaica famiglia italiana stava provando a liberarsi dai retaggi del patriarcato. Le abitudini e le tradizioni stavano finalmente subendo una primissima scheggiatura, e di conseguenza anche la concezione di genere stava piano piano acquisendo una nuova consapevolezza.

Così, come per gli altri lavori di Crialese, anche L’IMMENSITAfinisce per essere un film sulla famiglia, inserita in un contesto ben definito: tre figli e la relazione con la loro rumorosa e meravigliosa mamma (Penélope Cruz), facendo poi silenzio quando torna a casa quel padre (Vincenzo Amato, al quarto film con Crialese) che, sotto la giacca e la cravatta, nasconde una profonda grettezza morale e umana. Tre figli bellissimi. Ma è su Adriana (Luana Giuliani) che la storia si sofferma. È la più grande, ha 12 anni, e crede di venire da un pianeta lontano. Cerca un segno dal cielo che non arriva, e intanto si chiede perché è nata in un corpo da femmina quando lei si sente invece un maschio. Il rapporto con quello che dovrebbe essere suo padre è ridotto al minimo (anzi, non esiste), ed è in sua mamma Clara che trova costantemente un rifugio, una novità e una certezza.

La sua ricerca di un’identità sacrosanta, dunque, finisce via via per sfilacciare i rimasugli di un matrimonio ormai finito, portando un drammatico trambusto negli astratti confini famigliari. L’IMMENSITA, dunque, è interamente costruito sulla sensibilità prorompente di un’ottima Penélope Cruz, in grado di stabilire una marcata connessione – come dimostra la bella scena iniziale dove cantano Rumore della Carrà – con i tre bambini esordienti (oltre Luana Giuliani, ci sono anche Patrizio Francioni e Maria Chiara Goretti), nonché dettando gli umori di un film in cui il fattore drammatico si sovrappone alla dolcezza e all’immaginazione (anche visiva), e sposta di netto i toni dramedy che, chissà, avrebbero reso giustizia ad un racconto che fa della verità e della spontaneità emozionale i due fili conduttori.

Dunque, una domanda: perché arrovellarsi sul fatto(re) drammatico e non cercare l’immediatezza e la semplicità intellettuale? Del resto, il racconto de L’IMMENSITA se si estrapola il fondamentale e folgorante valore personale dell’autore, si sarebbe prestato a tonalità più lievi, anche perché quelle presenti nel film (accompagnato dall’ottima colonna sonora di Rauelsson) sono appunto quelle maggiormente riuscite, o meglio quelle che danno il giusto respiro ad una storia dai riverberi lontani ma ancora dolentemente attuali. La menzione speciale però va all’onirica sequenza in bianco e nero, dove Penélope Cruz diventa una folgorante Raffaella Carrà, cantando proprio Prisencolinensinainciusol in coppia con Luana Giuliani.

(www.hotcorn.com)