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L'uomo che vedette la sua pelle

Regia: Kaouther Ben Hania

INTERPRETI: Yahya Mahayni, Koen De Bouw, Monica Bellucci

SCENEGGIATURA: Kaouther Ben Hania

FOTOGRAFIA: Christopher Aoun

MONTAGGIO: Marie-Hélène Dozo

DISTRIBUZIONE: Wanted Cinema

NAZIONALITÀ: Tunisia, Francia, Belgio, Germania, Svezia, Turchia

DURATA: 104 min.

 

Sam Ali è un giovane siriano che ha lasciato il suo Paese, dove era stato ingiustamente arrestato, per il Libano, per sfuggire agli orrori della guerra. Da lì non può muoversi, mentre Abeer, la donna che ama, è rimasta in Siria, sta per sposarsi con un ambasciatore e partire per il Belgio. Sam Ali non ha alcuno modo per poter viaggiare in Europa e raggiungere il suo amore. Ma, in una galleria, conosce un artista, Jeffrey Godefroy  e gli racconta la sua storia. "Ti serve un tappeto volante" dice l'artista. "Sei un genio?" risponde Sam Ali. Non è un genio, ma un artista provocatorio che gli propone di farsi tatuare sulla schiena un'immagine e trasformare il suo corpo in un'opera d'arte. Sulla schiena di Sam Ali così l'artista tatua in maniera minuziosa e perfetta l'immagine di un visto di Schengen. È proprio il documento che consente alle persone come Sam Ali di viaggiare e di avere salva la vita. È un documento agognato, ma che molti siriani, o altri profughi o migranti, non riescono ad avere. Quel tatuaggio non è un vero visto. Ma ha un effetto molto simile o anche più potente: in quanto opera d'arte vivente, Sam Ali potrà viaggiare in tutto il mondo.

Tutta la storia vive su un paradosso. È il fatto che, oggi la merce, e quindi un'opera d'arte, può circolare molto più liberamente rispetto alle persone. Così Sam Ali, che in quanto essere umano non è libero di spostarsi e di raggiungere l'Europa, come opera d'arte è libero di farlo. In realtà, lo scoprirà a sue spese, libero non lo è comunque. Perché firma un vero e proprio contratto che lo impegna ad essere periodicamente a disposizione e a portare la sua schiena, che è a tutti gli effetti un quadro, in ogni mostra in cui l'artista intende esibirla. Tutto questo darà vita a una serie di vicende - l'interazione dei visitatori con l'opera d'arte, le proteste dei gruppi che sostengono la causa siriana, i difetti del corpo che diventano difetti dell'opera - che montano altri paradossi su quello da cui è nato tutto. In un film iperbolico e astratto, ma che dentro di sé porta istanze concrete e terribilmente reali.

L'uomo che vendette la sua pelle è un film che parla di confini, di ogni tipo. I confini tra gli stati, quelle linee che le convenzioni tra gli uomini hanno tracciato e che, di fatto, minano alla base quello che dovrebbe essere un diritto naturale degli uomini, quello di spostarsi e scegliere liberamente cosa fare della propria esistenza. I confini che può avere l'arte, e i limiti che un artista può, o deve porsi, quando decide si sfidare l'opinione pubblica e provocare. E quindi i confini dell'etica, della morale, e anche della legalità. Il contratto tra l'artista e Sam Ali, pur non essendolo in maniera esplicita, è qualcosa che è molto vicino alla vendita del proprio corpo. E allora, tutto questo è legale? E, soprattutto, è morale? Ma, d'altro canto, è morale impedire a una persona di raggiungere il posto in cui intende stabilirsi?

 

Non capita spesso di uscire dalla visione di un film con così tante domande nella testa. E, soprattutto, di trovare un film che ponga delle domande, quando quasi tutti, ormai, tendono già a dare delle risposte, a fornirci già il messaggio preconfezionato e facile da capire. La provocazione dell'arista è, ovviamente filtrata attraverso il giusto distacco morale e artistico, quella del film. Un film che ci vuole, in fondo, dare uno schiaffo in faccia per svegliarci e metterci davanti a una verità che troppo spesso proviamo a non vedere. Nel mondo ci sono persone privilegiate ed altre dannate.

Il messaggio della regista tunisina è ancora più forte proprio perché accosta due mondi che non potremmo mai immaginare nella stessa frase: l'arte contemporanea e i rifugiati. Uno è un mondo che vive di una libertà sfrenata e costruttiva, l'altro è la negazione stessa di questa parola, l'assenza totale di una minima possibilità di scelta. Dal contrasto tra questi due mondi nasce la scintilla che fa esplodere tutto. Nel film e nell'occhio, e la testa, di noi che stiamo guardando. La forma visiva del film non fa altro che assecondare questo contrasto, renderlo evidente, e a suo modo è una provocazione sopra alla provocazione. L'uomo che vendette la sua pelle mette in scena un contrasto tra un mondo elegante, patinato, estetizzante ai limiti dell'algido e dell'astratto, e immagini di povertà, di emarginazione, di esclusione. D'altra parte, per quanto riguarda l'arte e il corpo, costruisce un contesto intorno all'opera d'arte Sam Ali con una serie di altre opere d'arte che ritraggono corpi plastici.

Tutto questo, ovviamente, non potrebbe prendere vita senza gli attori giusti. Yahya Mahayni, come detto Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile alla 77° Mostra del Cinema di Venezia, offre un'interpretazione ironica e rabbiosa, fatta di orgoglio ferito, dolore, sprezzo del potere e delle convenzioni. Il suo Sam Ali è coraggio e sfida, è (guardate il sorprendente finale) beffa e dignità. Accanto a lui c'è Dea Liane, nei panni di Abeer, motore della storia e solo apparentemente semplice oggetto del desiderio passivo, in realtà personaggio molto complesso, che spicca per la dolcezza del volto e gli occhi chiari profondissimi, e ci ha ricordato la Olivia Magnani de Le conseguenze dell'amore. E poi c'è una sorprendente Monica Bellucci, nei panni di Soraya, una mercante d'arte decisiva nelle vicende di Sam Ali. È una Bellucci inedita, dai capelli biondi, pochissimo trucco sul volto e delle lievi rughe che cominciano a trasparire su quel volto bellissimo, dove ad essere in evidenza è la bocca. Soraya è un personaggio ambiguo e interessante: un po' fata, eppure cruda, disponibile ma anche fredda e brusca. Koen De Bouw, nei panni dell'artista, è ovviamente mefistofelico come il ruolo impone, ma anche lui non è quello che sembra. Denso di messaggi e contenuti, L'uomo che vendette la propria pelle è anche uno di quei film che, come nel cinema americano, vive di svolte, colpi di scena, suspense e tensione. È spettacolare e stimolante. Dopo la visione vi resterà impresso sulla pelle, come l'opera d'arte al centro del film.

(https://movieplayer.it)

 

Libertà. Una sensazione, una possibilità verso la quale l’uomo tende inevitabilmente ed instancabilmente. Certo, il cinema ci ha abituati alle più disparate situazioni di ricerca di questo elemento essenziale della felicità umana, ma la regista tunisina Kaouther Ben Hania con il suo L’uomo che vendette la sua pelle ha deciso di spingersi oltre. La storia è drammatica, ci sono tutti gli elementi: un amore forte, ma contrastato e reso impossibile, una situazione politica come quella siriana, la voglia di normalità di un giovane uomo, tristemente consapevole di essere nato “dalla parte sbagliata del mondo”. Ma il grande punto di svolta è nell’ironica rappresentazione del mondo dell’arte, di coloro che lo popolano e di certe discutibili pratiche. L’uomo che vendette la sua pelle prende in giro in maniera sottile e irreverente alcuni dei suoi stessi personaggi (come la bionda Soraya interpretata da Monica Bellucci), ma lo fa in maniera estremamente dolce e soprattutto con uno scopo ben preciso. Prendendo spunto da una storia vera (e veramente incredibile, specie per gli ultimi sviluppi dovuti al Covid-19), quella dell’artista belga Wim Delvoye (che appare nel film in un cameo) il quale nel 2006 ha tatuato un uomo rendendolo un’opera d’arte vivente intitolata “Tim”.

Sam Ali  vende la sua pelle ad un eccentrico (e mefistofelico, come ammette lui stesso) artista milionario che vuole fare della sua schiena un’opera d’arte di denuncia, tatuandovi un enorme Visa per l’area Shengen. Costretto a rifugiarsi in Libano dalla Siria a causa di un’esclamazione considerata pericolosa e a vedere la donna che ama sposare un ricco uomo con il quale si trasferirà a Bruxelles, a Sam non resta altro che vendere parte della sua libertà diventando un quadro vivente per ottenerne una più grande: quella di potersi muovere e di poter raggiungere il Belgio. Ecco il paradosso, lo scambio che comporta sempre ad una perdita in nome di un acquisto più “conveniente”.

(…) L’uomo che vendette la sua pelle è un’opera molto ambiziosa, che ha corso il rischio di mettere troppa carne al fuoco ed ha dovuto subirne il peso verso la fine, ma indubbiamente non si può non riconoscere il grande merito a Kaouther Ben Hania (anche sceneggiatrice) di essere riuscita a gettare uno sguardo innovativo sul mondo dei rifugiati e sulle tante ipocrisie che caratterizzano il mondo governato dagli umani, senza cadere in facili sentimentalismi. Sam Ali è un angry man che decide di prendere quella che apparentemente sembrerebbe la via più breve ma che si rivela poi essere anche la più dilaniante per la sua dignità, più volte calpestata. Eppure con il tempo il giovane impara a muoversi sinuoso nel suo kimono azzurro per le stanze di un museo, consapevole di star giocando una partita che prima o poi finirà per vincere.

 

(www.sentieriselvaggi.it)