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Madres paralelas

Regia: Pedro Almodovar

INTERPRETI: Penélope Cruz, Milena Smit, Israel Elejalde, Aitana Sánchez-Gijón, Julieta Serrano, Rossy de Palma

SCENEGGIATURA: Pedro Almodovar

FOTOGRAFIA: José Luis Alcaine

MONTAGGIO: Teresa Font

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia

NAZIONALITÀ: Spagna, 2021

DURATA: 120 min.

Janis e Ana sono due donne in procinto di partorire, entrambe single ma con due situazioni differenti: Janis è una donna di mezz'età ed è piena di gioia al pensiero di essere madre, mentre Ana è un'adolescente spaventata e traumatizzata. Tra le due si instaura un forte legame e il fato complicherà in maniera clamorosa le loro vite. Janis e Ana partoriscono lo stesso giorno, condividendo la stessa stanza in clinica. Nonostante due caratteri molto differenti, entrambe hanno degli aspetti in comune nella propria esistenza: sono appena divenute due madri single, dopo essere rimaste in attesa senza che lo attendessero veramente. Nonostante l’assenza di un partner, però, non si perdono d’animo. Janis è una donna molto matura che non avrebbe immaginato di essere ancora in età fertile, ma la gravidanza è stata come un ritorno alla giovinezza. Ana è invece un’adolescente, che ha tutte le paure tipiche e comprensibili di chi, alla sua età, deve assumersi la responsabilità di crescere un figlio. In effetti, non è forse convinta di come concludere la gravidanza sia stata la scelta opportuna per lei. Mentre cercano di rendersi conto di quanto la loro vita sarà da adesso completamente nuova, Janis incoraggia Ana, affinché la ragazza possa superare i timori che affollano la sua mente. Tra le due donne sembra nascere un legame, ma non possono ancora sapere quanto questa unione diverrà sempre più forte, nel momento in cui gli eventi prenderanno una piega sconvolgente…

(www.movieplayer.it)

Un regista che cambia è un regista in salute. Un autore che accetta il passare degli anni e si evolve, cambia pelle senza però snaturarsi. Il nuovo Pedro Almodòvar sembra ormai aver abbandonato il cinema sperimentale, eccentrico e grottesco di una volta. È come se il tempo ne avesse asciugato lo stile, diventato più sobrio e misurato. Un senso della misura che attraversa anche MADRES PARALELAS, film che cammina sempre sul filo tra il dramma familiare e il thriller sentimentale senza mai eccedere, anzi trattenendo spesso l'emotività dei personaggi. Per questo, poco prima dell'atto finale, è come se il film camminasse col freno a mano tirato. Da una parte c'è una trama abbastanza prevedibile (ma il colpo di scena non è mai un obiettivo dichiarato), dall'altra una serie di tematiche abbozzate e non approfondite che quasi spiazzano lo spettatore. MADRES PARALELAS sembra quasi girare in tondo, vagare attorno al cuore del racconto, chiedere al pubblico di pazientare tenendo per mano Janis e Ana sino alla fine. Ed è proprio nel bellissimo epilogo che tante linee parallele disegnate lungo il film finalmente si incontrano e intrecciano. Un finale dolente, potente, che tira le fila della storia e riconcilia con un film complesso, in cui le vecchie radici sono molto più forti dei nuovi rami. Perché nel grembo di MADRES PARALELAS scalpitano tante cose: l'inadeguatezza di madri incapaci di essere genitori, l'amara consapevolezza di un passato assillante e un'atmosfera mortifera, che trova nel cinema terreno fertile per seminare belle storie senza seppellirle mai.

(www.movieplayer.it)

 

La Storia lascia una traccia. Sempre. Come il DNA. Indelebile patrimonio genetico che non si può ignorare. Da qui nasce il cortocircuito morale che vive Janis, figlia orfana di madre tossica (che proprio in onore di Janis Joplin le ha dato quel nome), cresciuta dalla nonna in un pueblo agricolo della provincia spagnola. La sua storia personale affonda le radici in questa Storia che non si può ignorare e in particolare nella fossa comune in cui all'inizio della guerra sono finiti molti degli uomini del villaggio scippati alle loro famiglie e alle loro case dai falangisti. A quella fossa inaccessibile, le donne del pueblo hanno legato la propria esistenza, tramandandone la memoria e la collocazione e costruendo sull’ombra che di essa rimane nell’erba la propria dignità e anche la possibilità di dare ai propri figli un’identità, un passato e dunque un futuro.

Anche Janis - che nella fossa sa esserci finito il bisnonno che come lei era fotografo - ha votato la sua esistenza a onorare quella memoria, a restituire a se stessa quell’uomo che non ha mai conosciuto ma che le ha lasciato in eredità il talento di guardare dietro la superficie delle cose e, soprattutto, dietro i volti delle persone. A riconsegnarlo a lei e alla nonna che le ha insegnato tutto il resto, anche solo dando a loro una degna sepoltura, l'uno accanto all'altra. È stata la battaglia di molti nella Spagna degli ultimi quarant’anni (fino alla recentissima approvazione della legge della «Memoria histórica»), perché la ferita del franchismo è ancora aperta, perché non basta rimuovere i simboli del fascismo per cancellarne la violenza e i soprusi, perché delle oltre duemila fosse comuni sparse in tutto il paese molte restano ancora occultate.

Questa è la memoria storica su cui lavora Pedro Almodóvar. E lo fa mettendoci naturalmente tutti i luoghi che nei decenni hanno scritto e riscritto la natura formale e narrativa del suo cinema: le panoramiche sui seicenteschi palazzi madrileñi, i patios delle case di campagna, le porte che si aprono e chiudono mettendo in relazione e in movimento le scene di una, cento, mille storie. E ancora le cucine rosse e pop della città, le tendine ricamate a mano del contado, le verdure affettate, i dolci caserecci… E poi le donne, le madri certo, ma anche le nonne, le zie, le amiche, le amanti, le figlie. Un mondo di donne che non sono bastanti a se stesse per principio o battaglia o scarsa considerazione degli uomini, ma che hanno imparato a bastarsi per necessità, destino, scelta, imposizione, bisogno. Ognuna diversa, ognuna con le complessità e le semplificazioni, le trasparenze e le contraddizioni, i gesti coraggiosi e le meschinità che le caratterizzano. Ognuna pronta a lottare - anche contro se stessa - per la propria libertà, accettabile o meno che sia.

Cosi il mélo si spoglia, si asciuga e si fa dramma - umano e storico - con una posizione tanto netta e precisa da diventare quasi arringa, dichiarazione d’intenti, manifesto (rigoroso ma non didascalico, sia chiaro). E così Janis si ritrova per reazione a insegnare perentoria ad Ana - quasi ordinandoglielo - la necessità di Guardare e Sapere. Perché le ferite del passato si devono rimarginare ma le cicatrici non si cancellano e conoscere il passato e la Storia è un dovere morale ancora prima che un’esigenza. Un obbligo per posizionarsi consapevolmente nel mondo in cui si vive, per scegliere chi si vuole essere, per rendere possibile anche un assetto affettivo e relazionale tanto esteso e improbabile e inclusivo da diventare, probabilmente, l’unica prospettiva accettabile.

(www.cineforum.it)

Già a partire dai titoli di testa, giocati sui toni del bianco, del rosso e del nero, la pellicola ci introduce in una sorta di reportage sull’eterno femminino. Almodovar con maestria spariglia le carte, gioca a centrifugare i simboli, i sensi, i sentimenti. Accessori di lusso, come scarpe e cinture, nature morte in salsa Haute Couture si alternano ai piatti gourmet della cucina iberica, tra pan tomato, patanegra e tortilla. Un coté seduttivo, reso ancora più efficace dal contrasto con l’orrore delle fosse comuni. Come si evince dal titolo, la pellicola è un crescendo rossiniano di parallelismi. Giovinezza e maturità, passato e futuro, madre e figlia, amore e morte, vittima e carnefice, verità e menzogna danzano in un vertiginoso gioco di specchi. Ma alla fine è la voce umana a risuonare, perché la storia non si può zittire, come recita la frase di Galeano che chiude MADRES PARALELAS.

MADRES PARALELAS è anche un ritratto accorato dell’imperfezione che caratterizza tutti gli esseri umani a prescindere dal genere. Nello specifico Almodovar ci mostra quanto possano essere imperfette le famiglie. Madri che per una carriera teatrale sacrificherebbero qualsiasi cosa, padri vendicativi e assenti. E anche le due protagoniste, Penelope Cruz (di una bravura sconvolgente) e la rivelazione Milena Smit, non sono certo esenti da colpe o meschinità. Ma a Pedro non interessa ergersi a giudice. Il cineasta della Mancha racconta ciò che siamo anche nel viaggio al termine della notte. Tra ragazze che non sanno chi sia Janis Joplin e signore simili a la protagonista della piece di Garcia Lorca “Donna Rosita Nubile”, il film è un caleidoscopio complesso e affascinante, un’opera che, più che risposte, pone domande. Ed è questo che accade quando si guarda una vera opera d’autore.

(www.tg24.sky.it)