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Maigret

Regia: Patrice Leconte

INTERPRETI: Gérard Depardieu, Aurore Clément, Mélanie Bernier, Jade Labeste, Anne Loiret, Clara Antoons, André Wilms, Hervé Pierre, Pierre Moure, Bertrand Poncet, Elisabeth Bourgine, Philippe Du Janerand

SCENEGGIATURA: Patrice Leconte, Jérôme Tonnerre

FOTOGRAFIA: Yves Angelo

MUSICHE: Bruno Coulais

MONTAGGIO: Joëlle Hache

SCENOGRAFIA: Loïc Chavanon

DISTRIBUZIONE: Adler Entertainment

NAZIONALITÀ: Francia

DURATA: 89 min.

 

PRESENTAZIONE E CRITICA

 In questo giallo, il commissario cerca di scoprire le verità sull’omicidio di una giovane vent’enne. Il corpo, ritrovato dopo una segnalazione anonima alle forze dell’ordine, ha ben poche tracce su di sé e ricostruirne la storia non è decisamente facile. Prima ancora, infatti, di scoprire il colpevole il nostro commissario cercherà di ripercorrere la vita di questa anonima vittima. La drammaticità dell’evento non è data solo dall’accaduto, ma proprio dall’alone di mistero che si avvolge intorno all’identità della ragazza.

MAIGRET si muove, così, all’interno di un terreno lento e narrativamente prolisso che affonda le sue basi nella passione e nel pentimento.

Patrice Leconte, regista del film, ha realizzato un classico giallo che rispecchia molto della liturgia del genere. Per gli appassionati, infatti, è facile riuscire a ritrovare scena dopo scena quell’intuito poliziesco che riesce a mescolarsi con il tormento del protagonista. La trama, presa dalla penna di Simenon, ha il suo svolgimento in tutta quella che è l’umanità del commissario. Un uomo che mette a nudo le sue debolezze, fisiche e sentimentali, che riesce a guardare le compagini femminili con un occhio quasi paterno e denso di smarrimento. Intorno a quest’omicidio, infatti, gravitano personalità e caratteri in grado di metter a nudo la fragilità dell’animo umano e il pentimento dei propri errori. Un modo classico, dunque, di guardare in modo inconfondibilmente francese e nostalgico i personaggi che si alternano nelle vicende.

Narrativamente parlando è tutto molto lineare e segue uno schema ben preciso, senza reali colpi di scena o stravolgimenti. Perché, in un certo qual modo, è come se la pellicola non guardasse davvero alla risoluzione del caso, ma alla voglia di sviscerare l’umanità dietro la corpulenza di MAIGRET. Depardieu è perfetto in questo ruolo, tanto che l’attore stesso ha ritrovato in questo personaggio molti punti in comune con la propria personalità. La sua fisicità massiccia entra in diretta collisione con la sua delicatezza e le espressioni dell’attore restituiscono pedissequamente ciò allo spettatore in sala. Il tempo narrativo confluisce in questo aspetto tanto che i dialoghi diventano aiutanti in un processo di ascolto e di conoscenza. Si fa, dunque, leva sull’emotività dei protagonisti facendola emergere anche attraverso l’uso delle pause e dei silenzi. Un tempo che si mostra decisamente riflessivo. Un giallo che non tradisce le aspettative, ma che al contrario rispecchia tutti i tradizionali canoni del genere. MAIGRET è una pellicola che permette una grande capacità di analisi dell’animo umano e che dà modo al suo interprete principale di poter esprimere tutta la propria drammaticità.

 (www.madmass.it)

 

Tratto dal romanzo di Georges Simenon Maigret e la giovane morta, il MAIGRET diretta da Patrice Leconte ha un appeal retrò che racconta una storia in modo classico e proprio per questo particolarmente autentico. Niente spettacolarizzazioni, niente eccessi, niente effetti speciali: la messa in scena è essenziale e rispecchia lo stile letterario di Simenon. Leconte, come dichiarato da lui stesso nel corso della conferenza stampa di presentazione, voleva realizzare un film classico ma non fumoso: obiettivo perseguito con successo. A volte gli stacchi da una scena all’altra appaiono fin troppo repentini – al pari del capitolo di un libro che si chiude per lasciare spazio al successivo – ma la narrazione resta fluida.

Quello interpretato da Gérard Depardieu è un MAIGRET composto, molto pacato, che osserva l’animo umano in profondità ma sempre senza giudicarlo. Vuole capire e per riuscirci fa domande, osserva, fa supposizioni e cerca conferme. Il celebre personaggio letterario appare stanco, privato del cibo (è a dieta forzata) e persino della pipa. Il cervello, però, è in forma smagliante: la sua indagine prosegue incessantemente, anche grazie ai preziosi suggerimenti della moglie (interpretata da Anne Loiret).

Patrice Leconte ha ammesso di aver sempre avuto un legame particolare con le opere di Simenon e che l’idea di portarlo sul grande schermo l’ha notevolmente appassionato. Nonostante ciò – o probabilmente proprio per questo – ha voluto mettere tanto di se stesso in questa trasposizione cinematografica. Così nella pellicola c’è Simenon tanto quanto c’è Leconte. Il cineasta beneficia anche di un’ottima fotografia, abile nel mettere in risalto sia gli attori che le affascinanti ambientazioni parigine. Maigret sembra ritrovare vitalità man mano che procede nell’indagine e vuole a tutti i costi dare un nome alla sua vittima. Questo, che sembra per lui ancora più importante rispetto a scoprire il colpevole, pone interrogativi insoliti ma stimolanti. Un buon cinema francese, da guardare con attenzione per gustarsi ogni dettaglio così squisitamente ben disegnato.

(www.spettacolo.eu)

 

ll film si dipana secondo i placidi ritmi tipici del cinema francese, e ciò è una boccata di ossigeno in un contesto cinematografico dove la frenesia e la velocità, provenienti specialmente da una Hollywood ormai a digiuno di idee, sono diventati gli unici ingredienti delle pellicole di successo.La fotografia, le luci, i colori quasi anticati, le ambientazioni tipicamente parigine, ma che non scomodano i luoghi comuni iconografici della capitale francese, la penombra, la recitazione misurata di tutto il cast (dove spicca la sensualità delle protagoniste Jade Labeste e Mélanie Bernier), perfino la cura del sonoro, tutto contribuisce a rendere il film un piccolo gioiello di garbo e di delicatezza, di cui rendere grande merito a Leconte. Senza spoilerare la trama del film (e del romanzo), la ricerca del colpevole costringerà Maigret a muoversi fra i bassifondi (così lontani dalle luci della Ville Lumière) e gli ambienti dell’alta borghesia parigina, questi ultimi popolati da donne e uomini tanto altezzosi quanto ricchi di scheletri nell’armadio, e di fatto più cinici e crudeli. In questa ricerca il commissario di Saint-Fiacre mostrerà la consueta sensibilità, la pietas verso i disadattati, la necessità di comprendere gli individui prima ancora del bisogno di scoprire il colpevole per portarlo sul banco degli imputati. Ma, soprattutto, percepirà su di sé una stanchezza che travalica la debilitazione dovuta alla malattia: la stanchezza dell’uomo giusto di fronte alla fragilità dell’essere umano.

(www.alibionline.it)

 

È a colori ma sembra in bianco e nero. MAIGRET ha un tono espressionista, cupo, sepolcrale. Certo, c’è la Parigi degli anni ’50. Leconte, assieme allo sceneggiatore Jérôme Tonnerre – con cui il regista aveva già collaborato in Confidenze troppo intime, Il mio migliore amico e Una promessa – adattano infatti il romanzo Maigret e la jeune morte pubblicato da Georges Simenon nel 1954 che ha già visto quattro adattamenti televisivi dal 1959 al 1973. Ma in realtà la metropoli francese è mostrata come una città fantasma dove Maigret si muove come un’ombra nella notte. Non c’è mai quella stilizzazione formale che spesso è uno dei limiti del cinema del regista francese. Al contrario, è un film faticosamente trattenuto, apparentemente impeccabile e invece denso di zone oscure. Potrebbe essere l’ambizione polar di Leconte. Oppure un omaggio alle luci pittoriche del cinema di Renoir, che proprio nel 1932 aveva già portato sullo schermo la figura di Maigret (interpretata dal fratello Pierre) in La nuit du carrefour.

L’inquadratura finale, sotto questo aspetto, rivela proprio la sua natura e il suo rapporto con un mondo che non riconosce più e da cui non è più riconosciuto. Tranne nella scena del ricevimento del fidanzamento, Leconte gira un film crepuscolare, malinconico. Prima del colpevole, Maigret cerca il fantasma della giovane ragazza assassinata come se lo riguardasse direttamente. Per questo il suo personaggio colpisce e cattura e Leconte (che nell’adattamento ha soppresso molti personaggi secondari presenti nel libro) riesce a mostrare con spontaneamente perché Maigret lo ha subito amato. Forse è la reincarnazione del sarto del suo film più bello, L’insolito caso di Mr. Hire o del rapinatore di L’uomo del treno. Forse non è un caso. Il primo film è tratto da un altro romanzo di Simenon, Il fidanzamento del signor Hire, nell’altro invece si avverte la presenza nascosta dello scrittore. Sono gli strani scherzi del destino per quello che è uno degli esiti migliori del suo cinema e che potrebbe essere anche l’episodio pilota di una serie televisiva su Maigret.

(www.sentieriselvaggi.it)