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Noi due

Regia: Nir Bergman

INTEPRETI: Shai Avivi, Noam Imber, Smadi Wolfman, Efrat Ben-Zur, Amir Feldman, Sharon Zelikovsky, Natalia Faust, Uri Klauzner, Avraham Shalom Levi

SCENEGGIATURA: Dana Idisis

FOTOGRAFIA: Shai Goldman

MUSICHE: Andrea Farri

DISTRIBUZIONE: Tucker Films

PAESE: Italia, Israele 2021

DURATA: 94 min.

C'è una tenerezza antica nei silenzi di un film muto, in quei pochi gesti essenziali dei corpi in scena e nella comicità elementare dello slapstick incorniciata dal bianco e nero di rito. C'è un'ordinarietà di infinita dolcezza ed è la stessa che lo spettatore più incline all'incanto puerile, ritroverà nel film di Nir Bergman. A qualcuno il nome del regista israeliano non dirà nulla, ma nell'immaginario collettivo troverà una collocazione immediata se pensiamo a In Treatment, la serie HBO che ha scritto e diretto. Qui lavora su una sceneggiatura di Dana Idisis, ispirata in parte alle vicende personali dell'autrice, e si muove nel solco del racconto intimo. Bergman si immerge nella quotidianità della relazione speciale tra un padre e un figlio affetto da un disturbo dello spettro autistico e usando l'escamotage del road movie parla di genitorialità, dell'inevitabile separazione tra padri e figli e di quanto a volte questo amore, se incapace di fare i conti con gli strappi naturali della vita, rischi di trasformarsi in puro egoismo.

Le suggestioni de Il monello di Charlie Chaplin campeggiano in ogni inquadratura di NOI DUE: nel peregrinare dei due straordinari protagonisti chapliniani nei gesti e nello sguardo, nei silenzi di Uri, il ragazzo affetto da autismo, o sul lettore portatile dove questo adulto bambino, che con il padre ha sviluppato una relazione di quasi totale dipendenza, è costantemente impegnato a vederlo e rivederlo. Ma veniamo alla storia: a Tel Aviv Aharon, un ex graphic designer di successo, ha sacrificato carriera e legami per dedicarsi completamente al figlio Uri, colpito da un disturbo dello spettro dell'autismo. Quella che ha costruito con abnegazione ostinata è una dimensione parallela, un microcosmo rassicurante fatto di piccoli incrollabili rituali quotidiani, complicità e giornate sempre identiche.

Nella bolla governata da regole tutte loro (disegnare interruttori per aprire delle porte automatiche, camminare evitando di calpestare le lumache che Uri è convinto di vedere strisciare sulla strada) Uri e suo padre ci si muovono bene e con disinvoltura, sul filo di un equilibrio che però rischia di rivelare tutta la propria fragilità: per Ahron suo figlio è ancora un bambino a cui piacciono le stelline di pasta, che ama i pesci del suo acquario e si diverte a guardare Charlot e ad ascoltare Gloria di Umberto Tozzi. Tamara, sua madre ed ex moglie di Ahron, è consapevole invece che è tempo per Uri di uscire fuori da quell'illusorio e confortevole guscio e di aprirsi a un mondo di condivisione di nuovi spazi e nuovi protagonisti. L'idea che Uri entri in un centro specializzato è una prospettiva che non convince il padre e che spaventa il figlio; così a bordo di un treno che dovrebbe portarli verso la nuova casa, Ahron comincia a pensare di fuggire verso gli Stati Uniti.

Con queste premesse inizia il rocambolesco viaggio dei due protagonisti, l'uno preoccupato di proteggere quel rapporto padre-figlio a tutti i costi, spaventato all'idea di una separazione imminente a cui probabilmente non è affatto preparato; l'altro impegnato invece a misurare la propria realtà sulla base del mondo disegnato da Chaplin, che continua a guardare compulsivamente e a decifrare a modo suo ("I cattivi nel film hanno la barba, ma noi siamo rasati"). Tanti gli incontri in cui Ahron trascina Uri nel girovagare da un posto all'altro nel tentativo di dare una direzione a questa fuga sgangherata, che in fondo serve più a lui che a suo figlio.

Un pellegrinaggio attraverso Israele tra hotel, dimore di fortuna e letti improvvisati in casa di amici, che costringerà Ahron a rimettere in discussione se stesso e accettare una verità diversa da quella che si era raccontato fino a quel momento, perché anche Uri ha il diritto come i suoi coetanei di diventare grande. È nello smarrimento di un padre e nella difficoltà di doversi costruire un'identità fuori da quel rapporto simbiotico, che lo spettatore potrà intravedere una storia universale aldilà della malattia. Il resto è il frutto della straordinaria performance degli interpreti, superba e spietatamente naturale al punto da portare il pubblico a vedere il mondo solo attraverso gli occhi dei loro personaggi.

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C’è una sottile disperazione ma anche una contagiosa leggerezza con cui Nir Bergman mostra il rapporto tra padre-figlio, resi efficacemente dall’interpretazione di Shai Avivi nei panni del padre e da Noah Imber, che è un attore professionista, in quelli del figlio che fanno crescere il loro rapporto alla distanza, anche attraverso piccoli gesti descritti attraverso un realismo intimo teso alla ricerca della verità del loro rapporto. Diretto da Nir Bergman, regista al quinto lungometraggio che è stato anche tra gli sceneggiatori di BeTipul, la serie israeliana che ha ispirato In Treatment, NOI DUE cattura quello che stanno provando i protagonisti anche soltanto attraverso un’inquadratura di spalle di Aharon mentre il figlio sta andando via o lo sguardo del padre che guarda il figlio mentre sta saltando sulle note di Gloria al luna-park dopo averlo smarrito. È un road-movie che ha una destinazione precisa, ma è anche pieno di improvvise deviazioni e lascia anche l’illusione di un’improvvisazione. Dietro invece c’è la solida scrittura di Dana Isidis che si è ispirata al rapporto tra il padre e il fratello autistico che poi è anche al centro del suo documentario familiare Seret Bar Mitzvah (2013). In quel film c’è soprattutto una scena molto dura che è quella in cui il figlio autistico si rifiuta di andare a scuola su cui è stata costruita quella centrale della crisi di Uri alla stazione. Lì Bergman, più che la reazione del ragazzo, mostra l’imbarazzo ma anche la volontà di aiutare in qualsiasi modo il figlio di Aharon e l’indifferenza della gente che passa. Il cineasta non cerca il coinvolgimento a tutti i costi anche se, inevitabilmente, si sofferma sul dettaglio degli occhi lucidi del padre, o sottolinea in maniera fin troppo scoperta un rapporto che richiama direttamente quello tra il bambino e Charlot in Il monello dove il primo rompe i vetri e l’altro corre subito a ripararli. Riesce invece a lasciare la storia in uno stato di continua incertezza, cercando la distanza ma anche gli avvicinamenti di Manchester By the Sea che probabilmente ha influenzato NOI DUE anche per il grigio ricorrente della fotografia.

È un film rigoroso ma anche vitale e luminoso che tocca le corde giuste e non cerca vie complicate. Ed è proprio nella sua semplicità che il rapporto tra i protagonisti di NOI DUE, tra i titoli della selezione ufficiale del Festival di Cannes 2020 sotto pandemia, lascia immaginare anche tracce del loro passato e apre squarci sul loro futuro come mostra un finale che, in linea con gran parte del film, ha il dono della misura.

(www.sentieriselvaggi.it)