Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

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Nope

Regia: Jordan Peele

INTERPRETI: Daniel Kaluuya, Keke Palmer, Brandon Perea, Michael Wincott, Steven Yeun, Wrenn Schmidt, Keith David, Devon Graye

SCENEGGIATURA: Jordan Peele

FOTOGRAFIA: Hoyte van Hoytema

SCENOGRAFIA: Ruth De Jong, Samantha Englender

MUSICHE: Michael Abels

DISTRIBUZIONE: Universal Pictures

NAZIONALITÀ: Usa, 2022

DURATA: 135 min.

 

PRESENTAZIONE E CRITICA

Uno molto più saggio di chi scrive ha detto che se si guarda l'abisso a lungo, questo poi ti guarda a sua volta. Lo sguardo, nella vita come al cinema, è fondamentale. Nel lavoro di Jordan Peele in modo particolare. Il regista e sceneggiatore premio Oscar in realtà ha cominciato come attore comico e imitatore (ve lo ricordate Mad TV?) e quindi non ha soltanto cambiato quasi completamente tono e stile, ma ha passato molto tempo a osservare la società e le persone. La forza del suo folgorante esordio, Get Out, sta anche in questo: cambiare punto di vista. Qualcosa che Peele ha continuato a esplorare con l'opera seconda, Noi, e che esplode all'ennesima potenza nella terza: NOPE non può che avere più livelli di lettura, come gli infiniti spunti che offre la pellicola.

In NOPE seguiamo le avventure di una famiglia particolare, gli Haywood: un loro parente è stato il primo uomo nero a essere ripreso al cinema mentre montava un destriero e da allora hanno sempre fatto parte dell'industria come addestratori di cavalli. Otis Haywood Sr. è uno che esegue quello che gli viene detto in modo ligio e non vuole problemi. Il figlio invece, Otis "OJ" Haywood Jr. (il premio Oscar Daniel Kaluuya), è insofferente quando gli viene detto cosa fare. Non sopporta di sentirsi come una scimmia ammaestrata. La sorella, Emerald (Keke Palmer, strepitosa), è la scheggia impazzita della famiglia: piena di energia, di sogni, non rispetta le regole e pensa a fare quello che vuole più che adeguarsi a ciò che le dicono gli altri.

A proposito di scimmie ammaestrate: parallelamente agli Haywood ci viene mostrata anche l'inquietante storia di Ricky "Jupe" Park, ex bimbo prodigio che nel 1998 è scampato a un terribile incidente. Sul set della sit-com Gordy's Home, lo scimpanzé del titolo è impazzito, ferendo gli attori. Tutti tranne il piccolo Jupe, che ora dirige Jupiter's Claim, un parco a tema vecchio west. Gordy è una delle chiavi di lettura del film: la scimmia che si ribella è l'incarnazione del perturbante. Una costante del cinema di Jordan Peele.

Per definire NOPE, Jordan Peele continua a usare la parola "spettacolo". E in effetti il suo terzo film lo è: una specie di fusione tra Lo squalo, il primo vero blockbuster estivo nella storia del cinema, e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Non ci troviamo però di fronte a una semplice copia del lavoro di Steven Spielberg. Dentro ci sono anche i paesaggi assolati dei film western di John Ford e Sam Peckinpah, l'orrore di Carpenter e l'atmosfera frenetica e surreale dei set televisivi. Eppure NOPE, pur richiamando tutte queste cose, non somiglia davvero a nient'altro, dimostrandosi fin da subito come un film di Jordan Peele a tutti gli effetti, unico e inconfondibile.

Le luci dello spettacolo sono la grande cornice di NOPE, il palco perfetto per questa storia che è anche il racconto di un'ossessione. Una magnifica ossessione. Quando sulla loro fattoria si piazza una nuvola sospetta, che non cambia mai forma, OJ capisce che qualcosa non va. La sorella, più che essere preoccupata, pensa a realizzare "la ripresa perfetta", in modo da poterla vendere a uno show televisivo per parecchi soldi. Magari a Oprah. Il direttore della fotografia Craig (Michael Wincott), quando i fratelli gli chiedono di aiutarli a filmare, pensa soltanto a ritrarre quello che c'è nella nuvola dall'angolazione migliore, magari con la luce calda della golden hour. Il cinema dissezionato nelle sue vari parti: spettacolo, business e forma d'arte.

Il cinema di Jordan Peele, oltre a essere ben scritto e curato in ogni dettaglio, ha una forza urgente, un impulso che diventa quasi palpabile. Se è vero che qualsiasi gesto artistico è in realtà anche un gesto politico, allora i film di Peele sono quasi dei comizi. Se in Get Out la metafora del razzismo in America era evidentissima e in Noi più sottile, in NOPE diventa universale. Non si tratta più soltanto di bianchi e neri. Il film è permeato da una rabbia strisciante, da un moto continuo di ribellione. Dopo anni di una società costruita sulla sopraffazione, il cinema statunitense si interroga sul desiderio dell'uomo bianco di sottomettere tutto ciò che considera inferiore: neri, donne, persone più deboli. E ancora: Peele mette in luce come la parte più odiosa di questa spinta a sottomettere sia quella che cerca di trasformare chi sta sotto in un fenomeno da baraccone. Alla classe dominante non basta dominare: trae un vero e proprio godimento dall'umiliare. Peele non ci sta. Emerald e OJ non ci stanno. Lo scimpanzé Gordy nemmeno. Figuriamoci ciò che è contenuto nella nuvola.

Torniamo quindi allo sguardo e al perturbante: Jordan Peele sta cercando in tutti i modi di aprire le nostre menti, di farci cambiare prospettiva (se non addirittura corpo, almeno sul grande schermo). Nei suoi film, grazie a una suspence ben costruita e all'utilizzo del mostruoso, ci mette di fronte a cose, persone e sensazioni che ci turbano nel profondo. Gondry e "la cosa della nuvola" sembrano lontanissimi da noi, sono estranei, invece stanno lì a ricordarci le parti più sgradevoli di noi stessi e della società. Sono dei veri e propri rimossi.

Come si affronta il rimosso? Non è tanto una questione di immagini filtrate dallo schermo (in questo senso le metafore sugli schermi e le lenti che sembrano quasi rubarci l'anima si sprecano), quanto di intenzione dello sguardo. Gli occhi indecifrabili di OJ capiscono presto che, per salvarsi la vita, è meglio non guardare direttamente, con senso di superiorità, il mistero che ci si manifesta di fronte. Può essere una nuvola, una scimmia o un'altra persona, può presentarsi in modo minaccioso o sorridente: in ogni caso merita rispetto. Ed è quindi meglio metterglisi accanto, cercando di trovare una convivenza pacifica. Anche perché l'unico sguardo che alla fine conta davvero per ognuno di noi è quello delle persone che amiamo di più: nei loro occhi possiamo perderci, discutere, scherzare. Per tutto il resto è meglio rimanere umili. E mostrare un po' di rispetto.

(https://movieplayer.it)

 

L’autore di NOPE ha dichiarato di aver iniziato a scrivere il film nel pieno del primo lockdown statunitense, nel 2020, e di come il film racconti proprio, per metafora, quello che ci stava succedendo intorno. (…) Sempre nell’intervista di cui sopra, Jordan Peele dice che «Quello di cui stavamo facendo esperienza in quelle fasi della pandemia era un sovraccarico di rappresentazione; il punto più estremo nella nostra dipendenza dalla rappresentazione». Non solo, NOPE è anche un film su Hollywood che reagisce alla pandemia, perché la sceneggiatura fa anche continuamente i conti con un’industria dello spettacolo che cerca nuovi modelli di business che sfruttino l’imponderabile. Che si tratti dell’UFO o dello scimpanzé Gordy.  Il fatto che i fratelli Haywood, nel film, dichiarino di essere discendenti del fantino raffigurato nella celebre cronofotografia del 1884 Animal Locomotion – e quindi del primo nero mai apparso nella storia del cinema – non fa che sottolineare il suddetto simbolismo, arricchendolo di una sfumatura legata alla sottorappresentazione degli afroamericani nel genere western.

In tal senso, l’inizio di Nope è un compendio del significato dell’intero film. Peele, proprio come faceva Hitchcock, sfrutta una vicenda apparentemente secondaria come quella di Gordy – primate, ‘attore’ e assassino – per anticipare tutte le tematiche del film. Un vero e proprio presagio che da una parte crea tensione e dall’altra chiarisce che la pellicola tratta della spettacolarizzazione e mercificazione della sventura e dall’altra la vana illusione del controllo. Il fatto che tale sottotrama riguardi una scimmia, e cioè l’animale da cui discendiamo nonché quanto di più lontano possa esserci da una minaccia aliena, vuole proprio sottolineare la natura atavica di certi comportamenti.

NOPE è molte cose. È un film sugli UFO, certo, ma è anche un thriller, un monster movie, un ‘home’ invasion, un western e una commedia. In un certo senso è anche un blockbuster, soprattutto, però, è un grande racconto simbolico che, per allegoria, ci parla di Coronavirus. Al suo terzo film, Jordan Peele riesce nella rara operazione di inanellare tre successi artistici e soprattutto parla della risposta del cinema alla pandemia proponendo anche una strada per ricordarci l’importanza dell’esperienza del grande schermo. Con Nope lo sguardo del regista si fa più ampio che mai, con panorami mastodontici che inghiottono nella vastità le figure umane. Con una semplice scelta di composizione del frame e di scelta delle lenti, Peele e il suo direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema in un sol colpo ci restituiscono la scala collettiva della minaccia aliena, l’impotenza degli individui e le peculiarità della sala di proiezione. Mentre, come le ‘formiche’ de Il Muro di Sartre, quegli insignificanti individui si affannano operosi. In cerca di un’opportunità.

 (www.anonimacinefili.it)