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Nostalgia

Regia: Mario Martone

INTEPRETI: Pierfrancesco Favino, Francesco Di Leva, Tommaso Ragno, Aurora Quattrocchi, Sofia Essaidi, Nello Mascia, Emanuele Palumbo, Artem, Salvatore Striano, Virginia Apicella

SCENEGGIATURA: Mario Martone

FOTOGRAFIA: Paolo Carnera

MONTAGGIO: Jacopo Quadri

DISTRIBUZIONE: Medusa Film

PAESE: Italia, Francia

DURATA: 118 min.

Nostalgia, film diretto da Mario Martone, è tratto dall'omonimo romanzo di Ermanno Rea ed è ambientato a Napoli nel Rione Sanità. È qui che il protagonista Felice torna dopo quarant'anni di assenza, lontano dalla sua terra. L'uomo, tornato per sua madre, resterà qui dove è nato più a lungo di quanto aveva previsto, mentre riscopre i luoghi, i codici del quartiere e fa i conti con un passato che lo divora. Da giovane Felice insieme a Oreste, suo amico d'infanzia, nonché compagno di bravate, ha commesso qualche piccolo crimine, fino a quando un uomo non è morto. È per questo motivo che Felice si è allontanato dalla città, andando a vivere all'estero, ma non tradendo mai l'amicizia con Oreste.
Ora che è tornato nel rione Felice vorrebbe rivedere il suo vecchio amico, ma Oreste, noto ormai come il delinquente del quartiere, non si è mai allontano da quel mondo, che sembra averlo assorbito totalmente...

 Cara celeste nostalgia”, cantava Riccardo Cocciante. La sua era una canzone d’amore per una donna. Il film di Mario Martone, che si chiama appunto NOSTALGIA, sempre di amore parla, in qualche modo: non per una donna ma per una città, per la propria storia, e per gli anni della propria giovinezza.

La giovinezza, un po’ scapestrata che il protagonista della storia Felice ha vissuto nel Rione Sanità, facendo impazzire la mamma mentre combinava guai piccoli e grandi con l’amico Oreste. Fino al giorno in cui i guai son stati troppo grandi, e Felice, spaventato, ha lasciato la Sanità, Napoli e l’Italia, sua mamma e Oreste, per ricominciare una nuova vita altrove.
Dopo quarant’anni di vita all'estero, gli ultimi passati al Cairo, dove è diventato un ricco imprenditore, Felice torna a Napoli, alla Sanità, per riabbracciare finalmente la madre anziana. E quello che trova, e che non trova, in questo suo tornare da straniero, è appunto la nostalgia per quel che è stato e quel che poteva essere, e la voglia di riallacciare i rapporti con quei posti, e quei personaggi, e fare pace col proprio passato. Ma non sarà facile.

E non era facile, nemmeno per Martone, gestire nella maniera adatta i toni di questo film, il rapporto del suo protagonista con quel sentimento sfuggevole e mobile che è raccontato dal titolo e dalla storia, senza diventare didascalico, senza essere melenso. Senza, al contrario, stare troppo distante dalle vicende e dalle passioni.
Trovare il fuoco giusto con cui raccontare la Napoli che del film è protagonista tanto quanto lo è Felice, e che all’inizio del film sconcerta, confonde e spaventa lui, e pure noi che guardiamo, e che lentamente si rivela ai nostri sguardi, e rivelandosi mostra tutta la sua complessità, e quella bellezza struggente e sentimentale che farà decidere a Felice di rimanerci, a Napoli.

 (…) La storia di NOSTALGIA  è trascinante, trascinante in una maniera amniotica e inesorabile, quanto più impone lo smarrimento, nel modo in cui segue l’evoluzione di Felice, che nella confusione fisica ed emotiva che lo circonda, e nel suo ritorno al grande utero catacombale napoletano, impara a ricostruire una mappa di sé e del mondo, e si riappropria non solo di una lingua, ma di un legame con la Sanità (e quindi con parti di sé che aveva smarrito e negato nel corso di una vita) che non si era mai davvero dissolto, ma era stato solo sepolto dalla polvere del tempo.

E non serve stare a speculare sugli esiti, e sulle destinazioni esistenziali, ma ci si gode l’immersione in un mondo e in una storia, e nelle loro emozioni ancestrali e profonde.

 (www.comingsoon.it)

 

La riappropriazione del posto in cui si è nati e da cui si è presto fuggiti avviene in NOSTALGIA  di Martone attraverso la ripresa di una lingua, nello specifico il dialetto, che il protagonista assorbe nello scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi che decide di trascorrere in quella città per tanto abbandonata per la quale comincia a vagare dividendola in settori sulla sua mappa, cercando di metterla a confronto con quella appartenente ai suoi ricordi, in cui si aggirava assieme ad un suo amico, l'Oreste di Tommaso Ragno, diventato un piccolo boss del suo vecchio quartiere e osteggiato dalla fede e dalla forza di volontà del Don Luigi di Francesco Di Leva. Quell'accento oramai perso, condizionato dagli anni in Libano e poi in Egitto in cui l'italiano era diventato ininfluente, fa di Felice in principio un estraneo rimasto quasi senza patria, che ritroverò però tra quelle strade e che diventerà sempre più difficile lasciare, desiderando di poter tornare a vivere lì dopo un esilio lieto, ma costretto, che il protagonista spera di spezzare. Per farlo c'è bisogno che i segreti tornino a galla, come quella Napoli sotterranea che quando era ragazzo era inaccessibile, portata alla luce da generazioni successive che, pur con scoperte tanto meravigliose, sotto il loro suolo sono ancora obbligate a dover decidere da che parte stare. Se voler far gruppo con chi quella città vuole elevarla, farla risplendere, o chi invece ne rimane intrappolato, entrando nei circoli di una camorra che opera da sempre nel medesimo modo, togliendo futuro ai giovani prima ancora di poterglielo anche solo donare. Così Felice affronta la memoria, spezza quel silenzio che come una maledizione gli si riversa addosso, contro cui l'uomo utilizza un antidoto che è quello delle scuse, del perdono. Del volersi riconciliare con una madre lasciata per troppo tempo sola, con un amico che sentiva di aver tradito diventando lui "quello che si è salvato".

Nel passare dei giorni e nella rimessa nel terreno di radici che sembra impossibile estirpare, Felice assimila nuovamente la musicalità della propria lingua e il napoletano torna a invadere le sue parole, le sue espressioni, i modi di dire e le figure retoriche. La napoletanità inizia a far parte dei suoi gesti, dei pensieri, soprattutto di un linguaggio che è primo strumento con cui potersi muovere con sicurezza in qualsiasi posto. Una mescolanza di caratteri che vedono la sua esistenza all'estero incontrarsi con le origini italiane, legate alla particolarità di quel rione. Quello in cui è pronto a voler restare, mentre tutti quanti continuano a ripetergli di andarsene. Se Mario Martone con Qui rido io aveva rappresentato la grandezza artistica e animosa di Napoli tramite un suo esponente di spicco quale Eduardo Scarpetta, con NOSTALGIA l'autore ne racconta l'uomo comunque, la persona qualunque. Quella che aveva lasciato e che è tornata, che la città la sente dentro e ne accoglie quel suo spirito violento, solare, gioioso, malinconico. Tutte le contraddizioni racchiuse nella stessa immagine di Felice, che per il regista si aggira come un fantasma mentre cerca sofferente una pace che possa riconciliare vecchi errori con la possibilità di un futuro differente da come lo aveva previsto, non più nuovamente lontano dal suo luogo di nascita, bensì ripristinando le fondamenta. Una naturalezza che sorge spontanea, che non ha forzature. E che esce con immediatezza quando all'invito di tornare dalla sua famiglia e il suo lavoro al Cairo in quella frase "Torna al tuo paese", l‘uomo risponde immediatamente "Questo è il mio paese". Attraversare gli scorci di Napoli con il regista e sceneggiatore, alla scrittura di NOSTALGIA, come sempre accanto alla fedele Ippolita Di Majo, significa perdersi per far ritrovare insieme presente e passato. È il romanzo omonimo di Ermanno Rea che vede la dimensione descrittiva venir riversata in inquadrature prolungate e fisse, in un flâneur che si trasforma gradualmente in abitante ancora una volta di quella città che lo accoglie e lo respinge. Un'opera come Napoli può essere, familiare e distaccata. Di una poeticità assoluta.

(www.cinema.everyeye.it)