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Omicidio nel West End

Regia: Tom George

INTERPRETI: Sam Rockwell, Saoirse Ronan, Adrien Brody, Ruth Wilson, Reece Shearsmith, Harris Dickinson, Charlie Cooper, Shirley Henderson

SCENEGGIATURA: Mark Chappell

FOTOGRAFIA: Jamie Ramsay

MONTAGGIO: Gary Dollner, Peter Lambert

MUSICHE: Daniel Pemberton

DISTRIBUZIONE: Walt Disney Studios Motion Pictures

NAZIONALITÀ: USA, 2022

DURATA: 98 min.

 

Palma d'Oro per la Miglior Regia al Festival

PRESENTAZIONE E CRITICA

Il titolo italiano potrebbe essere un po’ vago, perché non è detto che il West End evochi subito quella zona di Londra in cui pullulano i teatri di tradizione. In uno di questi, il New Ambassadors, da settant’anni (con la pausa del Covid) va in scena ininterrottamente Trappola per topi, la celebre commedia poliziesca di Agatha Christie. Se è giusto ritenere che OMICIDIO NEL WEST END sia un film tutto interno alla storia del costume britannico, è altrettanto giusto guardarlo per quel che è: un sontuoso e gustoso intrattenimento intellettuale e popolare che rinverdisce una tradizione giallo-brillante oggi un po’ rimossa e guarda con rispetto e ammirazione all’universo letterario di Christie.

Opera prima per il grande schermo sia per il regista Tom George (all’attivo corti, doc, serie) che per lo sceneggiatore Mark Chappell (lunga esperienza in televisione), questa divertente e intelligente coproduzione anglo-americana, girata durante il secondo lockdown (da cui la possibilità di accedere liberamente a luoghi solitamente affollatissimi), si muove su due binari.

Da un lato, lavora su una coinvolgente struttura tradizionale incardinata sul whodunit, servendosi di una serie di personaggi archetipici (il detective stropicciato dell’infallibile Sam Rockwell, l’agente alle prime armi interpretata da una luminosa Saoirse Ronan, il morto odiato da tutti cioè Adrien Brody) e dei tipici meccanismi dell’inchiesta sul campo (interrogatori, deduzioni, false piste). Dall’altro, si lancia in un intrigante incrocio di suggestioni letterarie e cinematografiche mettendo insieme le marche della parodia e lo sguardo metatestuale. OMICIDIO NEL WEST END dimostra di aver assorbito lo spirito di Agatha Christie, inventando un giallo che parte da un suo classico che finora non ha mai conosciuto una versione per immagini che ne eternasse lo statuto come Assassinio sull’Orient Express o le avventure di Miss Marple.

L’idea che Trappola per topi sia qualcosa di prettamente teatrale e legato soprattutto al West End permette di accompagnare lo spettatore alla scoperta di un doppio mistero: sì la risoluzione del delitto creato ex novo ma anche quella dell’opera, nonostante il tradizionale annuncio che chiede agli spettatori di non rivelare il nome dell’assassino fuori dal teatro (da cui si capisce il successo imperituro e lo scandalo nazionale quando, qualche anno fa, qualche internauta svelò il colpevole). L’omaggio alla scrittrice e alla sua epoca passa anche attraverso una teoria di riferimenti (che non diciamo) che indicano allo spettatore che conosce la commedia di leggere il “nuovo” omicidio alla luce di quello originale.

E per sottolineare ancora la dimensione riflessiva – e sottilmente ucronica – del film, pensiamo che a morire (per primo: non è detto sia l’unico) è il regista hollywoodiano (inventato), ingaggiato dal produttore britannico (vero: è John Woolf, che ha allestito La regina d’Africa, Oliver!, Camera con vista) per trasporre sul grande schermo proprio Trappola per topi (cosa mai avvenuta), arrivato a Londra per discutere con il rinomatissimo sceneggiatore (anche lui fittizio, per di più black a ribadire la volontà di mettersi in parallelo con la “storia ufficiale”), assistere agli spettacoli (e tra i protagonisti del film ci sono Richard Attenborough e Sheila Sim, interpretati con buffa solennità da Harris Dickinson e Pearl Chanda) e magari incontrare l’autrice (si vede anche lei, quasi).

Tantissima carne al fuoco, eppure non si avverte né il peso di troppa teoria né la prevaricazione del pensiero sulla narrazione. Che è avvincente e spiritosa, esaltata da un’impeccabile confezione nostalgica che colloca OMICIDIO NEL WEST END accanto a Invito a cena con delitto e Signori, il delitto è servito: un antidoto contro gli adattamenti posticci di Kenneth Branagh, ma anche qualcosa di più amabile della fin troppo celebrata Cena con delitto.

(www.cinematografo.it)

 La sera del festeggiamento per la centesima rappresentazione consecutiva di Trappola per topi all'Ambassadors di Londra, il regista hollywoodiano Leo Kopernick, incaricato di portare sul grande schermo la fortunata pièce, viene barbaramente assassinato nel dietro le quinte del teatro, e poi "messo in scena", al centro del palcoscenico, seduto sul divano. Ad indagare sul caso è l'ispettore Stoppard, affiancato dall'agente Stalker, aspirante sergente di Scotland Yard, chiacchierona, cinefila, e molto meno sprovveduta di quel che può sembrare a prima vista.

I teatri e gli hotel di Londra, svuotati di clienti e spettatori a causa del lockdown, sono serviti da impeccabili location per questa rivisitazione del giallo classico in chiave di commedia; sorta di risposta in stile british al Knives Out di Rian Johnson. Famoso per essere il più longevo spettacolo del West End, con le sue 27mila repliche in 68 anni, la Trappola della Christie è il canovaccio perfetto per architettare un giallo al quadrato, a partire dal progetto che fu del produttore John Woolf (nella realtà e nella finzione) di trarne un film.

Sam Rockwell e Saoirse Ronan, nei panni di un detective dal cognome mitico e della zelante novellina che lo accompagna, si muovono dunque tra il mondo del teatro e quello del cinema, tra oggetti di scena, travestimenti, neve finta e neve che sembra vera ma è altrettanto finta, battute sulla volgarità dei flashback inserite in un flashback, trucchi di scena e trucchi di linguaggio (split screen), momenti teatrali e riferimenti filmici, lucciole e lanterne.

Tom George e Marck Chappell, regista e sceneggiatore, veterani della "comedy" televisiva che impone tempi perfetti e colpi di scena ogni dieci minuti, applicano con successo la lezione al grande schermo, confezionando un film brillante come un classico, senza rinunciare ad aggrovigliare la trama gialla quanto basta perché risulti accattivante. Spingersi oltre, declinando il divertissement in chiave meta-cinematografica, poteva essere pericoloso, ma l'esecuzione del salto è corretta e l'atterraggio felice.

Tutto è artificio, gioco, farsa, parodia. Ogni personaggio è arabescato attorno ad un luogo comune cinematografico, tanto che basta un tratto per disegnarlo: la passione egomaniaca per i discorsi di Dickie Attenborough, quella per il gin di Stoppard, il vizio di saltare a conclusioni affrettate dell'agente Stalker, che è lo stesso di tutti i lettori di gialli. E però è una parodia affettuosa, che ama l'oggetto del suo sberleffo, ne apprezza l'eleganza dei tessuti e delle battute di spirito, non deride, ma omaggia.

(www.mymovies.it)

(…) Nel suo impianto classico fino allo stremo, in cui tutti i personaggi vengono letteralmente riuniti nella stanza in cui finalmente il mistero viene svelato, OMICIDIO NEL WEST END lancia un’accusa piuttosto feroce contro la speculazione dei sentimenti, e contro tutti coloro che sfruttano indebitamente il dolore altrui per mero scopo di lucro. Quello in cui OMICIDIO NEL WEST END si muove e si sviluppa è infatti un mondo di predatori, ognuno con le proprie idiosincrasie e le sue debolezze certo, ma tutti pronti a spolpare fino all’osso coloro che si trovano al di sotto della catena alimentare. Non c’è spazio per l’innocenza, per l’altruismo senza secondi fini, per l’amore per l’arte in quanto tale; sono pedine di un gioco più grande, un gioco manovrato da qualcun altro che non è l’assassino ma il pubblico stesso. Quel pubblico che li aspetta alla fine di ogni spettacolo per acclamarli o fischiarli, quel pubblico tanto interessato ai loro personaggi quanto incurante degli attori stessi, un pubblico insieme vittima del loro ego e colpevole nell’esacerbarlo continuamente (…).

(https://www.spettacolo.eu)