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Petite maman

Regia:

INTERPRETI: Joséphine Sanz, Gabrielle Sanz, Nina Meurisse

SCENEGGIATURA: Céline Sciamma

FOTOGRAFIA: Claire Mathon

MONTAGGIO Julien Lacheray

DISTRIBUZIONE: Teodora Film e MUBI

NAZIONALITÀ: Francia, 2021

DURATA: 72 min.

 

Céline Sciamma incanta la terza giornata della Berlinale 2021 con PETITE MAMAN, un breve racconto dalla trama tanto semplice quanto potente. La piccola Nelly sta aiutando i genitori a sgomberare la casa della nonna materna, recentemente deceduta. In quella stessa casa la mamma di Nelly, Marion, ha vissuto una magnifica infanzia di cui ha sempre raccontato molto alla figlia, compresa la realizzazione e la soddisfazione di avere una bellissima casa sull’albero. Mentre i tre sono intenti a ripulire la casa, Marion esce di scena, mentre Nelly decide di esplorare i boschi intorno arrivando al luogo dove sorgeva la famosa casa sull’albero. Proprio qui, la bambina incontra una sua coetanea intenta a costruire una casetta su un albero: anche lei ha otto anni e si chiama Marion, come sua madre.

La stessa regista ha dichiarato di essere rimasta affascinata dalla storia di PETITE MAMAN per la sua semplicità e per la chiara centralità dei bambini, che restano sempre al centro dell’inquadratura, vivendo in un mondo privato delle ingerenze degli adulti. Girato in piena pandemia, il film ha assunto carattere di urgenza per dare voce ai bambini che in questo stesso periodo vivono situazioni stranianti, isolati ognuno nella propria bolla di immaginazione. Quello che accade in PETITE MAMAN è invece l’inverso, due bambine si incontrano e lentamente prendono atto del fatto di essere l’una lo specchio dell’altra, a significare una connessione profonda che un rapporto tra madre e figlia tradizionalmente narrato non avrebbe potuto probabilmente saputo rendere.

In poco più di un’ora Céline Sciamma approccia molti temi in modo diverso, mescolandoli e rendendo loro nuova forma: il rapporto tra madre e figlia e della scoperta reciproca, il viaggio nel tempo, la creazione di opposizione tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta. Tutte queste tematiche vengono presentate al pubblico in maniera talmente organica da creare un’opera poetica, concentrata su se stessa, sospesa in un momento non precisato nello spazio e nel tempo.

Il rapporto tra Nelly e Marion, le protagoniste di PETITE MAMAN, si definisce fin da subito come amicizia, ma tra le due continua ad aleggiare una divisione dei ruoli tangibile, in cui una resta la padrona di casa, colei che conosce e che si muove con sicurezza e cognizione di causa in quei luoghi, mentre l’altra si lascia guidare in questo percorso di scoperta e di conoscenza. In questo film, Sciamma riprende quella stessa delicatezza utilizzata in opere come La mia vita da zucchina (di cui è co-sceneggiatrice) e ne approfitta per creare un’opera poetica e sospesa, universale e delicata, che mette al centro il tenero rapporto femminile che lega madre e figlia, ed entrambe alla nonna di Nelly.

Il fulcro della narrazione è l’amicizia tra le due, che si divertono a scoprirsi a vicenda e che giocano immaginandosi calate in situazioni surreali e influenzandosi reciprocamente nel rapporto che poi costruiscono rispettivamente Nelly con il padre e Marion con la madre. Nell’economia della storia la figura paterna resta come ultimo baluardo del mondo reale, un’unica connessione con la vita quotidiana che permetterà alla famiglia di Nelly di tornare nel loro luogo di origine. Al polo opposto si trova la madre di Marion, mentre le due amiche riescono finalmente a costruire la capanna tanto anelata, che Marion aveva tanto fortemente voluto e che Nelly si presta ben volentieri a realizzare con lei.

(www.cinematographe.it)

(…)  Un’occasione unica, per Nelly, di dialogare con la madre alla stessa altezza, condividendo canoni di comportamento e priorità. È una bambina come lei, con cui può condividere paure e speranze, proponendosi anzi come custode di segreti sul suo futuro. Per una volta non deve lamentarsi, come fa con il padre, di come gli raccontino “le piccole cose, ma non le cose vere, per esempio quelle che fanno paura”. È così che può parlare con la ‘petite maman’ della sua tristezza, di come la veda a 31 anni raramente sorridere, preoccupata per il fatto che la ragione sia “averla avuta troppo giovane”.

La dimensione del gioco rimane prevalente, fra Nelly e Marion, le porta a costruire insieme il principale ricordo d’infanzia di Marion, condiviso con la figlia, una casa sull’albero, e a mettere in scena con grande scrupolo un piccolo spettacolo, da loro scritto e interpretato, con tanto di costumi. Un’occasione per sognare insieme cosa fare da grandi, vivendo insieme l’attesa di un momento cruciale per mamma Marion, un’operazione vissuta da bambina. Una delle varie occasioni regalate alle due protagoniste di questa deliziosa e poetica storia di sentirsi sempre più vicine, per condividere ‘la musica del futuro’ e non dover dire ai genitori, una volta di più, “non dimenticate, semplicemente non ascoltate”.

(www.comingsoon.it)

 

Probabilmente, nella campagna francese, tutto ci si aspetta d’incontrare tranne che la versione mignon della propria mamma. O che si possa andare incontro ad un film di fantascienza senza effetti speciali. PETITE MAMAN va oltre la causalità della realtà a cui siamo tenuti ad obbedire per raccontare una storia di formazione, scoperta e riflessione dal punto di vista della piccola Nelly (Joséphine Sanz) e della sua gemella ma anche mamma Marion (Gabrielle Sanz). Non c’è nessuna verità che non possa essere compresa dai bambini e la loro ingenua magia diventa la chiave con cui accedere ai misteri della vita.

Il tono con cui Cèline Sciamma fa tutto questo è per sua stessa ammissione quello reso classico dall’animazione di Hayao Miyazaki. La leggerezza è la cifra distintiva con cui arrivare in fondo alla natura segreta delle cose, nascosta dagli affanni e dalle necessità dell’esistenza. Meglio tornare alla capanna nel bosco, agli spettacoli improvvisati nelle camerette per trovare un punto di contatto tra realtà e intimità. Si può così viaggiare nel tempo senza nessun dispositivo e senza farsi troppe domande, senza chiedersi da dove nasca quell’incantesimo.

Non è la prima volta che qualcuno gioca con il tempo, il doppio e lo spazio (The One I Love giusto per fare un esempio) e sicuramente non sarà l’ultimo. Sono dimensioni con cui giocare per porsi domande profonde e abbozzare risposte travestendole da viaggio ai confini della realtà ma la forza di PETITE MAMAN sta nell’approfittare del canale che stabilisce tra passato e presente per arrestare la storia che racconta nella tenerezza del momento. Anche le mamme sono state bambine senza sapere che lo sarebbero diventate, così come le bambine non sanno che mamma è solo una parte della figura con cui crescono. Un ragionamento che potrebbe facilmente sfociare nella filosofia, ma che qui rimane in una dimensione afferrabile per chiunque si avvicini e consentire un incontro altrimenti impossibile.

La magia e il mistero del tempo si svelano con una grazia rara in un racconto talmente adulto che non poteva essere colta da nessun altro che non fosse una bambina. Solo il suo occhio può conoscere senza giudicare ciò che con l’età rimane sedimentato sul fondo dell’umanità, abbracciandolo senza paura e godendone per tutti gli istanti che ha a disposizione.

 (https://www.madmass.it)

 

«Tu non hai inventato la mia tristezza», dice a un certo punto di Petite Maman la piccola Marion all’amica Nelly, entrambe bambine di otto anni, quasi indistinguibili l’una dall’altra, amiche del cuore e unite per la vita. (…) Senza magia, senza riti di passaggio o valichi da superare, ma semplicemente attraverso uno stacco di montaggio che sovrappone in maniera naturale una realtà all’altra. «Vengo dalla strada dietro di te», dice Nelly a Marion prima di rivelarle la sua verità. Gli spazi del film sono doppi, mai sovrapposti ma affiancati, posti l'uno dopo l'altro per quanto identici; come se la fantasia di Nelly non sostituisse la sua realtà, ma la sorreggesse. Anche le immagini del film, spoglie e minimaliste grazie alla fotografia di Claire Mathon, rimano in maniera altrettanto elementare, creando una relazione di pieni e di vuoti, con muri per metà imbiancati e per metà tappezzati, ombre che spaventano e ombre che abbracciano, rituali ripetuti, malattie tramandate di madre in figlia, bambine che giocano interpretando ruoli, una un maschio l'altra una femmina, secondo una logica non binaria dei rapporti.

Gli uomini sono come sempre quasi assenti da questo mondo “altro”: il papà di Nelly, affettuoso e un po’ distratto, non ricorda i particolari dell’infanzia della moglie e svanisce dal film senza fare rumore; mentre il rapporto tra madre e figlia, come già succedeva in Barrage di Laura Schroeder, è un rapporto esclusivo tra donna e donna che rinnova l’esigenza di dare al mondo un ordine finalmente squilibrato. Nel corpo indefinito della femminilità, ancora una volta con tendenze naturali al travestimento e alla mascolinità; nella sovrapposizione incongruente eppure normale fra mondi separati; nello stile astratto, autunnale e vagamente onirico delle immagini; nella risolutezza infantile con cui Nelly elabora i suoi traumi («Non chiedere scusa, mamma, mi sono divertita», dice alla madre) si scorge l’essenza del mondo di Céline Sciamma, da sempre oltre l’autorità e la Legge, con il cinema e le immagini a salvare dalla paura delle ombre.

(www.cineforum.it)