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Piccolo Corpo

Regia: Laura Samani

AttoriCeleste Cescutti, Ondina Quadri, Marco Geromin, Giacomina Dereani, Anna Pia Bernardis, Angelo Mattiussi, Luca Sera, Teresa Cappellari, Marzia Corinna Mainardis, Marisa Rupil
Paese: Italia, 2021
Durata: 93 min
Distribuzione: distribuzione italiana NEFERTITI FILM, distribuzione internazionale ALPHA VIOLET
Sceneggiatura: Marco Borromei, Elisa Dondi, Laura Samani
Montaggio: Chiara Dainese
Musiche: Fredrika Sthal
Produzione: NEFERTITI FILM con RAI CINEMA, in coproduzione con TOMSA FILMS e VERTIGO

TRAMA

Piccolo corpo, il film diretto da Laura Samani, ambientato durante un freddo inverno agli inizi del' 900, su un'isoletta del nord est in Italia, vede al centro della storia Agata, una giovane ragazza di quindici anni, che dà alla luce una bambina morta. Secondo la tradizione cattolica, la bambina nata senza respiro, non può essere battezzata, la sua anima è destinata così a rimanere in un Limbo.
Secondo una credenza locale, sulle montagne c'è un posto dove donne esperte sanno riportare in vita, giusto il tempo di un respiro, bambini nati morti, per dare loro la possibilità di essere battezzati. Agata così, con la speranza di donare pace alla sua piccola senza nome, abbandona l'isola di nascosto per intraprendere un rischioso viaggio alla ricerca del santuario, nascondendo il corpicino di sua figlia in una scatola. Agata è molto determinata ma non conosce la strada ed è la prima volta in vita sua che vede la neve. Lungo il cammino, incontra Lince, un ragazzo selvaggio e solitario, che sa bene come muoversi in quei posti ed è disposto ad aiutare Agata solo in cambio del misterioso contenuto della sua scatola.
Anche se inizialmente i due non si fidano l'uno dell'altro, tra Agata e Lince, nascerà un'amicizia che li porterà ad affrontare un'incredibile viaggio.

(www.comingsoon.it)

Secondo l’arcaica tradizione cristiana, l’anima di chi fosse morto senza aver ricevuto il battesimo sarebbe finita nel Limbo, un non luogo indefinito e sfuggente. Piccolo corpo, il nuovo film di Laura Samani, presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2021, sembra cogliere l’essenza di questo limbo e trasporla in immagini dalla visività poetica. Totalmente radicato nella concretezza del mondo che sta raccontando, ma accarezzato da un afflato spirituale che trascende i limiti della contingenza cinematografica, il film è un’opera sensoriale immersiva, avvolta da un affascinante alone di mistero.

Piccolo corpo è un mosaico emozionale incisivo, che soffre, spera, si illude, cade e si rialza come la sua protagonista. Il percorso dell’elaborazione del lutto, trasfigurato nella peregrinazioni di Agata diventa l’occasione per la ragazza di esperire un mondo ben più stratificato della realtà isolana in cui era sempre vissuta. Fa la conoscenza della cattiveria e dell’opportunismo, ma anche della gentilezza e dell’altruismo. Dagli incontri che costellano il suo processo di trasformazione esce totalmente trasformata. Il dolore di una madre che non ha potuto vedere la sua bambina vivere , però, resta. Perché per Agata crescere non vuol dire annullare, ma imparare a (o per lo meno tentare di) metabolizzare, con tutte le conseguenze del caso. Questo è il vero miracolo. Celeste Cescutti raccoglie i frantumi di un’anima travolta, le ingenuità di una giovane umile, la determinazione di una madre coraggiosa e costruisce un’interpretazione equilibrata ed efficace. Piccolo corpo è un’esperienza sensoriale totalizzante. Ogni scelta artistica, dalla regia avvolgente e mestamente sontuosa (senza essere virtuosa) alla fotografia fredda, dalla scelta del dialetto alla rarefazione del dialogo, contribuisce a un’immersione completa nel mondo di Agata e nella sue vicende. La musica è quasi totalmente assente, a favore di una colonna sonora composta dei rumori d’ambiente; l’effetto è una totale convergenza dell’umano con il naturale, in un’esplosione di vita che contrasta il dolore della morte e che si risolve in una fusione panica con la natura. Gli impervi boschi materializzano lo smarrimento di Agata; la neve diventa la carezza rassicurante per un’anima gentile; l’acqua, del mare, dei fiumi, trasfigurazione del liquido amniotico impera nelle inquadrature. La spiritualità ancestrale di cui è impregnata la narrazione contribuisce a trasformare le immagini in visioni affascinanti che ghermiscono lo spettatore che si fa, accanto ad Agata, nota della sinfonia della natura.

(www.spettacolo.eu)

Friuli, fine Ottocento. Da una modesta isola di pescatori, Agata va verso le montagne ai confini con l’Austria. La protagonista di Piccolo corpo è in cerca di un miracolo per la figlia nata morta. La bambina non è stata battezzata e questo è il più grande rammarico della donna, terrorizzata dall’idea di un’anima costretta a vagare nel limbo. Per questo, contro tutto e tutti, persino il marito rassegnato al dolore, Agata decide di chiudere il corpicino in una cassa e partire per un santuario lontano, dove, a quanto si dice, la bimba potrà ricevere il sacramento. Lungo il cammino incontra Lince. Non si sa se un ragazzo o una ragazza, non si sa se in cerca di qualcosa o in fuga da qualcuno. Lince accetta di accompagnare Agata, con la promessa di ricevere metà del “tesoro” nascosto nella cassa.

Esistevano davvero questi santuari del respiro, in cui, secondo la credenza popolare, i bambini potevano tornare per qualche istante in vita, giusto il tempo di ricevere il battesimo e arrivare così alla pienezza della visione di Dio. Luoghi di resurrezione provvisoria, di sospensione delle leggi indifferenti della natura. Luoghi di fedi ancestrali, di disperazioni che si tramutano in speranze incrollabili. Ed è a quel sostrato, tutto sommato ancora vivo, di devozioni pagane, di energie segrete e segni, che attinge a piene mani Laura Samani. Che perciò sceglie di affidarsi alla densità popolare del dialetto friulano, che si mescola allo sloveno e al tedesco, e di ambientare la sua storia in un tempo indefinito, in una specie di limbo arcaico, dove la modernità appare solo sotto forma di oggetti che non hanno reale utilità, di lampadine senza corrente.

È quel tempo strano, più mitico che concreto, in cui si gioca ormai molto cinema di queste parti, da Menocchio (la Nefertiti di Nadia Trevisan e Alberto Fasulo produce il film) a I tempi felici verranno presto di Comodin, fino a Monte di Naderi. Un tempo in cui il viaggio si trasforma in una parabola iniziatica densa di simboli e figure arcane. La madre, i pescatori, i briganti, le streghe guaritrici, il tesoro, la miniera/caverna oscura pronta a risucchiare le donne che l’attraversano, la montagna, il tempio, fino al ritorno all’acqua, al principio liquido della vita. Proprio “Mar” sarà battezzata la nuova creatura, il mare che tutto circonda e tutto contiene. E chissà che il nome stesso di Agata non sia segno di qualcosa. Perché al di là dell’ovvia etimologia, l’agata è una pietra che, a quanto pare, ha particolari poteri protettivi per le donne incinte. Qui il talismano sembrerebbe non funzionare. O forse no, se si pensa che, in fondo, Piccolo corpo è l’ostinata ricerca di un lampo di resurrezione, è un percorso di gestazioni travagliate e di rinascite. Compresa quella di Lince, che finisce per avere “parte del tesoro”, trovando un senso al suo vagare.

Laura Samani gira un piccolo film epico, dove il viaggio aereo dello spirito si rivela nella densità del corpo, della fatica e della sofferenza. E dove il corpo, a sua volta, sembra liquefarsi, si fa latte, sangue, lacrime. Per tornare, infine, all’acqua. Un film di donne, soprattutto, dove l’infinita ricettività femminile riscopre il suo lato attivo, la sua forza di generazione e trasformazione. “Non avere più paura dell’oscurità. Sei libera”.

(www.sentieriselvaggi.it)

Gioiello produttivo inusuale per le consuete logiche del sistema cinema italiano (Nefertiti Film di Nadia Trevisan e Alberto Fasulo, con Rai Cinema, in co-produzione con Tomsa Films e Vertigo), coproduzione Italia-Francia-Slovenia, Piccolo corpo è ambientato agli inizi del ‘900 in un’isoletta del nord est italiano. Qui la giovane Agata (Celeste Cescutti) perde sua figlia alla nascita. “Non si possono battezzare i bambini nati morti. È la regola”.

L’anima di quella creatura è condannata al Limbo, senza nome e senza pace. Agata, allora, non si rassegna all’idea che “il tuo corpo se ne dimenticherà, e il tuo cuore anche” e decide di credere alla voce secondo la quale sulle montagne del nord esiste un luogo dove i bimbi nati morti vengono riportati in vita il tempo di un respiro, quello necessario a battezzarli.

Odissea fisica e trascendentale, il viaggio della donna – che lascia segretamente l’isola con il piccolo corpo della figlia nascosto in una scatola, senza conoscere minimamente il tragitto da intraprendere – è spinto da una speranza che travalica qualsiasi dogma, e che tramuta la simbiosi dei precedenti nove mesi in una sorta di “continuazione della gravidanza, in cui il ventre si sposta metaforicamente sulla schiena, divenendo il peso che porta sulle spalle”, sottolinea la Samani.

(www.cinematografo.it)