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Quando Hitler rubò il coniglio rosa

Regia: Caroline Link

INTEPRETI: Riva Krymalowski, Oliver Masucci, Carla Juri, Marinus Hohmann, Ursula Werner, Justus von Dohnányi, Anne Bennent, Benjamin Sadler

SCENEGGIATURA: Anna Brüggemann

FOTOGRAFIA: Bella Halben

MONTAGGIO: Patricia Rommel

MUSICHE: Volker Bertelmann

DISTRIBUZIONE: Altre Storie

PAESE: Germania, Svizzera, Italia

DURATA: 119 min.

1933, Berlino. Anna ha 9 anni e suo fratello Max ne ha 12. Il padre è un famoso e severo critico teatrale e la madre è una pianista. Sono ebrei e nel momento in cui Hitler riesce a formare il suo primo governo in seguito alle elezioni la famiglia è costretta ad abbandonare la sua vita agiata per raggiungere rapidamente la Svizzera. Qui alloggiano in un albergo costoso nella speranza che il genitore trovi un impiego adeguato. Le cose però non vanno come sperato e i quattro debbono nuovamente partire per raggiungere Parigi. Anche lì la loro esistenza non sarà delle più facili e dovranno conoscere l'indigenza senza avere la certezza che la Francia possa diventare la loro seconda patria. Il romanzo, in parte autobiografico, di Judith Kerr edito nel 1971 e tradotto in più di venti lingue trova la sua trasposizione cinematografica in un film non solo per ragazzi.

Per chi non conoscesse il romanzo è bene chiarire che il coniglio rosa del titolo è il simbolo di una deprivazione di cui non si riesce a comprendere il motivo soprattutto se si è una bambina di 9 anni. Anna, nel momento in cui la sua famiglia deve lasciare la Germania, deve scegliere uno dei suoi giocattoli da portare con sé ed è incerta tra due. Dovrà sacrificare a Hitler e al suo antisemitismo l'amato coniglio e questo resterà per lei il primo segno tangibile di un sopruso.

(www.mymovies.it)

 

Quando Hitler rubò il coniglio rosa tratto dall’omonimo romanzo di Judith Kerr, presenta la storia di una famiglia benestante di ebrei “socialisti” obbligati ad abbandonare Berlino dopo l’ascesa al potere di Hitler. La fuga apre le porte a vicende alterne che si consumeranno vivendo aggrappati ai bei ricordi, ai piccoli gesti e alla consueta quotidianità mentre una nuova vita prende il sopravvento.

Il film è interamente raccontato da Anna, una bambina di nove anni, che sembra non accorgersi di ciò che accade intorno a lei; vive l’ingenuità tipica della sua età, protetta da una famiglia che attutisce il rimbombo delle atrocità della dittatura nazista. Anna rimpiange insieme al tappeto della sua stanzetta di Berlino, un coniglietto rosa che, nella fuga, non è riuscita a portare con sé nella “valigia dei ricordi” con la quale accompagna i suoi viaggi in cerca di un porto sicuro lontano dalla follia disumana che consuma la Storia di quegli anni.

Si vive sul filo della nostalgia di ciò che si è stati costretti a lasciare; una bella casa che contiene i tanti interessi e i tanti momenti vissuti. Un papà che scrive, una mamma che suona e Max e Anna con loro in una fuga che percorre le città europee mentre da Berlino arrivano le notizie di un amico affettuosamente chiamato zio Julius; notizie sempre più tristi fin quando non sopraggiunge il silenzio. Così come i tanti silenzi ai quali una dittatura costringe; una cultura sottomessa, deformata, frantumata, incenerita e privata di ogni slancio creativo.  Un film tragicamente leggero ma rigorosamente veritiero; per quanto il dramma della storia viene tenuto fuori dalla porta si percepisce che esso è il filo rosso che definisce l’intera narrazione.

QUANDO HITLER RUBO IL CONIGLIO ROSA è un film che si tesse piano piano, interamente fedele all’omonimo romanzo da leggere con la lentezza di chi avverte che la normalità narrata nasconde una delle più grandi tragedie della Storia. Scene minuziosamente curate; colori che cambiano di città in città, rallentando nelle sfumature di una Svizzera neutrale o confondendo tonalità sbiadite in una Parigi frenetica dal sapore di uova e formaggio per una intera settimana per passare poi a “concedersi il lusso” di due lumache sotto la luce pallida di un lume ad olio. Tutto scorre ovattato nell’armonia di una famiglia unita ma consapevole che nulla tornerà come prima e che il coniglio rosa è ormai un gioco nelle mani di Hitler che probabilmente non lo restituirà alla piccola Anna; così come non restituirà la loro casa, i loro affetti, la loro vita.

Caroline Link compone, magistralmente, una pellicola tutta tedesca, curando la fotografia e i dialoghi; raccontando la storia della Seconda guerra mondiale attraverso la storia personale di una famiglia che, come tante, ha lasciato le cose più care per avere una prospettiva di futuro. Lo spettatore, che conosce le pagine tristi del periodo in cui il romanzo è ambientato, rivive insieme ai protagonisti una storia che purtroppo oggi si ripete ancora: la fuga di tanti uomini, di tanti bambini minacciati nella libertà e costretti a lasciare le loro case, il loro tutto.

(www.cinematographe.it)

Flee, il film candidato agli Oscar metteva in scena l'esistenza in continuo movimento di un profugo gay afghano costretto a separarsi dalla sua famiglia e vivere senza poter mettere mai realmente radici. Un senso di smarrimento continuo che impediva all'uomo di poter costruire un vero e proprio tetto perenne sotto cui stare per il timore di vederselo strappare via brutalmente, la stessa sensazione che ogni rifugiato ha provato sulla propria pelle non importa in quale tempo. Quella che ha descritto durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale Judith Kerr, scrittrice del romanzo semi-autobiografico Quando Hitler rubò il coniglietto rosa trasposto nell'omonimo lungometraggio. Scritto nel 1971, il romanzo storico di Kerr ripercorre l'infanzia perduta della bambina che, a causa dell'animo dissidente del padre Alfred, fu costretta a scappare assieme alla sua famiglia nel momento dell'ascesa al potere di Hitler.

Un critico teatrale famoso per i suoi articoli politici; un intellettuale non solo contrario ai principi di separazione tra tipologie di esseri umani, ma anche di origine ebraica, così come i suoi figli, portati perciò a distaccarsi dalla loro bella casa di Berlino, auto-imponendosi un esilio come unica maniera per salvarsi. Una vicenda che ha segnato al punto tale l'allora piccola Judith da volerle far metabolizzare gli eventi vissuti attraverso la scrittura. Formula che ha permesso alla donna di rimettere in prospettiva quello che per una bambina era solamente il continuo spostamento da un paese ad un altro, mostrando come l'essere privati della propria casa rappresentasse ugualmente una violenza, non al pari di altre vissute durante la guerra, ma senz'altro determinante e sofferta. Un atto corrosivo per l'animo che non riusciva più a riconoscersi in alcun luogo, dovendo continuare a scappare per cercare un porto sicuro.

La loro ricca dimora nel cuore della Germania rimane un ricordo per quella bambina, il fratello più grande e i genitori che, per mettersi in salvo, hanno potuto portarsi dietro solamente una valigia, pochi beni preziosi e un solo giocattolo a figlio. Una mappatura delle località, dalla Svizzera alla Francia, in cui il film come il libro sosta, raccontando ogni volta le vicende e lo spirito di adattamento di Judith al nuovo nido. Un pasto da mangiare e un letto caldo in cui poter riposare, che per troppo tempo non hanno però avuto il profumo di casa. Nonostante Quando Hitler rubò il coniglietto rosa concentri la propria riflessione sulla scalata del führer e su come questa condizionò la vita di tantissimi giovani che si videro privati della loro infanzia, il film di Caroline Link non ingrigisce mai il suo umore, rimanendo anzi allegro e pimpante anche durante le avversità che i protagonisti devono sopportare. Le prime avvisaglie della follia nazista sono presenti, seppur lontane dalla quotidianità dalla bambina e dei suoi familiari, e vengono proposte solamente come incentivo a provare malinconia verso la propria terra, che deve però tramutarsi in carburante per mettersi in marcia e scappare.
Il lato speranzoso e gioviale della pellicola contribuisce a dare un tono per ragazzi al racconto, così come nasceva l'idea principale per la carta stampata (…).

(https://cinema.everyeye.it)