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Schede dei film

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Respect

Regia: Liesl Tommy

INTERPRETI: Jennifer Hudson, Forest Whitaker, Marlon Wayans, Tituss Burgess

SCENEGGIATURA: Tracy Scott Wilson

FOTOGRAFIA: Kramer Morgenthau

MONTAGGIO: Avril Beukes

DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures

NAZIONALITÀ: USA, Canada, 2021

DURATA: 145 min.

Sono tante le straordinarie voci nere femminili passate alla storia della musica: Nina Simone, Dinah Washington, Mahalia Jackson, Ella Fitzgerald, Lena Horne, Diana Ross e così via... ma c'è n'è una ancora più leggendaria, ed è quella di Aretha Franklin, cantante, compositrice e pianista scomparsa tre anni fa, la regina del soul per antonomasia, dove in questo caso, oltre al genere musicale (uno dei tanti da lei praticato) la parola significa proprio l'anima, che ha messo in tutto quello che ha fatto, dalle canzoni all'impegno politico. È stata proprio “miss Franklin”, prima di andarsene per sempre, a scegliere Jennifer Hudson come interprete del film biografico a lei dedicato, Respect. Una scelta illuminata che è una consacrazione per la cantante e attrice che potrebbe guadagnarsi un secondo Oscar per questa performance, visto che la candidatura pare certa. A dirigere il film è stata chiamata Liesl Tommy, regista teatrale sudafricana nera, cresciuta in piena apartheid, al suo debutto cinematografico.

Si sente che nel film, un classico, tradizionale biopic che prende in esame solo i primi 30 anni di vita di Aretha Franklin, c'è molta passione e sincerità, e si avverte anche la difficoltà di comprimere o raccontare con un ritmo contenuto una personalità larger than life. Bellissima la ricostruzione d'ambiente (scenografie, trucco, costumi) che copre due decenni, dall'infanzia privilegiata della figlia del reverendo C. L. Franklin, un pastore battista soprannominato “l'uomo con la voce da un milione di dollari”, che era una vera e propria star a sua volta, personaggio controverso nel privato ma popolarissimo, al punto da essere il mentore del giovane Martin Luther King. La piccola Ree fa le sue prime esperienze di cantante in chiesa e in casa dove intrattiene gli ospiti serali del padre, che comprendono amici di famiglia che sono o diverranno personaggi illustri della musica nera, da Sam Cooke a Ray Charles, Dinah Washington e Marvin Gaye, ma anche l'uomo che la violenterà rendendola madre a 12 e a 14 anni, e sulla cui identità solo di recente si è alzato un velo.

Presto orfana dell'amata madre, Aretha cresce in una famiglia dominata dal padre, che le fa da manager, ma anche con le sorelle e la nonna che si prende cura dei suoi figli, e sono proprio le donne la parte importante della sua vita, trascorsa alla ricerca dell'indipendenza dopo l'infelice matrimonio con Ted White, un uomo violento e dominatore, che pretende di gestire ogni sua scelta (un Marlon Wayans mai così bravo). Poi la crisi, l'alcolismo, i demoni interiori che la fanno sentire inadeguata e non all'altezza delle sue ambizioni, il successo internazionale, la scoperta della propria voce più autentica e il ritorno là da dove tutto è partito, alla Chiesa e al gospel. Il film termina con la registrazione dell'album del 1970 Amazing Grace e del concerto filmato da Sydney Pollack uscito proprio quest'anno.

 

Nel mezzo ci sono le canzoni, meravigliose, da Respect a You Make Me Feel like a Natural Woman a Think (la ricorderete nei Blues Brothers) e moltissime altre, a volte scritte da lei o dalla sorella, altre volte rese sue per sempre dalla capacità di interpretarle. 2 ore e 20 non sono abbastanza per approfondire tutto, anche se si cerca di dare spazio anche all'altra grande caratteristica di questa incredibile donna, ovvero il suo attivismo per i diritti civili. L'Aretha anziana, che inaugura la presidenza di Obama, ingrassata e impellicciata, la vediamo e ascoltiamo sui titoli di coda e restiamo mesmerizzati da tanta forza, intensità, potenza, anima. Respect è un omaggio dovuto a una vera Regina, che non appena usciti dal cinema fa venire voglia di andarsi a riascoltare tutta la sua discografia.

(www.comingsoon.it)

Quale può essere il modo giusto per raccontare un’icona? Quali sono gli aspetti da considerare, quali sono quelli da scartare di un’esistenza, cosa racchiude il senso delle scelte? La linea seguita da Respect per entrare nel mondo di Aretha Franklin parte dall’infanzia nella casa paterna, dalla memoria tracciata dai ricordi indelebili come la morte della madre, e da un trauma terribile di un abuso subito in tenera età. Una linea insomma ritmata su alcuni momenti chiave: la prima esibizione in pubblico, gli affetti, un clima pieno di note dentro un periodo di importanza cruciale per la questione razziale e dei diritti civili, di cui la cantante diventerà simbolo indiscusso fino alla morte.

Figura predominante della vita dell’artista è appunto il padre, pastore della chiesa battista di Detroit ed elemento di spicco del movimento di lotta contro la discriminazione, ed amico intimo di Martin Luther King. La sua presenza segna i primi passi della carriera di Franklin, cominciata con un contratto con la Columbia, logica conclusione di un percorso stabilito tempo prima, e nella sua chiesa la figlia apprenderà i principi del Gospel, un genere al quale resterà legata prima di rompere le catene ed esprimere tutta la estensione nel Blues e nel Soul, che come approccio spirituale non cade molto lontano.

In questo cammino verso la celebrità la regista analizza soprattutto le influenze dell’entourage, le sorelle, i produttori, ed i partners, pagina che merita un discorso a parte. Su quel rapporto pesa un’ombra, un demone, dal quale non è facile liberarsi, soprattutto in presenza di un maniaco del controllo o di un soggetto abituato ad alzare le mani come Ted White, una relazione tossica conclusa con un divorzio. Il film ad un certo punto prende una piega abissale, effettua una caduta a picco frastornato dai troppi bourbon sullo schermo, dalle botte, esce dal fracasso del successo per entrare in uno spazio intimo, impaurito, bisognoso di cure. Quella cura sarà ancora Dio, sarà riabbracciare un vecchio coro, sarà esibirsi in una chiesa di Los Angeles per registrare Amazing Grace, come raccontato dall’omonimo documentario postumo di Alan Elliott (con le riprese di Sydney Pollack), riesumato, neanche fosse fatto apposta, da un oblio dove era stato abbandonato per anni, anche lui resuscitato dal nulla, e presentato a Berlino nel 2019.

Il lato personale incrocia il talento di una voce formidabile, trascinata su frequenze divine, umana rivelazione di un suono ultraterreno. Gioco facile inserire uno ad uno i grandi successi, hit inseguite con accanimento, un’ambizione, forse per raggiungere una notorietà che le avrebbe permesso di non abbassare più la testa davanti a nessuno, una musica sviluppata sull’emancipazione, una musica di lotta per le donne e per i neri, vittime dell’odio, e tematiche centrali dell’attuale cinema americano. La grazia del canto accompagna le immagini, la fa vibrare, sia provenga da una riunione di fedeli, sia provenga da uno studio dell’Alabama, di New York o di Los Angeles, da una stanza d’albergo, ne segue la gestazione, la crescita per tentativi, seguendo uno sbaglio prima che si trasformi in un’illusione.

La fedele ricostruzione d’epoca è particolarmente riuscita grazie al trucco ed ai costumi, eccezionale la cura dei connotati ad esempio soggetti ad invecchiamento, la sceneggiatura è ricca di dialoghi ma senza addentrarsi in un eccessivo didascalismo quando rievoca i motivi della protesta, resta soprattutto strutturata per evidenziare la volubilità dei personaggi, e nel caso della protagonista la presenza di un carattere ereditato dal padre, evidente quando all’apice dell’empireo artistico sembra averne assorbito il piglio autoritario ed un’indipendenza che al suo eccesso diventa indisposizione. La base drammatica è letteralmente immersa in un fiume carsico di performance sonore, ed anzi quella riserva di dolore è il contenitore dove prendere il materiale per costruire una scala verso i sogni, per toccare da vicino le stelle.

(www.sentieriselvaggi.it)

 

(…) Ora tocca a lei, tutti gli occhi sono puntati su Jennifer Hudson chiamata a confermare quanto di buono, anzi di straordinario, ha già fatto vedere in Dreamgirls, il film con cui vinse l'Oscar come Miglior attrice non protagonista, perché adesso è il momento di interpretare il ruolo di Aretha Franklin. Difficile capire per chi non è americano e neppure nero, il peso che è calato sulla brava artista, perché la Franklin, scomparsa il 16 agosto del 2018 dopo una carriera lunghissima (il suo primo singolo venne pubblicato nel 1956), è considerata un'icona non solo della musica ma anche dei diritti civili. Il film infatti vuole raccontare le vicissitudini di una donna e cantante che ebbe una vita musicale intensissima, una vita sentimentale e personale non facile, ma che soprattutto era benedetta da un talento straordinario. Ma già dalle prime immagini e dal teaser di Respect, con un breve accenno alla canzone che dà il titolo al film, sembra che la scommessa sia stata vinta. (…)

(www.mymovies.it)