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Salò o le 120 giornate di Sodoma

Regia: Pier Paolo Pasolini

INTEPRETI: Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Umberto Paolo Quintavalle, Aldo Valletti, Caterina Boratto, Elsa De Giorgi, Hélène Surgère, Sonia Saviange

SCENEGGIATURA: Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti

FOTOGRAFIA: Tonino Delli Colli

MONTAGGIO: Nino Baragli

MUSICHE: Ennio Morricone

DISTRIBUZIONE: Pea - Ricordi Video, Vivivideo, Panarecord, L'unita' Video

PAESE: Francia, Italia, 1975

DURATA: 117 min.

Vietato ai minori di 18 anni

SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA, è l'ultimo film del 1975 scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1975.

Ispirato al romanzo incompiuto del marchese Donatien Alphonse Francois de Sade Le centoventi giornate di Sodoma, il film è suddiviso in quattro parti che rappresentano un chiaro riferimento dantesco: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del sangue.

Durante la Repubblica Sociale italiana, quattro signori (metafora delle forme di potere: casta, clero, giustizia, economia) il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d'Appello e il Presidente della Banca Centrale si chiudono in una enorme villa in campagna (di proprietà del Duca e arredata con capolavori d'arte), incaricando le SS e i soldati repubblichini di rapire un gruppo di giovani (ragazze - ragazzi) di famiglie antifasciste.

Per 120 giorni i diciotto giovani sono oggetto di un regime carnale. Una cruenta commedia fatta di un susseguirsi di abusi, violenze e crimini. Tutto questo viene regolamentato da un codice rigoroso stipulato dai "Signori" che impone ai ragazzi assoluta obbedienza, pena umiliazioni, torture e infine la morte.

Le sevizie inflitte ai giovani sono di ogni genere e mirano ad annullare l'individualità delle vittime. Assistiti da quattro ex prostitute di bordello che hanno il compito di stimolare con i loro racconti le perversioni dei "Signori" che poi le manifesteranno sui corpi dei giovani. I giovani sono il simbolo della manipolazione del potere che li rende schiavi incatenandoli, controllando le loro menti. Questo susseguirsi di violenza disarmante, vuole descrivere l'abominio del regime fascista della seconda guerra mondiale ai confini tra trasgressione e conservazione. Scene al limite del paradossale, pedofilia, erotismo maniacale, sono una tormentata descrizione delle dinamiche vissute in quegli anni.

(www.comingsoon.it)

 

Dopo la "Trilogia della vita" (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte) Pasolini sente la necessità di affrontare una opposta e tragica lettura dell'uso della sessualità. Questa volta (grazie all'opera del marchese De Sade che offre l'idea di base) è il Potere di ogni tempo e non solo quello fascista ad essere chiamato in causa e condannato.

"Ora tutto si è rovesciato. Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo: anche la "realtà" dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana. Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subìto il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è diventato suicida delusione, informe accidia". Così si esprimeva il regista in un suo testo del 1975 pubblicato postumo. Rilette oggi queste sue parole assumono un valore non solo chiarificatore sugli intenti di un film che cerca lo scandalo e insiste sui particolari più turpi senza mai compiacersene ma con lo scopo dichiarato di provocare una reazione morale alla presunta immoralità della sua opera. Reazione che purtroppo ci fu ma scomposta e mirante a far scomparire per sempre l'opera dalle sale. Proiettato a Parigi per la prima volta a 20 giorni dall'uccisione del suo autore il film subì sequestri e dissequestri ma la sua libera circolazione fu sancita solo dieci anni dopo.

Il degrado delle mura entro il cui perimetro si svolgono le azioni ci mostra, grazie al mirabile apporto di Dante Ferretti, non solo i segni lasciati dal tempo sull'edificio ma quelli, ben più significativi, di un disfacimento a cui sembra impossibile porre rimedio. Quello di Pasolini si propone così ancora una volta come un grido di allarme questa volta quasi totalmente disperato (se si esclude il finale scelto tra 4 possibili). La mercificazione dei corpi e del sesso sarebbe divenuta, negli anni successivi, sempre più invasiva sotto le mentite spoglie di una apparente libertà. Da parte di alcuni si è voluto leggere il film come una sorta di testamento di Pasolini alla ricerca della morte ma si tratta di fatto di una lettura a posteriori e non necessaria per comprenderne la forza dirompente di un Requiem per una civiltà che ormai non è più tale.

(www.mymovies.it)

 

E dopo pochi minuti di proiezione, ho capito che Salò non soltanto era un film tragico e magico, il capolavoro cinematografico e anche, in qualche modo, letterario di Pasolini: ma un’opera unica, imponente, angosciosa e insieme raffinatissima, che resterà nella storia del cinema mondiale. [...]

Ripeto: fino dalle prime battute, il film mi parve una grande opera d’arte. Ma devo aggiungere subito che, mentre vedevo il film, ero sorpreso e confortato nella mia ammirazione dal contegno del pubblico. La sala era colma, non si trattava di una proiezione speciale, per giornalisti o intellettuali: era uno spettacolo qualunque per un pubblico qualunque. Ebbene, contrariamente a quanto mi aspettavo, questo pubblico misto e interclassista capiva, o, piuttosto, sentiva il film esattamente come va sentito: un film serio, serissimo, tragico fino all’atrocità, e malinconico fino a una disperata pietà.

Scusate se parlo per un momento con la mia antica esperienza ipersensibile di regista-nascosto-in-mezzo-al-pubblico: il modo con cui il pubblico accoglie una pellicola durante la proiezione, lo si avverte, se uno ci sta attento e teso, fino alle più piccole sfumature. Ebbene, quel pubblico, col suo stesso silenzio, coi suoi sommessi mormorii, e direi coi suoi respiri, sottolineava variamente, ma sempre positivamente, tutto: e l’eleganza, la grazia, l’illuministica geometria dei racconti delle Storiche, recitati come melologhi, con l’accompagnamento al pianoforte di dolcissime melodie romantiche; e le nefandezze ossessive dei Padroni, perpetrate e presentate fino al limite del tollerabile, come voleva Pasolini e come accade nella grande cena infernale, ributtante ma anche comica, della coprofagia; e le atrocità finali di tutte le indicibili torture, l’occhio cavato con la punta di un pugnale, i sessi arsi con la fiamma di una candela, i capezzoli bruciati da carboni ardenti; e tutti gli episodi, tutte le inquadrature che, continuamente frapposte a quelle visioni, deliranti, terribili, sataniche, mostrano l’innocenza, il candore, la rassegnazione, ma al momento giusto anche la ribellione eroica e la speranza delle povere vittime, fino alla lacerante invocazione: “Dio! Dio, perché ci hai abbandonati?!”. Questo urlo è la chiave di tutto il film.

Nulla sfuggì agli spettatori. E quando il film finì, un lungo silenzio parve trattenerli sui sedili: si alzarono lentamente, ancora in silenzio, quasi evitando di guardarsi l’un l’altro. Non c’è dubbio, un profondo sgomento, quasi un senso di colpa era in ciascuno, come se ciascuno si chiedesse: “Ma è possibile? Questo, dunque, è il fondo, questo è il mistero della vita?” e si rispondesse, nell’intimo: “Eh sì, è possibile, forse è possibile...”.

(Mario Soldati, Sequestrare “Salò”? in “La Stampa”, 30 gennaio 1976)

 

(…) SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA è un film elegante, lucido e al tempo stesso fantastico e funebre. La parte più bella del film è la terza: Il Girone del Sangue. In questa parte, la mancanza di crudeltà sadica e la ripugnanza per il sangue hanno suggerito a Pasolini un procedimento poetico che forse sarebbe stato utile estendere a tutto il film. Le scene di tortura e di morte sono viste attraverso i binocoli di due dei quattro carnefici fascisti mentre gli altri due, giù in un remoto cortile, si dedicano con alacrità allo sterminio atroce delle ragazze e dei ragazzi prescelti per l’esperimento. Tutto è così visto da lontano, in un’aria di sogno, con carnefici e vittime resi muti dalla distanza, in brani separati, come in una nebbia che si squarcia ogni tanto, lascia vedere qualche cosa e quindi si richiude. Pasolini, ancora, si è servito delle quattro narratrici di Sade per allontanare l’azione. Caterina Boratto, Elsa de’ Giorgi, Hélène Surgère, Sonia Saviange hanno la stessa funzione mediatrice dei due binocoli del terzo girone. Infine, altro procedimento per allontanare dagli spettatori la crudeltà insopportabile di Sade, Pasolini ha fatto ricorso alla musica. Come il pugno comunista alzato da uno dei ragazzi nel momento della morte, così il suicidio della suonatrice di pianoforte sono i due soli momenti catartici del film; l’uno inteso ad illustrare una rivolta attiva contro il nazismo, l’altra passiva.

(Alberto Moravia, “L’Espresso”, 23 novembre 1975)