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Spencer

Regia: Pablo Larraín

Attori: Kristen Stewart, Timothy Spall, Jack Farthing, Sean Harris, Sally Hawkins, Jack Nielen, Freddie Spry, Stella Gonet, Richard Collect, Elizabeth Berrington, Lore Stefanek, Amy Manson, James Harkness, Laura Benson, Wendy Patterson, Thomas Douglas, Olga Hellsing
Distribuzione: 01 Distribution, Leone Film Group
Sceneggiatura: Steven Knight
Fotografia: Claire Mathon
Montaggio: Sebastián Sepúlveda
Musiche: Jonny Greenwood
Produzione: Fabula, Komplizen Film, Shoebox Films, Topic Studios
Paese: USA
Durata: 117 min

 

 

 

Dopo aver raccontato in Jackie una first lady sconvolta, a una settimana dalla morte di un Presidente già icona, mentre ancora sconvolta dal dolore accoglieva un giornalista per un’intervista, Larrain in Spencer immagina “cosa potrebbe essere successo” a Lady D nei tre giorni delle festività natalizie del 1991. Giorni fatidici per la scelta di non salvare le apparenze, e il suo matrimonio infelice. Da un’icona del XX secolo a un’altra. Da una vedova in cerca di elaborazione del lutto a una moglie che cerca la forza per non subirlo, il lutto, per diventare vedova in vita rinnegando il marito Carlo, ma soprattutto la sua famiglia (reale). Spencer, quindi, come la sua famiglia. Aristocratica anch’essa, fin dal XV secolo.

L’unione fra Diana e Carlo è in crisi, pubblicamente. Paparazzi e giornalisti mondani sono continuamente in cerca di conferme quotidiane, di immagini che possano alimentare le voci di un imminente divorzio. Come tradizione sono giornate in cui si beve, caccia e mangia. Tanto che fin dal 1847 tutti gli invitati, nessuno escluso, vengono pesati all’arrivo e alla partenza. Un ingrassamento è d’obbligo, per dimostrare di essersi divertiti. Ma Diana è diversa, “metà del suo peso è costituito da gioielli”. La incontriamo mentre si perde, sola, giungendo in macchina a Sandringham, luogo dei festeggiamenti. Si perde nonostante sia la campagna in cui è cresciuta, vicina di casa, letteralmente, dei Windsor. Ma nei dieci anni trascorsi da quando ha varcato il recinto è talmente cambiata che non si ritrova, se non per uno spaventapasseri con cui giocava da ragazzina, ancora con indosso una vecchia giacca del padre. Una fonte di calore emotivo, rivendicato come una bandiera, in un contesto in cui ogni persona è pura moneta di scambio, ha un ruolo definito in un gioco di (alta) società sempre uguale a sé stesso. Come dice Diana ai figli, non c’è futuro in quel mondo, “solo un passato che si fa presente”. Ogni giorno.

È una principessa rinchiusa, nella favola nera di Pablo Larrain. Si sente un fantasma, in un copione che prevede che ogni parola che scambi con chiunque a corte venga riferita. Del resto entriamo a palazzo, e nel film, dalle cucine, insieme alle casse di cibo scortate dai militari in una cucina in cui giganteggia una scritta molto chiara, che vale per “la servitù”, ma in fondo anche per i reali dei piani alti. “Ridurre al minimo i rumori. Loro possono sentirvi”. “Loro” ascoltano tutto, anche i comportamenti sempre più bizzarri della principessa ferita, con le proprie mani oltre che da un ruolo che conosce bene, ma non riesce a sostenere. I veri fantasmi, in Spencer, sono però i reali, sagome di cera appena intraviste, di cui arrivano solo attraverso messaggeri i costanti richiami all’ordine per la prima attrice, perché salga finalmente sul palcoscenico, nella maniera e nei tempi che richiede il rituale.

Diana amava le “cose belle”, ma anche quelle che piacciono “alla classe media”, anche se gli Spencer non ne facevano parte. I colori sgargianti dei suoi abiti e l’anima fragile risaltano come le scarpe rosa di Maria Antonietta nel film di Sofia Coppola. Dai croissant al soufflé all’albicocca, il suo preferito, cucinato da una delle rarissime persone che mette in scena una variazione sul copione, con un gesto di attenzione e affetto. Ma è destino che in casa Windsor Diana non riesca neanche a prendere un etto, a non essere felice né a divertirsi, vomitando quel poco che ingurgita. Anche se un contadino si è premonito di coltivare una certa verdura o di allevare una certa prelibatezza, come le ricorda Carlo.

Per riuscire a mangiare veramente, Diana deve fuggire verso un attimo di normalità, risvegliandosi dall’ossessione per di Anna Bolena, finendo per mangiarsi un banale pollo fritto, proprio sulla riva del Tower Bridge, a pochi passi da dove venne rinchiusa da Enrico VIII la sua sfortunata consorte. Spencer racconta i tre giorni in cui Lady Diana scelse di rinnegare la storia, quella che ricorda i regnanti, “più passa il tempo con sempre meno parole per descriverli: Guglielmo il Conquistatore, Elisabetta la Vergine”.

Non sarà un principe azzurro a portare in salvo la principessa in difficoltà, ma è lei a dimostrare una forza inattesa, alla luce delle sue tante fragilità. Quella di non diventare regina, con una disperata voglia di futuro, impossibile da ricercare a corte. Un futuro che, come sappiamo, il fato beffardo gli precluse, mantenendo però forte, come dice Larrain, un’eredità “di onestà e umanità senza eguali”.

 (www.comingsoon.it)

 

In questo simil-biopic, Larraìn confeziona un ritratto abbagliante non solo della principessa del Galles, ma soprattutto della sua terza donna cinematografica. Il ritorno alla cornice storiografica significa per Larraìn possibilità di rielaborazione pura, intimista, verosimile, senza necessariamente essere verità.

Quella che dovrebbe essere una meravigliosa tregua natalizia con i suoi figli nella tenuta di Sandringham diventa per la principessa Diana una tremenda successione di obblighi indesiderati. Mentre il rapporto con il Principe Carlo va disfacendosi sempre di più, Diana è costretta a giocare il ruolo implacabile della moglie amata e fedele, di fronte ai paparazzi che seguono ogni sua mossa. Diana accetterà questa posizione di icona e leggenda, o sceglierà di seguire la propria natura di donna e madre?

Abbandonando l’intenzione di raccontare la vita e le opere dell’ex principessa del Galles, il geniale Pablo Larraìn si concentra su un arco temporale ridotto per sviscerare al meglio l’indole elegante e umana di Diana, attributi caratteriali spesso trascurati quando si analizzano figure storiche del genere. Ma la Diana di Larraìn è figlia di Ema, ballerina volitiva e accattivante, sinuosa nel suo essere vendicativa, tanto quanto la SPENCER del titolo è schietta, irriverente, audace nel suo sodalizio con Stewart, tra attrice e personaggio storico che si fa narrazione, finzione rielaborata ma quanto mai autentica. Kristen Stewart è protagonista assoluta ed espressiva di un ritratto che ha la misura di una collana di perle, le vesti di una principessa delle fiabe spogliata di libertà che le spettano, in un castello spettrale dove ogni colore acceso è un segnale di un decadimento psichico crescente. È la soundtrack a cura di Jonny Greenwood che parla per conto di Lady D, vuole incedere senza conoscere limiti in un crescendo di note furiose, che smontano una monarchia condotta da aguzzini e guardie giurate. I figli e la casa-rifugio di un passato roseo sono l’ancora di salvezza di una personalità diventata icona, ma resa un filo d’erba che tende spesso a spezzarsi; Kristen Stewart non si trattiene, non si sottrae alla cinepresa di Larraìn, e decide di occupare la scena con una compostezza e un controllo totale dello spazio che la circonda ammirabili.

È un ritratto di Lady D che assume valore nell’effetto che ha sullo spettatore, che non la vede più come un mito, ma come una donna che ha dovuto affrontare le sue paure più reali. Si elimina la necessità di essere all’altezza della sua importanza sociale e culturale, per entrare in un vortice emotivo e fragile di ciò che ha significato per questa donna confrontarsi con la stessa famiglia reale britannica. Per questo motivo, il peso drammatico del film è sostenuto quasi interamente da Stewart, che trionfa totalmente all’interno della cornice filmica ma, allo stesso tempo, il lavoro di Timothy Spall e Sally Hawkins, che bilanciano la squisita passione di Stewart con performance più razionali, è da lodare. Mentre Spall fa un lavoro impeccabile con la sua espressività, la Hawkins sfrutta al massimo tutta la naturalezza e la luminosità che contraddistingue il suo lavoro sullo schermo.

Il grande lavoro di artigianato dell’immagine, che ha caratterizzato le precedenti opere di Larraìn, fa splendere Spencer ancora di più: in questo caso, sfrutta le idiosincrasie legate alla regalità per mettere a punto una perfetta metafora della gabbia dorata. La fotografia non risparmia alcun dettaglio, con attenzione alla posizione, all’illuminazione e all’impatto che la figura di Diana ha sullo spettatore.

È l’immagine in sé a raccontare la storia, con una poesia visiva e artistica che afferra lo spettatore senza alcuna esitazione. La costante fissazione per la pomposità di cui vive la messa in scena, nei particolari del cibo e del vestiario, servono a ricalcare il delicato tormento di un animo in subbuglio, il crescendo di un battito sonoro che vive di forza travolgente combinata a un’energia vitale mesta e sommessa. Oltre a Lady Di, principessa del Galles, o Diana, c’era Spencer, la donna che “indossa” un cognome proprio, un’esistenza propria. Una donna che era più della sua leggenda.

(https://www.cinefilos.it)